[Gioia_per_Catania] Sonia Alfano vittima della ''normalizzaz…

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Author: gioia_per_catania
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To: gioiaxct
CC: gioia_per_catania
Subject: [Gioia_per_Catania] Sonia Alfano vittima della ''normalizzazione''
"Mamma promettimi che se ti tolgono la scorta non vai più ai processi
del nonno. Perché abbiamo bisogno della nostra mamma". Ha dieci anni la
figlia di Sonia Alfano e si fa portavoce dell'angoscia propria e delle
due sorelline. Sonia, funzionario della Protezione civile a Palermo, è
orfana di Beppe Alfano, giornalista barcellonese ucciso l'8 gennaio del
'93 da Cosa Nostra dopo aver scoperto il covo del boss catanese
Santapaola ed avere svelato gli intrecci tra mafia, affari e politica
nel Milazzese. Sonia non ha promesso. Ma ha il dovere di riflettere.

E al di là delle mai bastevoli note di solidarietà, noi che di volta in
volta ci siamo professati giornalisti impegnati, antimafiosi e
antifascisti dobbiamo riflettere. Perché la storia di Beppe Alfano è la
storia di un professore che si dedica al giornalismo d'inchiesta in
obbedienza al suo modo di essere fascista o post-fascista. Un uomo
probo che crede nel mito della destra popolare che non fa sconti a
mafiosi e malaffare. Poi scopre che invece a fare affari con Cosa
Nostra sono proprio alcuni di quelli che hanno condiviso con lui il
mito giovanile del fascista duro e puro, sprezzante alle lusinghe e
alle intimidazioni. In pochi anni quella di Alfano è una parabola
democratica, antifascista, antimafiosa. Un'opzione per la verità che
gli costerà la vita con pochi ma ben mirati colpi di pistola calibro
22. Un calibro letale solo nelle mani di un killer professionista.
Mettono a a tacere Beppe ma non la sua famiglia. Sonia, assunta dalla
Regione come parente di vittima della mafia, non si accontenta della
nicchia di sopravvivenza. Sonia fa una vita normale, intensa, come
funzionario e come donna. Si lega a un carabiniere e da questo rapporto
nascono tre bambine. Ma Sonia non tace. Non è una sopravvissuta che
frigna. A dieci anni dalla morte del padre mette sotto accusa la
magistratura che non scopre i mandanti veri del delitto, indica la
pista del covo dello "zio Filippo" (alias Nitto Santapaola) a venti
metri da casa loro, chiede lo scioglimento per infiltrazioni mafiose
del consiglio comunale di Barcellona. La sonnolenta provincia messinese
che sogna il Ponte tra due mafie (Cosa Nostra e 'Ndrangheta) si chiede
ma cosa vuole questa "picciotta"? Quest'anno giungono le prime minacce
e finalmente le viene concessa una scorta soft: un paio di finanzieri
su un'utilitaria.

Sonia lo vede come un segno d'attenzione e accetta
la scorta folklorica - con tanto di scritta GDF a caratteri cubitali
sull'auto in contrasto a qualunque regola di sicurezza oltre che di
buon senso - in attesa di tempi migliori. La vediamo accanto ai
candidati dell'Ulivo e a Rita Borsellino per una Sicilia e un'Italia
progressista e antimafiosa. L'Ulivo vince le elezioni nazionali e la
commissione provinciale prefettizia decide di toglierle la scorta.
Spiegano che tutte e tre le forze di polizia hanno relazionato
concordemente sull'inutilità di alcuna tutela a favore di Sonia Alfano.
Forse il ministro Giuliano Amato, cultore del senso dello stato e della
legalità, dovrebbe farsi spiegare con quale criterio vengono svolte
certe indagini e vengono assunte certe decisioni. Chi siede in queste
commissioni, chi svolge queste inchieste forse salta qualche passaggio.
Dimostra di non avere letto Falcone e Borsellino.

Dimostra di avere
un concetto della mafia che non è arretrato di dieci o vent'anni ma
almeno sessanta. Ci sembra di essere ricaduti ai tempi del primo
delitto di stato compiuto dagli sgherri della mafia di Raffadali per
coprire i potentati politici agrigentini. A quel 30 maggio del 1960 ad
Agrigento quando davanti casa cadde ucciso il commissario di pubblica
sicurezza Cataldo Tandoj insieme a un incolpevole giovane passante. La
prima pista seguita dagli stessi colleghi di Tandoj fu quella del
delitto passionale. Solo nel '64 finirono in manette i killer della
cosca di Raffadali. Certi commissari e certi investigatori farebbero
bene a rileggere le circostanze e i depistaggi di quell'omicidio. Ma se
vogliono scorgere un barlume di verità saltino a piè pari atti
processuali e scartoffie ministeriali. Se vogliono veramente capire
Sonia Alfano, riprendano in mano il più ambiguo e amaro tra i libri che
Leonardo Sciascia scrisse prendendo spunto dalla vicenda autentica del
commissario alpinista Cataldo Tandoj, dove ad ogni pausa, ad ogni
silenzio si svelano mille verità, ognuna meno comprensibile di quella
che segue.

Quel libro si chiama ancora: "A ciascuno il suo".


12/08/2006

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