[NuovoLab] In piazza alimonda per non rassegnarsi alla sconf…

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Author: Antonio Bruno
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Subject: [NuovoLab] In piazza alimonda per non rassegnarsi alla sconfitta
In piazza alimonda per non rassegnarsi alla sconfitta


Lorenzo Guadagnucci*
Sul Manifesto

Si torna a Genova come ogni anno e sotto il palco di piazza Alimonda la
memoria corre a quel giorno maledetto, quando un ragazzo rimase
sull'asfalto, colpito alla testa da un colpo di pistola, il corpo
calpestato dalla camionetta dei carabinieri, il cranio sfregiato con una
pietra. E' giusto chiedersi perché ci ritroviamo qui, chi con il corpo chi
nello spirito. Siamo reduci? Nostalgici? Sconfitti dalla storia che tornano
sul luogo delle proprie gesta e degli altrui delitti? Forse sì, ma è
possibile che ci sia qualcos'altro. Che Genova G8 ci riguardi ancora. In
questi giorni tempestosi, di violenza del potere nel mar Mediterraneo, di
sghangherata critica alle tecnocrazie globali in nome di rinascenti e
osceni nazionalismi, le giornate di Genova, i sette giorni di contestazione
e di proposta organizzati durante il vertice dei cosiddetti Otto Grandi
(che così Grandi poi non erano) appaiono come un approdo, anziché un
residuo della storia.
Lasciamo pure da parte il sottile senso d'angoscia e d'impotenza che
suscita, confrontato all'oggi, il ricordo della miriade di persone e
organizzazioni venute a Genova richiamate da un nuovo movimento capace di
mostrare il vero volto del potere (il pensiero unico neoliberista, tema
all'epoca assente dall'agenda politica e mediatica) e pensiamo alle molte
buone ragioni messe in campo da quel movimento. E' un elenco che sorprende,
sia nella parte critica sia in quella propositiva. Dalla rivolta di Seattle
(dicembre '99) in poi e fino al luglio genovese, passando per una serie di
contestazioni a riunioni delle varie istituzioni della tecnocrazia
globale, il movimento mise a nudo e denunciò, per limitarsi ai punti
essenziali: la finanziarizzazione dell'economia neoliberale e le crescenti
diseguaglianze fra nord e sud del mondo; la nuova dislocazione dei poteri,
non più a livello nazionale ma nella grande finanza e nelle istituzioni
globali al suo servizio (Wto, Fmi, Banca mondiale, il cosiddetto
"Washington Consensus"); la mercificazione del lavoro e della stessa vita
umana, con annessa libertà di circolazione per i capitali ma non per le
persone... La parte propositiva non era meno ricca di spunti e di
esperienze: una Tobin Tax sulla speculazione finanziaria; la cancellazione
del debito pubblico iniquo; l'idea di un'altreconomia, liberata dalla
schiavitù della crescita e capace di includere in sé il limite ecologico
allo sviluppo; un contratto mondiale per l'accesso all'acqua; il bilancio
partecipativo nelle amministrazioni locali... E così via.
Sorprende, questo parziale elenco, perché fornisce ancora oggi una visione
del mondo alternativa allo status quo; una visione costruita con competenza
e spesso attraverso la pratica concreta; una visione che è stata anche
aggiornata da alcuni nuovi movimenti in varie parti del mondo.
A distanza di tanti anni capiamo meglio che nel luglio 2001 fu affossata a
colpi di pistola, di manganello e con la tortura un'idea di mondo che stava
riscuotendo troppo consenso. Troppo vasta e soprattutto troppo varia, ben
oltre i confini storici della sinistra, era la partecipazione di singoli,
associazioni e movimenti: occorreva colpire e criminalizzare tutto ciò,
dichiararlo fuori legge, escluderlo dal discorso pubblico; occorreva
rendere inascoltabili le parole dette nei convegni, nei seminari, in
quell'università popolare a cielo aperto chiamata Forum sociale mondiale. E
tuttavia sarebbe difficile sostenere che le idee di quel movimento sono
state davvero annientate ed escluse per sempre dalla storia. Non è così.
Quelle idee non sono morte e anzi continuano a ispirare persone e movimenti
attraverso i continenti; sono all'origine di progetti politici, sociali,
esistenziali radicati nel presente e capaci di futuro. Resta preziosa anche
la lezione di metodo: niente steccati fra culture diverse e unione delle
forze per dare spessore politico all'azione sociale condotta fuori dagli
schemi del mercato, cioè secondo giustizia, empatia, nonviolenza.
A Genova è morta semmai in molti cittadini la fiducia nello stato e nei
suoi apparati di sicurezza, incapaci negli anni di ammettere le proprie
colpe e recuperare la credibilità perduta. A Genova è morta quella sinistra
che non volle capire che c'era (e rimane) una nuova linea di demarcazione
rispetto alle destre: l'adesione o meno al modello neoliberale.
Oggi - passata, anzi ancora in corso una crisi finanziaria più che
prevedibile e col "Washington Consensus" in crisi d'identità - succede che
una contraddittoria e confusa critica alla globalizzazione neoliberale
viene condotta lungo un binario che porta a rinascenti quanto pericolosi
nazionalismi. E' una capriola della storia che spaventa ma che aiuta anche
a pensare. Fa capire che la critica dei movimenti sociali al pensiero unico
è ancora attuale e che le vie d'uscita esistono, nonostante le sconfitte e
un certo scoramento del tempo presente. Quindi si torna a Genova e si pensa
che la memoria è generosa, le buone idee tenaci, la storia imprevedibile;
visto da piazza Alimonda, il futuro è ancora aperto.

*Comitato Verità e Giustizia per Genova

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"Eppure il vento soffia ancora ...." Pierangelo Bertoli, (Sassuolo, 5 novembre 1942 – Modena, 7 ottobre 2002)

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