[ Flynets-Lab ] Open: miliardi di ragioni

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Author: Flynets HACKtivist Newsletter
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To: Flynets Lab
Subject: [ Flynets-Lab ] Open: miliardi di ragioni
Più precisamente, cinque Open: miliardi di ragioni
<http://www.apogeonline.com/webzine/2015/10/05/open-miliardi-di-ragioni>

di Simone Aliprandi
<http://www.apogeonline.com/webzine/autore/simone-aliprandi>

Poca cultura generale sul software open e confusione con il software
gratis. Eppure c’è un valore, concreto, che è stato calcolato.

Per far imbestialire un fan del software libero ditegli qualcosa che
sottenda l’equazione *open source = gratuito*; ancora peggio, parlate di un
progetto open come della versione per i poveri di un noto applicativo
commerciale.

Abbiamo già visto nelle scorse settimane come siano cresciute le aziende IT
(anche nomi di grande richiamo come IBM)
<http://www.apogeonline.com/webzine/2015/09/08/linux-formato-business> che
stanno giocando buona parte del loro business proprio sull’open source. Non
molte settimane fa il nono report annuale The Future of Open Source
<https://www.blackducksoftware.com/future-of-open-source> aveva rivelato
che ben il 78 percento delle aziende interpellate utilizza completamente o
parzialmente software open source per la propria attività. Mentre
addirittura il 93 percento dichiara che l’utilizzo di software open source
all’interno dell’azienda è aumentato
<https://www.slideshare.net/blackducksoftware/2015-future-of-open-source-survey-results>
o quantomeno rimasto costante nell’ultimo anno.

Dati che indubbiamente ci invitano a non trattare il software open source
come un fenomeno di nicchia, ma a considerarlo sempre più una componente
fondamentale dell’economica odierna, fortemente basata sulla tecnologia. Se
ci pensate, anche il tanto discusso scandalo Dieselgate
<http://www.motori24.ilsole24ore.com/Industria-Protagonisti/2015/09/Dieselgate-analisi.php>
è tutta una questione di software, ovviamente proprietario e closed source
(come spiega un ottimo articolo
<http://www.mysolutionpost.it/blogs/it-law/piana/2015/09/dieselgate-volkswagen.aspx>
dell’amico Carlo Piana).

Ma qual è di preciso il peso economico che ha l’open source in generale?
Difficile, anzi difficilissimo misurarlo. Ci ha però provato la Linux
Foundation cercando di fare qualche analisi quantitativa. Nei giorni scorsi
la fondazione ha infatti diffuso un altro interessante report
<http://www.linuxfoundation.org/publications/linux-foundation/estimating-total-development-cost-linux-foundation-collaborative-projects>
intitolato A $5 Billion Value: Estimating the Total Development Cost of
Linux Foundation’s Collaborative Projects
<http://aliprandi.blogspot.it/2015/10/economic-value-open-source-linux-foundation.html>,
che si poneva l’obbiettivo di rispondere a due quesiti.

Quale sarebbe il costo monetario della ricostruzione o dello sviluppo del
software presente nei progetti collaborativi della Linux Foundation se
un’organizzazione dovesse mettersi a crearlo da zero? Quale valore in
termini di ricerca e sviluppo ricevono le persone che utilizzano questi
progetti?

E a parte questo costo, qual è il valore in termini di collaborazione che
si ottiene dall’uso che le aziende commerciali fanno di questo codice
aperto nei loro prodotti (e dal loro lavoro sui progetti relativi per
migliorarne e arricchirne il codice)? In sintesi, qual è la capacità di
accelerazione dell’ecosistema inerente a questi progetti?

Un obiettivo di ricerca davvero ambizioso. I risultati sono riassunti in
una tabella che ci spiega come sia stata ottenuta la cifra impressionante
di *cinque miliardi di dollari,* corrispondente appunto al valore economico
di tutte le righe di codice dei vari progetti presi in considerazione.
[image: Quanto vale il software libero]
<http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2015/10/tabella-linux-5billions.png>

Il software libero è un volano importante per l’economia e pesa per valori
notevoli.

Dati interessanti più che altro di valore simbolico, per stimolare la
riflessione più che fornire verità assolute e inattaccabili. Bisogna
infatti tenere presente che il calcolo è stato effettuato sui progetti
gestiti dalla Linux Foundation, ovviamente comprendenti solo una parte del
software open source al mondo, anche se una discreta fetta.

Lasciando ad una lettura più approfondita del documento per la comprensione
della metodologia applicata e per l’approfondimento delle rilevazioni
effettuate, possiamo segnalare una suggestiva conclusione tratta dagli
autori della ricerca, Jeff Licquia e Amanda McPherson.

Dunque che cosa “dimostra” lo studio? È sempre una risposta soggettiva; e
noi siamo i primi ad ammettere i limiti di questi tipi di analisi. Ma noi
pensiamo sia chiaro che la complessità presente nel software dei giorni
nostri richiede un investimento economico difficilmente sostenibile da una
singola società, da sola. Dal cloud computing ai nuovi modi di sviluppo e
la distribuzione di applicazioni, il futuro della programmazione
informatica è aperto e collaborativo. E di questo noi – e gli utenti –
siamo grati.

Non posso trattenermi da un’ultima nota pedante. Il report non riporta
alcuna annotazione sul copyright e nessun richiamo ad una licenza libera;
solo andando a spulciare i termini d’uso generali del sito si legge che
tutti i contenuti pubblicati nel sito sono da intedere come rilasciati con
licenza CC by 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0/it/> (e
dunque deduco che valga anche per questo report). Tuttavia, per scaricare
il file è necessario prima fornire i propri dati. Ce n’era davvero bisogno?

*Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribution –
Share Alike 4.0. <http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/>*
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A Presto
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