[CSSF] Alex Zanotelli: intervista

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Author: Alessandro Presicce
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Subject: [CSSF] Alex Zanotelli: intervista
Vi inoltro con piacere un'intervista rilasciata da Padre Alex Zanotelli a
Melissa Perrone per il giornale Leccesera.
E' un'intervista molto bella di cui vi consiglio la lettura.

Alessandro

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Sono le 23.30 del 15 giugno. La piazza principale di Salice Salentino si
svuota lentamente. L'avvenimento che l' ha riempita, fermata, ipnotizzata,
si è appena consumato. La gente si allontana silenziosa, pensierosa. Sento
qualcuno che dice di aver vissuto un momento di straordinaria intensità
emotiva, personale, di gruppo e di comunità.

Avvicino Padre Alex Zanotelli alla fine del lungo incontro che è stato la
causa di tutto questo movimento. Dopo circa quattro ore di serrato
dibattito, in compagnia di Michele di Schiena, padre Alex non ha perso una
briciola del suo smalto. Ha ancora tanti sorrisi per chi, e sono molti, lo
avvicina, lo ringrazia, lo bacia. Non sarà un profeta, come tiene a
sottolineare, ma ne ha il carisma.

Basta lo scambio di due parole per rompere il ghiaccio. L'intervista inizia
e già da subito mi assale il rammarico di non potergli chiedere tutto. Con
uno sguardo mi comunica la certezza che ciò di cui parleremo sarà
sicuramente solo una goccia nel mare delle sue esperienze.


Intervistatrice - Alla tua partenza i poveri di Korococho ti hanno chiesto
di raccontare le loro storie. Questo perché evidentemente il luogo del
conflitto, la sorgente del problema è in Occidente.

Padre Alex Zanotelli. - il racconto è un lungo racconto. Sono 12 anni di
esistenza a contatto con delle situazioni estreme, al limite. E' un racconto
di sofferenza umana a cui tantissima gente, bellissima gente è costretta. Il
problema è il sistema, infatti a Nairobi non è che non ci siano i soldi, ma
la maggioranza dei suoi abitanti è ridotta a vivere nel 2.5% della terra,
peraltro di proprietà del governo, che può cacciarla quando vuole.
Oltretutto questa gente non è nemmeno proprietaria della baracca nella quale
vive ed infatti paga l'affitto.

I. - Quindi è da sfatare il mito dell'Africa povera. L'Africa è ricca, è
ancora una volta un problema di distribuzione delle risorse.

P. ALEX - Certamente. I meccanismi interni all'Africa sono gli stessi usati
dal Capitale esterno, i regimi corrotti, ad esempio. Quello che fa
impressione è che, in nome del capitale, si possa arrivare a trattare così
un popolo. Ero convinto che le situazioni limite fossero fenomeni come l'
apartheid in Sud Africa, ma purtroppo non c'è solo quello. La situazione non
è grave solo a Korococho: le previsioni ci dicono che nei prossimi 25 anni
dovrebbe vivere in città il 51% della popolazione e molto probabilmente si
verificherà che 400 milioni di persone vivranno in baraccopoli. Ed è proprio
questa la contraddizione più grossa: un mondo che sta sempre meglio, che ha
tutte le possibilità di risolvere i problemi, che potrebbe trasformarsi in
un paradiso terrestre, si sta invece trasformando in un inferno. D'altra
parte, però, la cosa più bella è che, nonostante tutta questa assurda
sofferenza, nonostante questo "Peccato", la gente continui ad avere una
voglia matta di esistere. Sopravvive in loro un senso di gioia, una fede in
Dio che non vacilla mai, che è superiore alla mia stessa fede. Io stesso
ogni tanto, di fronte alle atrocità ed alle brutture, mi chiedo dove sia
finito Dio. Questa povera gente mi ha regalato la sua più grande ed unica
ricchezza, mi ha donato la speranza e mi ha esortato a darmi da fare da
quest'altra parte del mondo.

I. - L'emigrazione quindi è l'effetto immediato di tutto questo. E' la
stessa gente che spesso poi è costretta ad emigrare, che arriva in Italia.
Ma una volta arrivati cosa succede?

P. ALEX - Qui trovano l'altra faccia della medaglia. Arrivando pensano di
trovare il paradiso, poi, guardandosi intorno, si rendono conto di che razza
di paradiso sia il nostro. Percepiscono e subiscono l'assenza di un senso di
comunità, la mancanza di accoglienza, il razzismo, il disprezzo nei loro
confronti, il disprezzo nei confronti della loro religione, delle loro
tradizioni culturali. Se africani, avvertono il luogo comune che non valgano
nulla, se albanesi il sospetto che siano delinquenti, e così via. Il nostro
è un ambiente freddo, dove c'è una forte disgregazione sociale e questo
elemento viene evidenziato dal confronto con popoli provenienti da società
cosiddette calde, con un forte senso della comunità, dove si dice "io sono
perché siamo". Queste donne e questi uomini arrivano qua e trovano una
società rigida, distaccata, incapace di accogliere.

I. - Alla base di questa incapacità o difficoltà di accogliere c'è forse un
problema culturale: si vive l'altro con diffidenza, quasi fosse causa di
impoverimento e non di arricchimento. Probabilmente sarebbe necessario
"imparare ad imparare", come tu stesso ed il prof. Cassano, l'altra sera
dicevate. Diventa quindi importante mettere in discussione le nostre
presunte certezze.

P. ALEX - Esistono diverse sfaccettature in questo discorso.chiaramente in
questo nostro atteggiamento vi è un pensiero di pretesa superiorità
culturale, religiosa.

I. - Da qui il discorso sull'"impero" che hai citato questa sera.

P. ALEX - E' questo, infatti, il fondamento del pensiero imperialista,
colonialista e neocolonialista.

I. - Neocolonialismo non solo economico, quindi, ma anche culturale.

P. ALEX - Certamente. Pensiamo che la nostra sia "La Civiltà" e che siamo in
diritto/dovere di esportarla. Questo discorso vale anche per la religione.
Non sappiamo che farcene della religione dell'altro, abbiamo la Vera
religione. Bisognerebbe invece capire, come diceva Claverie, vescovo ucciso
in Algeria, che "ho bisogno della verità dell'altro". Questo è il discorso
più importante, che è poi quello che sosteneva il vostro Don Tonino Bello,
che definiva tutto questo"la convivialità delle differenze". Se vogliamo
vivere in un mondo globalizzato, dobbiamo capire e fare nostro questo
discorso: o impariamo a far tesoro delle ricchezze che gli altri ci offrono,
o sarà inconcepibile pensare ad un modello di questo tipo.

I. - In questo senso il ruolo della Chiesa diventa quindi fondamentale.
Dovrebbe essere "naturalmente" il luogo dell'accoglienza. Non a caso nel
Salento, terra di frontiera per eccellenza, ad occuparsi di accoglienza sono
state, insieme alle reti sociali, le strutture religiose. Sembra però che
alla fine qualcosa non abbia funzionato come doveva.

P. ALEX - Io penso che alle strutture religiose bisogna dare atto, perché
hanno lavorato davvero molto. C'è anche da dire, tuttavia, che come Chiesa
ci troviamo molto handicappati nel confronto con gli altri, con le altre
religioni, con le altre chiese, perché anche noi siamo prigionieri di
"schemi imperiali", di questa visione che noi si sia i possessori della
"Filosofia", della "Teologia". Prigionieri di una incapacità, come già detto
con Cassano, di ridimensionarsi. Bisognerebbe, ad esempio, accettare che noi
siamo la Chiesa d'occidente, ma che esiste - ed ha pari dignità e pari
diritti - un patriarcato in Africa, con una propria liturgia e un diritto
canonico. Questo perché un conto è la fede in Dio, un conto è il modo di
esprimerla: questo deve essere sempre in relazione ai contesti culturali nei
quali si muove. Un esempio di grosso pregiudizio è la visione che una parte
del mondo cattolico ha dell'Islam.

I. - Dopo l'11 settembre la situazione poi è esplosa.l'Islam è diventato il
demonio.

P. ALEX - Esatto. La Chiesa non ha ancora fatto i conti con le altre
religioni, vedi le prese di posizione di Ratzinger, che non sono altro che
il segnale di quella difficoltà di rapportarci di cui parlavo. Siamo
convocati a fare dei salti di qualità culturali e religiosi che richiedono
davvero molto impegno.

I. - I salti antropologici di cui parlavi?

P. ALEX - Questa è un'altra cosa ancora. Quello che chiedo alla mia Chiesa -
perchè io mi sento profondamente cattolico - è di avere il coraggio di
aiutare i cattolici, ed i cittadini in generale, a fare un grosso salto in
termini di reinterpretazione in chiave cristiana dell'economia. Vorrei si
incominciasse, ad esempio, a legare Vangelo ed economia, Vangelo e
riconciliazione, Vangelo e pace, Vangelo e armi. Questi sono tutti ambiti in
cui la Chiesa deve avere un ruolo profetico, per arrivare a fare quel "salto
planetario" di cui parlava Balducci. Così come per la nascita dell'homo
sapiens è stato necessario effettuare uno scatto, storico ed antropologico,
in avanti, oppure nelle società primitive è stato necessario creare il tabù
dell'incesto, per evitare che questa pratica continuasse a far danni, allo
stesso modo sarebbe il caso di mettere al bando quegli elementi che stanno
provocando danni inimmaginabili all'umanità (le guerre ad esempio).

I.- A proposito di scelte coraggiose della Chiesa e di apertura all'altro,
mi viene in mente il caso dei comboniani che per primi, almeno qui nel
Salento, hanno aperto ad altre religioni, offrendo addirittura agli
immigrati mussulmani un loro spazio per pregare.

P. ALEX - Si, infatti. Spero che i comboniani continuino a perseguire questo
atteggiamento, anche perché, pur essendo a volte critico rispetto alla mia
stessa famiglia, le sono personalmente grato perché, insieme a lei, ho
potuto fare tutto questo.

I. - Non mi sembra però che i rapporti tra i comboniani e i rappresentanti
della Chiesa locale siano particolarmente distesi.

P. ALEX - .

I. - Se pur mai esplicitata, è stata evidente la differente posizione, tra
il Vescovo ed alcune parti del mondo cattolico, sull'opportunità, all'
occorrenza, di difendere le coste con le armi.

P. ALEX - Questo non lo so. E' stata una questione locale rispetto alla
quale non mi sento di dir nulla, visto che mi mancano alcuni elementi.

I. - Si ha volte la sensazione, però, che l'immigrazione sia diventato un
business. Per tutti.

P. ALEX - E' vero. Bisogna stare particolarmente attenti. E' per questo che
credo che al di là delle strutture di accoglienza, quello che conta sia ciò
che avviene nelle comunità locali. Nella società civile e nelle comunità
cattoliche è necessario imparare a considerare e ad accogliere questa gente
come soggetto di diritto. E' questa la tragedia della legge Fini-Bossi: non
accetta questo discorso e pensa gli immigrati solo come forza lavoro
funzionale al capitale. Si dovrebbe invece imparare da queste persone, dar
loro degli spazi dove poter raccontare le loro storie, i loro vissuti, la
loro cultura, la loro musica, la loro esperienza religiosa. E' questa la
vera ricchezza. Solo così si potrà uscire dalla logica distorta del business
ed entrare nella logica dell'accoglienza, nella logica gioiosa dell'
esistenza.

I. - Infatti ci si chiede come mai tutto il mondo cattolico non sia insorto
di fronte ad una legge come la Bossi-Fini.

P. ALEX - Si, questa è un'enorme contraddizione. E la cosa più grave è
proprio che non la si percepisca come tale. Mi chiedo come si sia potuti
passare ad essere da popolo che aveva un certo senso della legalità e del
diritto, a popolo che esprime una legge del genere; è importante ricordare,
infatti, che questa legge non è solo il prodotto dei suoi firmatari, ma
diventa espressione di popolo, in barba al concetto umanitario di
accoglienza, al rispetto della dignità umana e alla nostra tradizione di
emigranti. Penso a quando negli Stati Uniti d'America ci additavano come
meridionali, come mafiosi ecc.

I. - Un popolo che ha subìto il razzismo, diventa a sua volta razzista.

P. ALEX - Nel giro poi di 40 - 50 anni.

I. - Anche meno se pensiamo all'immigrazione del popolo albanese: appena
arriva in Italia, nel '90, era il popolo derelitto, vittima della barbarie
socialista, accolto dalle generose e materne braccia del capitalismo
occidentale e nel giro di 10 anni si afferma ad un solido secondo posto
nella scala delle intolleranze. Nell'immaginario collettivo passa da popolo
di bisognosi a popolo di delinquenti.

P. ALEX - Infatti. Da tutto questo si può uscire solo imparando a mettersi
in discussione. A partire dalle proprie certezze. Io stesso, al cospetto di
tanta sofferenza umana mi sono più volte chiesto come può Dio permettere
tutto questo e ho incominciato a pormi il problema di ripensare al concetto
stesso di Dio. Mi rifaccio a Lévinas - famoso filosofo, passato per i campi
di concentramento di Stalin e di Hitler - che parla di Dio come colui che
genera. Come una donna, come una madre, genera un uomo libero che, come
tale, sbaglia. Come una madre può anche generare un figlio malato che,
nonostante tutti i tentativi di salvezza, alla fine gli morirà tra le
braccia.. D'altra parte basta guardare la storia del secolo scorso per
rendersi conto della sofferenza: è una storia di genocidi, di massacri; di
fronte a tutto ciò, Dio non può essere che straziato. Non un Dio da
smiracolino quindi, proprio perché rispetta la libertà dell'uomo. Ma un Dio
che perde la sua onnipotenza, un Dio che nello sguardo ha tanta tenerezza
per le sue creature. Uno Spirito (che tra l'altro in ebraico è una parola
femminile) di passione, da cui dovrebbe partire l'input, per gli uomini e
per le donne, di tentare di costruire un mondo dove vivere meglio, come
figli di Dio. Insomma è necessario parlare di Dio a partire dalla realtà.

I. - La riscoperta di uno spiritualismo antico, da parte degli uomini e
delle donne, sembra essere la strada.

P. ALEX - Soprattutto delle donne! Il sistema oggi è profondamente
patriarcale e maschilista. L'alternativa si giocherà proprio nel ritrovare
una tenerezza femminile.

I. - Che non è quindi da ricercarsi in un modello manageriale di donna che
ripropone il peggior modello maschile.

P. ALEX - Assolutamente no. E' per questo che Cassano (nell'incontro all'
università n.d.r.) denunciava come un certo femminismo stia diventando
funzionale alla logica imperialista della superiorità culturale. In nome
dell'esportazione dei processi di liberazione, infatti, si passa sopra il
principio inalienabile dell'autodeterminazione delle donne, dei popoli.

I. - Grazie, padre Alex. Grazie veramente.