Autor: Arighi Enzo Data: Para: Undisclosed-Recipient:; CC: lapanza, newglobalbusto, forumsaronnese Asunto: [ssf] L’iracheno del Partito Democratico:Banca Intesa-San Paolo.
L’Italia, a differenza di quanto sostiene Arturo Parisi, non ha alcuna possibilità di finire come l’Iraq. Cioè divisa tra gli sciiti ed i sunniti nostrani, ognuno padrone delle proprie banche, dei propri sindacati, delle proprie tv. E non può finirci per la semplice ragione che nel nostro Paese il processo di irachenizzazione si è già realizzato da tempo. Come spesso accade non abbiamo bisogno di imitare i modelli negativi stranieri. Siamo noi, semmai, che li inventiamo, sperimentiamo ed esportiamo. Salvo, poi, ipocritamente scoprire che stiamo imitando vizi stranieri di cui abbiamo la paternità. Parisi, dunque, sbaglia quando teme un futuro iracheno che di fatto rappresenta il nostro passato. Non è da oggi che i partiti hanno i loro sindacati e le loro televisioni. La novità è che adesso hanno anche le loro banche (o, forse, che le banche hanno i loro partiti). Ed il buffo è che chi predica contro questo fenomeno devastante per il corretto funzionamento della democrazia non è un personaggio estraneo alla irachenizzazione italiana ma uno dei principali artefici del fenomeno. Non solo perché, nelle vesti di principale collaboratore di Romano Prodi, è stato il primo a mettere i bastoni tra le ruote alla conquista della Bnl da parte dell’Unipol per sconfessare e svuotare di ogni concretezza la trionfalistica affermazione di Piero Fassino “finalmente abbiamo una banca!”. Ma soprattutto perché, sempre negli abiti del più stretto collaboratore del Presidente del Consiglio, non può non aver saputo e benedetto quella fusione tra Banca Intesa e San Paolo che consente oggi a Prodi, grazie allo stretto rapporto che lo lega a Giovanni Bazoli, di poter imitare il leader dei Ds e vantare di poter avere la principale banca italiana a propria disposizione.
Parisi, dunque, farebbe bene ad evitare di tirare in ballo paragoni imbarazzanti. E, se proprio volesse affrontare la questione della difficile gestazione del Partito Democratico, sarebbe meglio che si preoccupasse delle conseguenze che questa fusione “di grandi forze politiche che si iscrive alla stessa storia delle grandi fusioni economiche” è destinata a provocare sul panorama politico italiano. La prima di queste conseguenze è la inevitabile scissione dei Ds e la nascita di una sinistra antagonista unitaria tesa a sfondare elettoralmente il muro del dieci per cento ed a diventare, in termini di peso, la seconda forza politica del centro sinistra. Superiore alla Margherita ed uguale ai Ds se il processo del Partito Democratico dovesse concretizzarsi più tardi del previsto. Inferiore di poco al Pd se Prodi riuscisse effettivamente in tempi brevi a dare vita alla creatura ideata da Arturo Parisi. La seconda conseguenza è quella della scomposizione della Margherita stessa. La scelta dei Popolari di non venire prodizzati o socialdemocratizzati è simile a quella della sinistra Ds. Gli uni schizzeranno verso il centro, gli altri verso l’estrema sinistra. A conferma che la gestazione del Partito Democratico provoca una potente spinta centrifuga all’interno del centro sinistra senza determinare una analoga spinta centripeta uguale e contraria. E’ normale che a Parisi non importi un bel nulla di tutto ciò. Sciita o sunnita che sia, il collaboratore di Prodi calcola che fatta la banca, sia ora la volta del partito. Rigidamente prodian-bazoliano. Per durare più a lungo possibile a palazzo Chigi. E le scissioni della Margherita e dei Ds? Per Parisi non rappresentano alcun problema. Sono come i diecimila in esubero dalla fusione di Banca Intesa-San Paolo. A spasso. Come vuole la logica “del grande processo storico”.