[BAZ.letter] Mani tese e pugni chiusi

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Author: BAZ
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Subject: [BAZ.letter] Mani tese e pugni chiusi

BAZ-LETTER - La Newsletter della Bologna antagonista
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>>> Mani tese e pugni chiusi


Un approfondimento di Info Free Flow
http://www.infoaut.org/articolo/mani-tese-e-pugni-chiusi
http://infofreeflow.noblogs.org/post/2010/09/13/mani-tese-e-pugni-chiusi/

Sabato 11 settembre “Il Resto del Carlino” ha aperto l’edizione locale con
l’ennesimo scoop sensazionalistico della campagna “Diamoci una mano”
sull’emergenza writing. A dire la verità il concetto di scoop ha una
connotazione eccessivamente meritoria: “squallido” e “servizietto” sono
due termini che forse meglio si prestano per definire le paginette vergate
dalla “Torquemada de noantri” Federica Andolfi.

Il succo della notizia è questo: un cavaliere della rete solitario (ovvero
senza amici) che per comodità chiameremo “Federica Andolfi”, avrebbe
deciso di dare un senso alle sue grigie giornate (e sopratutto bianche
nottate), ricostruendo l’identità anagrafica di alcuni writer attivi sul
territorio bolognese. Tali informazioni sarebbero state impacchettate in
un dossier di 250 «elementi probanti in formato jpeg» (cioè 250 immagini
scaricate da Facebook, Flickr e Myspace), consegnato in questura dall’ex
forzanovista Daniele Corticelli, capobastone della temibile organizzazione
“Bologna Capitale”. Giunto in piazza Galilei sbracciando pur di dare al
suo oscuro partituncolo 20 righe di notorietà, davanti ai flash dei
fotografi (l’unico presente era quello della solita Federica Andolfi) ha
dichiarato con sfumati toni politologici: «Mo ‘sti cornuti li teniamo ben
per le palle. Noi cittadini di etnia bolognese vogliamo il sangue. Ora la
polizia sa chi sono e deve picchiare duro». E poi, a degno coronamento del
suo inappuntabile ragionamento, si è asciugato la bava alla bocca ed ha
fatto un bel rutto soddisfatto.

In attesa che il meritato Pulitzer venga attribuito a Federica non sembra
una cattiva idea quella di mettere i puntini sulle i, e chetare i bollenti
spiriti del popolino.

Prima di tutto quelli consegnati in questura non sono elementi probatori.
Tutt’al più rappresentano notizia di reato di fronte al quale il PM di
turno potrà intraprendere due strade: o aprire un’ indagine (consultandosi
con la postale sulla spendibilità del dossier consegnato e successivamente
ricominciando il lavoro da zero) o aprire gli scaffali dell’archivio e
riporre «lo sconcertante dossier» nella già voluminosa cartella presente
sotto la voce “cazzate”. Data la pressione mediatica di questi giorni non
è improbabile che un’indagine venga effettivamente aperta. A quel punto
tutto dipenderà dalla volontà persecutoria della procura di Bologna (che
sappiamo essere tra le più oberate di processi in Italia). Ma ci sono
buone motivazioni per ritenere che alla fine tutto potrebbe terminare con
un buco nell’acqua. Non tanto perché – come è facile immaginare – nutriamo
alcuna fiducia in un mitologico “buon senso” della magistratura (come
dimostra la persecuzione giudiziaria protratta nei confronti di Bros, uno
degli artisti più valenti del panorma meneghino ed italiano). Ciò che ci
spinge a propendere per questa ipotesi è il fatto che la cosiddetta
“obbligatorietà dell’azione penale” è solitamente oggetto di una
meticolosa valutazione, frutto di una proporzione tra aspettativa,
possibile risultato e costo delle indagini. E da questo punto di vista la
manipolabilità delle informazioni in Internet non è certo d’aiuto.

Come è stato portato avanti il «lavoro di intelligence» di cui ha fatto
menzione il buon Corticelli? La fumosità dell’articolo del Carlino non ci
permette in alcun modo di comprenderlo ma, visto che di tecnologie e rete
qualcosina mastichiamo, ci sentiamo di azzardare un’ipotesi. Sempre che la
cosiddetta “spia della rete” esista, la sua opera non è nient’altro che
una delle espressioni più basse del data mining, ovvero di quell’attività,
che, portata avanti con diverse metodologie, estrapola dati presenti da un
insieme, li incrocia e tenta di dare loro senso e forma. Dal momento in
cui non si ha accesso a risorse particolarmente sensibili (come i log dei
server e gli indirizzi ip interessati) si tende invece ad utilizzare dati
pubblici (foto, rose di relazioni, profili, tag e dati exif sulle
fotografie pubblicate) che però non possono essere considerati a fini
penali come riscontri oggettivi, salvo si decida di mettere in campo
dispendiose perizie forensi, solitamente appaltate ad aziende private, cui
viene delegato il compito di produrre la prova con costi di migliaia di
euro al giorno. Si avete letto bene. Al giorno.

“Web 2.0” è sinonimo di user-generated-content: chiunque può apporre tag,
link e commenti sotto una foto. Se domani marcassimo con il tag del nostro
profilo Facebook le foto di alcuni dei murales incriminati (magari
facendolo anche solo per esprimere apprezzamento verso questa forma d’arte
o verso le crew che con la loro creatività ingrassano i muri felsinei)
dovremmo forse temere di essere schedati ed inquisiti come vandali e
danneggiatori del patrimonio pubblico?

A questa prima considerazione se ne possono aggiungere altre non
irrilevanti. Chi si guarda attorno quando cammina per strada, sa bene che
diversi dei writer citati nell’articolo di Andolfi non sono (purtroppo)
più attivi da diverso tempo. Inoltre sussiste un principio chiamato
“irretroattività dell’azione penale”. Dato che il writing rientra nella
categoria dei reati penalmente rilevanti da solo un anno, chi si
prenderebbe la briga di investire cifre cospicue per perseguire gli autori
di pezzi di 3-4-5 anni fa? In questo caso infatti quand’anche ne venisse
accertata la “colpevolezza” l’unico risultato ottenuto sarebbe una
sanzione amministrativa. Ad ogni modo, nella malaugurata ipotesi che
l’indagine prendesse davvero piede, sarebbero necessari mesi e mesi prima
di giungere a risultati tangibili. Infine per evitare il problema in
futuro, basterebbe prendere alcuni accorgimenti (come l’utilizzo di un
profilo falso, magari condiviso con degli amici) ed imparare a tutelare la
riservatezza dei propri dati con strumenti di crittografia ormai alla
portata di tutti. La carriera del fantomatico cacciatore di taglie,
immaginiamo iniziata sulle scoppiettanti note di "Fight for this love“, si
avvierebbe mestamente sul viale del tramonto con la sinfonia di “Requiem
for a dream” a fare da tappeto sonoro.

Ora però cambiamo discorso: non ci passa neanche per l’anticamera del
cervello di entrare nel falso dibattito “Writing si – Writing no – Writing
come – Meglio dargli da dipingere le serrande dei negozi del centro o i
cessi della stazione per farli stare buoni?”, e per quanto ci riguarda è
fuori discussione che le pene attualmente inflitte a chi viene sorpreso a
dipingere sono assolutamente spropositate e puzzano d’isteria collettiva.

Ci preme più sottolineare che, comunque vada a finire, sul piano
comunicativo-politico questa vicenda svolge almeno 3 funzioni.

Prima di tutto ha il chiaro obbiettivo di mettere sotto pressione la scena
del writing bolognese, gettandola nel tritacarne mediatico, mettendone
alcuni singoli esponenti alla berlina (magari esponendoli al pubblico
ludibrio, e lasciando che i commentatori del sito del Carlino si divertano
a divulgarne false credenziali come è successo qualche giorno fa) e
paventando a mezzo stampa un accerchiamento che non c’è: per questo scopo
si presta dunque alla perfezione l’immagine di un invisibile giustiziere
della notte che, raccogliendo dati nei loro confronti, consegna alla
polizia prove inconfutabili per metterli con le spalle al muro. Un
meccanismo d’indagine dalla dubbia efficacia legale come abbiamo visto
prima, ma sappiamo ormai bene come la dissimulazione e la creazione dei
fatti svolgano un ruolo di regolazione attiva sui territori nei confronti
dei tessuti sociali che li innervano (ed una conferma a questa tesi viene
data dalle parole di G.Tonelli, direttore generale dell’ASCOM che ha
dichiarato ieri al Carlino:«Speriamo che la nostra iniziativa — sottolinea
Tonelli — permetta di ottenere dei veri risarcimenti e, soprattutto,
spinga i graffittari a riflettere che la loro attività non è più permessa
né tollerata: se capiscono di essere seguiti, e che su di loro c’è della
pressione, forse è la volta buona che, come si sono cancellati da Facebook
e dagli altri siti Internet, si cancellino anche dai muri della città».

Inoltre è ormai chiaro come la saturazione dei media locali sulla
questione writing configuri lo spostamento dell’agenda setting su temi non
rilevanti: per settimane è stato l’unico argomento a tenere banco, nel
tentativo di coprire il vuoto di idee di una compagine politica cittadina
che, di fronte all’imminenza delle elezioni, ha avuto e sta avendo grosse
difficoltà, non solo ad esprimere un programma di governo, ma addirittura
un candidato condiviso! Il concetto di “degrado” appare ormai sempre più
come un magnete semantico che attira a se una cacofonia di concetti, per
uniformarli e subordinarli in un’unica prospettiva lessicale, dialettica e
politica. Così facendo si annullano problematicità, ricchezze e
complessità che emergono dalle contraddizioni della vita cittadina, e lo
svilimento di qualsiasi forma di dibattito (“Oh ma non li starai mica
difendendo vero? Attirano/Producono/Sono degrado!”) produce un comodo
paravento dietro cui l’inadeguatezza della rappresentanza nel formulare
proposte o escogitare soluzioni (che non siano le ruspe sul Reno o le
ronde dei city angels) può trasformarsi in un più convincente e meno
impegnativo spettacolino teatrale.

Infine è opinione di chi scrive che campagne lanciate dal Carlino come
“Diamoci una mano”, ottemperino ad uno specifico traguardo: la creazione
di comunità. Una comunità assediata e profondamente atomizzata, che
intuendo (ma non comprendendo) i profondi mutamenti verso cui la società
italiana si sta avviando, si sente rassicurata da una mobilitazione che
afferma la conservazione dei valori che fino a questo momento le sono
stati propri. Poco conta che questa mobilitazione si esaurisca nella
frustrazione delle chiacchiere da bar, affogata sul fondo di un bianchino
dopo otto ore passate al lavoro (quando va bene): essa è manifesta sulle
pagine dei quotidiani e dei media locali, fa sentire parte di un’entità
aleggiante ma allo stesso tempo evanescente, addita ciclicamente colpevoli
ed untori mentre le dita tese si spezzano nello sforzo. E come unico
risultato tangibile i cordoni della celere diventano una cornice blu che
avvolge il ritratto dell’Italia di oggi

A ben guardarla però questa comunità, fa davvero paura: formata da uno
nessuno e centomila, non la si trova nelle piazze che vorrebbe vuote e
silenziose, né per le strade che vorrebbe monocromatiche e sbiadite.
Tutt’al più se ne ravvisano le traccie in botteghe di legno umido
marcescente, nelle feste di partito ridotte a show room delle più infime
televendite e nelle segreterie di facoltà asettiche che sembrano sedi
periferiche del ministero dell’amore. Ne fanno parte ex-fascisti in cerca
di fama, alpini in licenza, “hacker” che fra un raccolto di scalogno nella
loro Farmville su Facebook ed un acquisto su e-bay giocano a fare i
piccoli fratelli per tenersi impegnati, anziane matrone dai capelli
cotonati e con un trucco troppo pesante sul volto che non parlano mai con
nessuno se non a fine mese quando suonano forte il campanello per
reclamare il pagamento dell’affitto, macellai isterici che nel perenne
momento dell’attesa assaggiano il sangue rimasto sul filo del coltellaccio
con cui hanno affettato la carne che venderanno in sovrapprezzo,
fruttivendoli islamofobici che invitano a tagliare le mani di artisti che
sono una delle espressioni più belle della nostra città.

Datevi pure una mano, ma fatelo tra di voi.

Noi preferiamo stringere i pugni: siano essi quelli dei writer che, col
tatto soffice dei loro polpastrelli su tappini e marker, schiaffeggiano il
volto sbiadito della città; quelli dei veri hacker che accarezzando
nervosamente le tastiere reinventano l’uso della rete o ne propongono uno
antagonista; quelli di chi, come accaduto la sera del 10 settembre, decide
di levarli belli alti, per rovinare la festa ai pifferai magici che, con
le loro corti dei miracoli, pretenderebbero di sfamarci a “panem et
circenses” mentre si ingozzano col nostro futuro.


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>> >> Tutti i lunedi alle 16 in via del Sostegnazzo 1

Assemblea del Collettivo Autonomo Studentesco (ore 14.30 pranzo sociale)

>> >> Tutti i lunedi alle 21 in via del Sostegnazzo 1

Assemblea del Laboratorio CRASH!

>> >> Tutti i martedì alle 16 in via Zamboni 38, aula studenti

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