Re: [Hackmeeting] (senza oggetto)

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Autor: Sigmund Baginov
Data:  
Para: hackmeeting
Asunto: Re: [Hackmeeting] (senza oggetto)
On Tuesday 24 March 2009 10:33:48 mina wrote:
> vabeh non quoto e vi dico la mia.
> personalmente detesto tutto quanto è:
> sulle donne (tm)
> per le donne (tm)
> con al centro le donne (tm)


Ma non credi che un gruppo di persone che si identificano in qualcosa
(l'essere donne, gay, lesbiche, neri, atei, ...) sia libero di
ritrovarsi tra X, per X per parlare di X? Spesso i problemi, i vissuti,
le difficolta' di un gruppo di persone che condivide determinate
caratteristiche sono simili e spesso e' piu' facile chiedere aiuto e
confrontarsi tra persone con lo stesso vissuto. Non ci vedo nulla di
male in questo. E' un momento di separatismo (che non e' necessariamente
solo femminile) che puo' aiutare le persone ad aprirsi piu' facilmente e
a confrontarsi con chi determinate esperienze le ha gia' vissute o le
puo' capire piu' facilmente.

> trovo che negli ultimi anni al contrario (e qui do ragione a necosi)
> ci sia una tale supervalutazione di molti atteggiamenti attribuite
> alle donne che non si fa una piega se in un film una donna mena,
> stupra o semplicemente tratta di merda un maschio.
> e questo esiste anche nella realtà esattamente come esistono le
> violenze sulle donne etc etc etc.


Ovviamente esiste anche questo ma mi interesserebbe capire in quali
proporzioni. La violenza domestica maschile sulle donne e' una costante
quotidiana facilmente rilevabile e monitorabile cosi' come gli stupri
sulle donne, gli omicidi, le violenze psicologiche, il mobbing sul posto
di lavoro e molto altro. Ovviaemente esiste anche l'inverso (donne che
usano violenza fisica o psicologica o denigratoria e infamante su uomini)
e anche sfumature piu' sottili (donne che usano violenza su donne). Ma
c'e' una costante nei femminicidi e nella violenza sulle donne che non
riesco a rilevare negli altri casi.

Cito da un interessante dossier sul tema scaricabile qui
http://files.giuristidemocratici.it/giuristi/Zfiles/20061005165857.pdf

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Parlare di femminicidio implica guardare in faccia alla realtà, e
chiamare le cose con il proprio nome, ponendo l’attenzione non sul
carnefice e sui suoi problemi, ma sulla vittima, che è sempre la donna.
Parlando di femminicidio si vuole includere in un’unica sfera
semantica di significato ogni pratica sociale violenta fisicamente o
psicologicamente, che attenta all'integrità, allo sviluppo psico-
fisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di
annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o
psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei
casi peggiori.
Questo perché la violenza sulle donne può manifestarsi in forme
molteplici, più o meno crudeli, più o meno subdole, e non è detto che
lasci sempre marchi visibili sul corpo.
Cionondimeno, in qualsiasi forma venga esercitata, la violenza
rappresenta sempre l’esercizio di un potere che tende a negare la
personalità della donna: brutalizzando il suo corpo o la sua anima si
afferma il dominio su di essa, rendendola oggetto di potere la si priva
della sua soggettività .
Il femminicidio quindi è un fatto sociale: la donna viene uccisa in
quanto donna, o perché non è la donna che l’uomo o la società
vorrebbero che fosse.
Questo, nonostante la cronaca veda crescere incessantemente e a
dismisura il numero di donne vittime di violenza, è difficile da
concepire, da ammettere, da razionalizzare, da accettare, in una società
democratica, “civilizzata” e culturalmente avanzata come la nostra,
dove le “questioni affettive, familiari e di coppia” vengono relegate a
una dimensione privata: tuttavia è una realtà innegabile che oggi
molte donne subiscano violenza solo perché donne.
La violenza di genere, perlopiù in ambito familiare, è dunque una
realtà statisticamente provata, ma non salta immediatamente agli
occhi come tale, più spesso si parla infatti di stupri, violenza
sessuale, molestie, maternità forzata, incesto, ed il panorama si fa
variegato, non si coglie l’essenza comune di tutti questi reati: da qui
la necessità di parlare di femminicidio, per infrangere un tabù ed
affrontare seriamente il problema.
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> mi ricordo perfettamente il mio collettivo femminista ai tempi del
> liceo che menà di brutto un tizio accusato di violenza sessuale da
> una compagna, la comagna in questione quando venne fuori che era una
> balla si becco semplicemente una reprimenda, in quanto donna.


E questo e' sicuramente sbagliato (oltre che estremamente dannoso per la
"causa"). Cosi' come e' estremamente dannoso per "la causa" ogni
comportamento giustificante e tollerante nei confronti di chi accusa
persone di cose infamanti (stupri per esempio) che non ha compiuto.

Ma questo non deve essere portato alle sue estreme conseguenze: diffidare
a priori di una donna che sostiene di avere subito una stupro (cosa che
avviene nella maggior parte dei casi in cui una donna lo dichiara
pubblicamente) significa spesso e volentieri ferirla ancora di piu'. Una
persona che ha subito una violenza fisica si trova a doversi scontrare
con una violenza psicologica fortissima in una comunita' che rifiuta di
crederle a priori.

Se un uomo si presenta con ferite e dice di essere stato picchiato dai
nazi nessuno lo mette in dubbio a priori sostenendo che invece se le e'
fatte da solo per attirare l'attenzione (cosa che comunque, seppure di
rado, puo' succedere).

Se invece una donna sostiene di essere stata stuprata da un conoscente
la prima domanda che le viene posta e' "sei sicura?" seguita da "ma non
e' che lo hai provocato?".

La differenza di reazione sociale e' evidente e immediata. Bisogna
riuscire a trovare i modi per conciliare queste due esigenze: credere e
dare aiuto ad una donna che sostiene di essere stata stuprata e capire i
rari casi in cui una persona si inventa tutto. E' una cosa difficile e
delicata che non puo' essere liquidata con una battuta, una
generalizzazione o una formula pre-confezionata ma che va affrontata con
delicatezza e caso per caso.

SiBa

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