[lowCoast] questo non è uno sciopero

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Author: purusa
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To: neurogreen, precog, lowcoast
Subject: [lowCoast] questo non è uno sciopero
dal blog
questo non è uno sciopero
http://scioperoirreversibile.noblogs.org/post/2011/03/01/desert-guerrilla-su-network-socialismi-e-insurrezioni/

Scorrendo i commenti più o meno autorevoli sull’insurrezione in corso
nei paesi del Maghreb, tra le reazioni maggiormente diffuse troviamo
quella che consiste nello stupirsi positivamente del fatto che
Internet e i vari apparati teconologici che vi sono connessi abbiano
potuto svolgere un ruolo nelle sollevazioni in Tunisia e in Egitto.
Noi ci stupiamo dello stupore, se ci passate il gioco di parole. E i
gridolini di entusiasmo dei devoti del socialismo dei flussi
capital-governamentali (libera traduzione dell’ideologia del social
network) che scrivono su Il Manifesto o su La Repubblica ci appaiono
volta a volta o stupidi oppure in malafede. Per non parlare del misto
di crassa ignoranza e cattivissima fede di molti media che ambiscono a
influenzare i “movimenti”.
Tutti sanno quali sono le origini della Rete. Essa non nasce in
qualche recondito anfratto in cui si era rifugiata l’ultima comunità
hippie-libertaria degli USA e nemmeno come mero strumento economico
susseguente alla controrivoluzione neoliberale. Internet nasce nei
laboratori dell’esercito americano come approntamento di una macchina
da guerra adeguata ai flussi deterritorializzanti della
globalizzazione rampante e ai campi di battaglia nomadici che si
annunciavano con fragore alla fine del secondo millennio. La Rete,
dunque, prima di ogni altra cosa nasce come un’arma che si installa
pesantemente dentro quella che è corretto chiamare “guerra civile
planetaria”, una macchina da guerra che permette di mantenere la
comunicazione tra i combattenti anche quando le normali vie di
comunicazione sono distrutte o impraticabili, non solo, essa si è
sviluppata sempre più come parte dell’armamentario
controinsurrezionale che fa leva sul dare o nascondere notizie, sul
mostrare o no delle immagini, sull’intossicazione delle informazioni e
così via. La hanno anche chiamata Netwar. E lo è rimasta ovviamente,
una macchina da guerra, anche nei suoi sviluppi ulteriori e
apparentemente difformi che si sono installati in quanto megafabbrica
globale del capitale cosiddetto cognitivo. La produzione e il
formattaggio delle soggettività permesso dai dispositivi cibernetici à
la Facebook cosa altro può essere se non una strategia di guerra
disposta contro ogni presenza ingovernabile?
In ogni caso, siccome rimaniamo ben convinti che l’economia sia una
politica e che la politica sia la continuazione della guerra con altri
mezzi, non ci meravigliamo affatto che in uno degli apici della crisi
globale della governamentalità la macchina da guerra cibernetica sia
stata appropriata, deviata e profanata dalle forze insurrezionali. Il
fatto che Internet e le sue differenti modalità cibernetiche di
disporsi dentro e sul mondo possano essere state utilizzate dagli
insorti del Mediterraneo non ha nulla di stupefacente: da sempre i
ribelli vanno a prendersi le armi là dove sono e dal saccheggio di una
santabarbara piena di fucili a quello dei social network passa solo
una differenza di grado. D’altra parte la stessa guerriglia irakena ne
ha già fatto buon uso nel conflitto asimmetrico che la oppone alle
forze imperiali. Il fatto invece che in Occidente i “movimenti
sociali”, sino ad ora, non siano stati in grado quasi mai di
utilizzare Internet se non come luogo di formazione di opinione
pubblica ci parla più della loro scarsissima capacità di pensare
strategicamente che di altro. Ci parla dell’impotenza dei movimenti
sociali che si vogliono mantenere sempre al di qua dell’insurrezione.
Purtroppo per i suoi miserabili tattici – e per la fortuna dei
movimenti – siamo gia al di là…
Se dunque vi è una prima lezione da prendere rispetto all’uso delle
tecnologie informatiche da parte delle insurrezioni mediterranee, essa
consiste in ciò: Internet e ogni dispositivo cibernetico non ha alcuna
valenza intrinseca in termini “liberatori” , ne ha invece una pratica
che è quella di essere un’arma del nemico momentaneamente espropriata
dai ribelli.
La seconda lezione è semplicemente la conferma di una intuizione
strategica già acquisita dalle lotte metropolitane degli ultimi anni:
il conflitto morde se colpisce la governance capitalistico-cibernetica
nella sua dinamica essenziale, ovvero sulla circolazione dei flussi. I
flussi, bloccati o distrutti, siano essi consistenti in merci
materiali o in informazione, sono del tutto equivalenti. Se il
capitalismo tende a sopprimere o a diminuire il più possibile il tempo
di produzione di un “oggetto” qualsiasi – che sia ad esempio la durata
del gesto di un operaio in fabbrica o di una speculazione finanziaria
o quella di una notizia “sensibile” – tramite l’iperaccelerazione del
lavoro macchinico o della circolazione nei flussi, le rivolte efficaci
sono quelle che riescono non solo a rallentare le macchine o bloccare
i flussi, ma a imporre una vera temporalità alle cose e al mondo.
Durata piena e abitata contro tempo omogeneo e vuoto, temporalità
autonoma contro calendario cibernetico, tempo estatico contro presenza
costante, sono tutte declinazioni dell’insurrezione al tempo del
crollo della civiltà occidentale.
D’altra parte il blocco dei flussi in quelle terre non è cosa nuova:
quando T.E. Lawrence ci narra della guerriglia degli arabi contro i
turchi, all’inizio del ’900, mette al centro esattamente la capacità
vincente della guerriglia a colpire non le istituzioni in quanto tali
bensì i suoi canali di comunicazione e rifornimento. La terza lezione
è anch’essa implicita in ciascuno dei conflitti che hanno punteggiato
gli ultimi dieci anni: se il governo ha come mezzo della sua
riproducibilità la prevedibilità degli eventi, dunque la loro messa in
sicurezza preventiva, ogni rottura nelle maglie degli strumenti con i
quali esso provvede a questa opera di securizzazione (e Internet e i
suoi derivati ne sono la spina dorsale) deve voler dire l’apertura di
un possibile, di un aleatorio che sia incatturabile dagli apparati del
governo almeno per un lasso di tempo sufficiente, e che anzi produca
una specie di contro-panico, di una paura ritorta verso coloro che ne
hanno fatto il principale instrumentum regni.
Non c’è nulla di più inpanicante per il potere che delle immagini di
rivolta che improvvisamente fuoriescono dal recinto del prevedibile
per divenire contagio. Nulla di più pericolosamente pauroso della
potenza di risonanza dei gesti di insurrezione attraverso quei canali
che normalmente sono destinati a neutralizzarli fin nella coscienza.

1.continua (forse…)
istituto benjamenta

che ne pensate?
in allegato in omaggio (da mexvoi) il diagramma di Foucault disegnato
da Deleuze&moglie
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