[Incontrotempo] eurispes su precarietà

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Author: francesca
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Subject: [Incontrotempo] eurispes su precarietà

da repubblica.it


L'Eurispes ha effettuato un'indagine per il Rapporto Italia 2005
Il presidente Fara: "La flessibilità vale solo per gli imprenditori"
Atipici: precari fino ai 40 anni
Poco tutelati, stressati, malpagati
Gli intervistati lamentano mancanza di tutele di ogni tipo
Le donne le più svantaggiate, gli ultratrentenni i più pessimisti
di ROSARIA AMATO

Un call center

ROMA - Rimangono precari anche alle soglie dei 40 anni, non riescono ad
avere un mutuo ma spesso neanche una casa in affitto, non se la sentono
di mettere al mondo figli, non possono fare sciopero, non hanno tutele
sindacali, non vanno mai in malattia anche se poi soffrono di mille
malanni psicosomatici, sono pessimisti sul proprio futuro: sono i
lavoratori atipici, secondo una ricerca effettuata dall'Eurispes per il
Rapporto Italia 2005, che verrà presentato a Roma il 28 gennaio.

"La flessibilità purtroppo - osserva Gian Maria Fara, presidente
dell'Eurispes - in Italia è stata interpretata soltanto come possibilità
per l'imprenditore
di modificare in qualsiasi momento le condizioni del rapporto di lavoro
(e quindi anche le modalità di cessazione del rapporto di lavoro) con
il proprio dipendente e non come strumento in grado di rendere
flessibile
l'organizzazione stessa del lavoro".

Il campione. L'indagine è stata effettuata dall'Eurispes su un campione
rappresentativo di 446 lavoratori atipici di età compresa tra i 18 e i
39 anni. Il 27,9 per cento degli intervistati lavora 'a progetto', il
22,9 per cento ha un contratto occasionale, il 20,9 per cento è un
collaboratore coordinato e continuativo (il co.co.co. è stato abrogato
due mesi fa, e sostituito dalla collaborazione a progetto, ma si
applica ancora nella Pubblica Amministrazione e nel caso in cui il
contratto non sia ancora scaduto), il 13,2 per cento ha un contratto di
tipo subordinato a tempo parziale, l'8,5 per cento lavora tramite
agenzie interinali e il 5,4 per cento tramite contratto d'inserimento.
Il 55,9 per cento degli intervistati è in possesso di master o
specializzazione post-laurea, l'83,2 per cento ha una laurea.

L'aticipicità si cristallizza. L'ingresso nel mondo del lavoro con un
contratto 'flessibile' tende a cristallizzarsi, tanto che per il 67,8
per cento delle persone tra i 33 e i 39 anni l'atipicità ha assunto un
carattere permanente. Per pochi fortunati il lavoro flessibile si
limita ad essere un'opportunità di primo inserimento lavorativo: il
56,6 per cento degli intervistati ha lavorato sempre da atipico per un
periodo compreso tra i tre i cinque anni, il 67,4 per cento per oltre
un quinquennio e il 51,4 per cento da oltre 10 anni.

Atipicità apparente. L'aticipicità del contratto è solo apparente:
nella maggior parte dei casi si tratta di rapporti di lavoro
subordinato mascherati, soprattutto per i collaboratori. Infatti tra i
co.co.co. il 78,5 per cento lavora per un unico datore di lavoro, il
73,1 per cento svolge un lavoro a tempo pieno e al 71 per cento viene
richiesta una presenza quotidiana. Solo il 12,9 per cento gestisce in
modo del tutto autonomo i modi e i tempi del proprio lavoro.

Stipendi bassi. Gli stipendi sono in media bassi, soprattutto per le
donne: oltre i tre quarti dei lavoratori atipici percepisce una
retribuzione mensile che non supera i 1.000 euro netti (la percentuale
cambia a seconda del sesso: si tratta dell'82,9 per cento delle donne e
del 67,9 per cento degli uomini). In effetti però il 30 per cento delle
donne non va oltre i 400 euro mensili, contro il 20,2 per cento degli
uomini. Solo il 17,1 per cento degli uomini e il 15 per cento delle
donne percepisce tra i 1000 e i 1400 euro al mese. I due terzi degli
intervistati (65,9 per cento) dichiarano di essere poco o per niente
soddisfatti del trattamento economico: si dichiara molto soddisfatto
appena il 4,7 per cento.

Mancanza di tutela. Essere atipici significa non poter effettuare
scelte di vita importanti: lo denuncia il 76,3 per cento delle donne e
il 52,8 per cento degli uomini. E' un aspetto che si fa sentire di più
con l'età (pesa al 74,7 per cento di coloro che hanno tra i 33 e i 39
anni). Il 90,5 per cento delle donne e l'83,9 per cento degli uomini
ritiene che il diritto alla maternità sia poco o per niente garantito.
Non ci si stupisce dunque che la stragrande maggioranza del campione
(l'89,7 per cento) sia celibe o nubile: solo il 6,5 per cento degli
intervistati ha uno (3,4 per cento) o più figli (3,1 per cento).

Nessun diritto. Per l'81,6 per cento degli intervistati non è tutelato
il diritto alla malattia. Oltre il 90 per cento degli intervistati si
sente poco o per nulla tutelato rispetto al diritto di sciopero. L'87,9
per cento lamenta la mancanza del diritto alla formazione.

La casa: niente mutuo, difficoltà per l'affitto. Il 71,3 per cento
degli intervistati afferma che il fatto di essere un lavoratore atipico
ha influito molto (51,8 per cento) o abbastanza (19,5 per cento) sulla
possibilità di avere un mutuo per comprare una casa. Ma per il 58,8 per
cento ha condizionato negativamente perfino la possibilità di prendere
in affitto un appartamento.

Ansia, depressione, malattie psicosomatiche. La maggior parte delle
donne lamenta stati di ansia (52,5 per cento, contro il 37,7 degli
uomini) dovuti alla preoccupazione per la mancanza di stabilità nel
proprio lavoro. Il 36,7 per cento del segmento più maturo del campione
(33-39 anni) è soggetto a stati depressivi frequenti (28,7 per cento) o
continui (8 per cento). Il 59,6 per cento soffre almeno qualche volta
di disturbi gastro-intestinali, il 55,8 per cento di di dolori
muscolari, il 55,3 per cento di emicranie e mal di testa, il 45,5 per
cento di stanchezza cronica, il 40,2 per cento di disturbi della vista,
il 38,8 per cento di problemi cutanei, il 37,2 per cento di inappetenza
e debolezza. Il 16,3 per cento accusa disturbi sessuali, alimentari
(15,9 per cento) e il 18 per cento soffre di attacchi di panico, tra
questi ultimi il 6,1 per cento in modo frequente o continuo.

La pensione. Tra le donne il 37,5 per cento ritiene che quando smetterà
di lavorare non avrà una pensione, mentre il 34 per cento pensa che
comunque questa non sarà sufficiente a garantire una vecchiaia
dignitosa. In totale il 63,7 per cento del campione ritiene che
comunque la pensione che avrà a fine lavoro sarà insufficiente a
garantire un livello di vita dignitoso o non ci sarà affatto. Non a
caso il 34,5 per cento vorrebbe garantirsi una pensione integrativa ma
non riesce a provvedervi, perché non ne ha i mezzi.

Il futuro? Pessimo. Il 52,2 per cento delle donne immagina il proprio
futuro economico mediocre o pessimo. Stessa percezione per il 59,8 per
cento degli intervistati di età compresa tra i 33 e i 39 anni, e per il
59,5 per cento di coloro che vantano un'esperienza lavorativa
ultradecennale.

(13 gennaio 2005)