[Gwa-firenze] Articolo da www.unita.it

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Author: Alessandra Daly
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Subject: [Gwa-firenze] Articolo da www.unita.it


Rapporto sui diritti globali 2005: un mondo più giusto è possibile
di Pasquale Colizzi

Aprire i diritti. Questa la filosofia del
"[url="http://www.dirittiglobali.it"]Rapporto sui diritti globali
2005[/url]", un compendio quanto mai esaustivo e voluminoso presentato dalla
casa editrice Ediesse (pp. 1390, 30 euro). Per il terzo anno consecutivo
CGIL, Arci, Antigone, Forum Ambientalista, Coordinamento nazionale comunità
di accoglienza, Legambiente si sono impegnati in un'opera che non trova pari
in nessun altro paese del mondo. C'è chi parla di diritti in termini
politici, sostenendo il diritto alla democrazia, chi in termini
economico-sociali, per ribadire la necessità di una minore sperequazione
delle condizioni di vita del pianeta. Nel Rapporto 2005 invece si cerca di
intersecarne i significati e aprire alla prospettiva di un'azione globale
per farli godere pienamente a tutti. Dalla loro compenetrazione infatti si
ricavano gli strumenti giusti per livellare le differenze e cercare la
migliore convivenza possibile. Il lavoro di quest'anno, come ha sottolineato
il curatore del progetto Sergio Segio, è dedicato a Tom Benettollo,
presidente dell'Arci e scomparso l'anno scorso poco dopo la presentazione
del Rapporto 2004. Fu lui che definì il libro come un «indicatore di
marcia», uno strumento utile per riflettere, discutere e trovare strumenti,
che dovrebbe trovare casa soprattutto negli ambienti della politica e avere
un posto d'onore nella "Fabbrica del progetto" di Prodi.

La pubblicazione è divisa in quattro grandi capitoli - dedicati ai diritti
economico-sindacali, ai diritti sociali, a quelli umani civili e politici e
a quelli globali ed ecologico-ambiantali - che cresce in numero di pagine e
introduce altri due importanti punti di vista sulla situazione attuale: il
diritto all'informazione e i diritti alle città. Il primo, che mai come
quest'anno ha assunto una drammatica attualità per via delle perdite subite
dagli operatori dei media, rappresenta un autentico apripista, strumento
necessario per la conquista degli altri diritti. Il secondo nasce dalla
volontà di illustrare il fenomeno del disagio abitativo: nella spesa di
protezione sociale l'Italia investe lo 0,1% del suo bilancio (fanalino di
coda n Europa dove la media è del 2%). Gli effetti sono devastanti ma
"invisibili": si prenda Milano, per esempio, dove quasi 8.000 migranti
vivono in aree dimesse. Una piccola città nella città, dove oltre al diritto
di cittadinanza vengono negati anche tutti i diritti fondamentali propri
della moltitudine dei "visibile".

<b>Diritti economico-sindacali</b>
Tocca al segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani fare un punto
sulla situazione in pieno svolgimento delle lotte sociali nel nostro paese.
La storia dei movimenti ha sempre conosciuto delle fasi di crescita,
maturazione, declino, immersione e poi emersione. Sintomatico è stato il
maggio francese, che durò lo spazio di poco più di un anno ma seminò
tantissimo in fatto di maturazione delle coscienze e avanzamento di
richieste legittime. È per questo che la conflittualità a cui abbiamo
assistito nel mondo della scuola e del lavoro, che dura da almeno tre o
quattro anni e sta conoscendo una fase di riprogrammazione degli obiettivi
deve essere motivo di orgoglio, per la sua longevità e l'importanza degli
obiettivi che si è prefissa. Perché portare all'attenzione dell'opinione
pubblica i problemi di cui soffre il paese è un'azione che serve a preparare
e rafforzare la lotta comune.

Nella parte dedicata al mercato del lavoro viene fuori un'immagine
dell'Italia in piena sofferenza, un vero e proprio miracolo economico "alla
rovescia". Perché se tra il 2002 e il 2003 galleggiavamo in una fase di
stagnazione, oggi siamo in piena recessione. Con un paradosso tipicamente
italiano: l'occupazione cresce. In realtà si tratta di lavori
qualitativamente scadenti, che trovano spazio nei servizi, e sono precari
nelle forme e nei salari. Eppure il "falso movimento" della nostra economia
adesso non può più essere nascosto. Perché la disoccupazione attestata
all'8% dipende anche da un altro fattore: la significativa regolarizzazione
del lavoro immigrato. Lavoro che già c'era.

Alla fine dell'anno scorso le persone in cerca di un'occupazione sono
cresciute di quasi il 3% . Ma diminuisce drasticamente tra le donne, specie
nel mezzogiorno, dove si registra un calo del 7,6%. Meno persone in cerca di
lavoro è un indice positivo? No, è drammatico, perché non allude a chi
un'attività da svolgere l'ha trovata ma piuttosto a coloro che hanno proprio
rinunciato a trovarlo. Seppellendo per sempre la speranza di farcela in un
mercato più liberalizzato e più precaro.

Crescono le disuguaglianza nel mondo e l'Italia non inverte la tendenza. La
FAO parla di 852 milioni di persone sottoalimentate nel mondo. Il nostro
paese detiene il record di povertà infantile in Europa: sono 1,7 milioni i
bambini che non hanno di che vivere, con una crescita negli ultimi dieci
anni del 2,6%. Sempre di più assomigliamo a un paese sud-americano, con
tante risorse ma distribuite in modo assolutamente iniquo. La metà delle
ricchezze familiari è detenuta dal 10% della popolazione, mentre la metà
delle famiglie possiede solo il 10% della ricchezza. Mediamente, una
famiglia molto ricca lo è 80 volte di più di una povera. I dati della Banca
d'Italia raccontano di una condizione di povertà che è come un piano
inclinato da cui è difficilissimo risalire e in cui si va sempre più a
fondo. La percentuale di coloro che, partiti da una fascia reddituale bassa,
continuano a ristagnarvi, è passata dal 62,8% - tra il '91 e il '93 - al 71%
fino al 2002. Cresce dal 62% al 70% la percentuale di chi, da molto ricco è
diventato ulteriormente ricco. Tutto questo mentre si spinge sempre di più
sugli effetti positivi del libero mecato, le cui virtù sono ancora tutte da
dimostrare.

<b>Diritti sociali</b>
L'Italia ha bisogno di un nuovo Patto sociale, che ridiscuta i termini del
lavoro, del welfare, della sanità, della convivenza nel paese. Circa il 10%
delle famiglie della penisola vive in condizioni di povertà relativa, quasi
l'8% si trova sulla soglia, con un piede dentro e uno fuori da questo limbo.
Soffre di più chi ha 3 o più figli piccoli, chi vive al sud e chi ha un
livello d'istruzione basso. Dal 2002 al 2004 sono cresciute del 7% le
sofferenze bancarie del credito a consumo: gli italiani si indebitano,
specie al centro e al sud, per poter tirare avanti.

In una condizione di assoluta insicurezza il governo ha tagliato i
trasferimenti agli enti locali di più del 3% (ma il 70% è concentrato al
sud): significa che a fronte di circa il 50% dei comuni capoluogo che sono
riusciti con scelte di bilancio a mantenere invariata la spesa sociale,
tutti gli altro hanno dovuto tagliare o indebitarsi.

Una questione che è un nervo scoperto resta quella delle carceri. Il sistema
vive di contraddizioni stridenti, che annullano la massima fondante dello
stato di diritto che recita "legge uguale per tutti". A fronte di un
altissimo numero di cause andate in prescrizione per la lentezza del nostro
sistema giudiziario (e spesso per i magheggi di chi può permettersi buoni
avvocati), resta drammaticamente alto il sovraffollamento negli istituti di
pena. Un esempio può assumere le fattezze di metafora per descrivere
l'intero sistema: il disegno di legge Cirielli-Vitali, detto anche
"salva-Previti". La proposta di legge ancora all'esame delle Camere vorrebbe
introdurre un meccanismo di abbassamento dei tempi di prescrizione, aprendo
una corsia privilegiata all'impunità per chi ha mezzi tecnici ed economici.
Mano pesante invece si vorrebbe usare per i recidivi, che per una questione
di tara sociale difficile da superare con il solo strumento del carcere,
riguarda soprattutto tossicodipendenti e migranti senza mezzi.

<b>Diritti umani, civili e politici</b>
Quello trascorso è stato un anno nero per l'informazione e chi lavora per
diffonderla. Peggiore persino del 1999, quando 86 operatori dei media
persero la vita soprattutto nei teatri di guerra della Sierra leone e dei
Balcani. Nel 2004 sono state 89 le perdite, 34 delle quali avvenute in Iraq.
Ma l'attacco frontale al diritto dovere di informare ed essere informati non
si calcola solo con i fatti di sangue. Si caratterizza anche per una serie
impressionante di azioni, molte delle quali in forma di leggi, che tendono a
imbrigliare e controllare il mondo dei media. A giorni si discuterà al
Senato americano per il rinnovo del "Patriot Act", un provvedimento
liberticida nato sull'onda dell'emozione suscitata dagli attentati alle Twin
Towers di New York e riproposto anno dopo anno. Si vogliono conferire più
poteri all''Fbi, minori limiti nelle indagini di polizia, nelle quali
assumerà grande importanza l'etnia, l''affiliazione religiosa o
l''appartenenza a schieramenti politici ostili al governo. Tutto a scapito
della privacy dei cittadini. Un restringimento dei diritti disponibili di
ciascuno, in quanto tutti possono essere messi sotto controllo anche per il
minimo sospetto. Compreso chi per mestiere indaga, scopre e denuncia
attraverso i mezzi di informazione. Questo un esempio di quanto fa il paese
portabandiera dell'esportazione della libertà nel mondo. Sicuramente non
migliore la situazione in numerosi posti del pianeta, dove chi critica il
governo in carica o assume posizioni non allineate rischia la censura, il
carcere o conseguenze peggiori. Anche la guerra è diventato un tabù dei cui
effetti devastanti non si può parlare se non con rigidi schemi. La
popolazione "libera" dell''occidente rischia il black out informativo visto
che, si prenda l''Iraq, sul luogo sono ammesis e protetti solo i giornalisti
<i>enbedded</i>, diventando però megafono delle veline dei vertici militari.

<b>Diritti globali ed ecologico-ambientali</b>
L'unica globalità che bisogna accettare è quella dei diritti. Già
l'asimmetria del potere tra l'occidente e gli altri paesi si sta traducendo
in una progressiva distruzione delle culture locali, dell'arte, delle
abitudine e degli usi delle popolazioni. Se oltre alle ricchezze naturali
quindi vengono distrutte anche identità e caratteristiche culturali, si
toglie loro la libertà. Lo si fa in nome della "libertà": quella dei mercati
e della concorrenza.

Il mondo è malato, ucciso dall'Aids, dalle guerre, dalla povertà e dalla
distruzione dell''ambiente. Due milioni e trecentomila africani sono morti
lo scorso anno perché colpiti dal virus: non uccide soltanto la malattia ma
anche l'impossibilità ad accedere a terapie il cui costo sia accessibile.
Troppo avida la rincorsa al profitto delle multinazionali farmaceutiche per
fermare questa indegna mattanza.
A uccidere sono anche le guerre, naturalmente, e le vittime predestinate -
il 90% del totale - sono i civili. Dice l'Onu: ogni anno si spendono 950
milioni di dollari in armamenti, soltanto 58 per politiche per lo sviluppo.
Si riducesse di un decimo la quota destinata alle armi, si potrebbe
raggiungere l'Obiettivo del Millennio assunto da 189 capi di stato nel 200:
eliminare povertà e fame nel mondo entro il 2015. parole al vento, si
potrebbe dire: l'Italia ha aumentato l'export di armi del 16% nel 2004,
anche verso i paesi in conflitto. Poi però ha deciso di tagliare del 40% le
donazioni per la bonifica delle zone infestate da mine antiuomo, che
peraltro abbiamo prodotto in grande quantità. Ma è un mercato fiorente che
tende a crescere quello delle armi, senza che i maggiori produttori muovano
un dito per cambiare la situazione: del resto Usa, Francia, Gran Bretagna,
Russia e Cina, il Consiglio di sicurezza delle azioni Unite al gran
completo, producono l'88% degli apparati bellici, che per il 67% finisce
proprio nei paesi in via di sviluppo. Una politica scellerata, che affama le
popolazioni locali e arricchisce le lobby delle armi.

<b>Meno male che ci sono delle buone notizie</b>
A rendere meno amara la fotografia scattata sul mondo dei diritti globali,
una parte del rapporto è dedicata alle buone pratiche, esempi positivi che
andrebbero replicati. Uno per tutti: ad Antinòpolis, un piccolo comune
brasiliano nello stato di San Paolo, sindaco e cittadini sono riusciti a
raggiunger un perfetto equilibrio di autogestione nella cura del verde
pubblico, nell'assistenza a chi ne ha bisogno e alle donne incinta, nel
garantire generi di prima necessità, nell'istituire programmi di educazione
alla salute e di prevenzione. Risultato? Il numero di bambini morti alla
nascita è sceso al 3 per mille, 10 volte meno che nel resto del Brasile e
inferiore anche alla media europea. La criminalità è scesa del 90%, la
polizia ha deciso di disarmarsi.

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se vuoi leggerlo online:
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=43010

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