Ieri sera sono rientrato dalla Palestina occupata. E oggi vi scrivo di
nuovo, dopo la prima (ed ultima..) mail inviatavi da Jerusalem il 5 gennaio.
Non ho più avuto il tempo di recarmi allinternet point e scrivervi da
Jerusalem. I volontari di Action For Peace sono stati occupati dalle 14 alle
18 ore giornaliere in incontri, visite, servizio ai seggi ed ai check
points.
Non vi parlerò dei risultati elettorali. È un dato a mio avviso non
rilevante se ha vinto tizio o caio. Più importante sapere COME hanno votato
i palestinesi, e perché.
Io sono stato, il giorno del voto, in servizio a Jerusalem.
Volevo andare a Nablus, ove abbiamo un presidio che opera da ormai 18 mesi e
che non ho ancora visitato. Ma abbiamo capito, man mano che approfondivamo
la conoscenza delle modalità con cui i Palestinesi avrebbero dovuto
esprimere il loro voto, che Jerusalem sarebbe stata la piazza più critica. E
di conseguenza abbiamo potenziato la presenza sulla città santa, pur
inviando nostri osservatori anche a Nablus, Gaza, Betlemme e Jenin.
Perché piazza critica? Vi tedio con qualche informazione indispensabile
(fonte UNDP United Nation International Electoral Observer).
Nel 1948 gli israeliani occupano l84% della città, che entra a far parte
dello stato di Israele. Nel 1967 viene occupata la parte restante, ed in
seguito Israele annette a se lintera città, con atto unilaterale non
riconosciuto dalla comunità internazionale. Tantè che nel 1980, con la
risoluzione n.476, lONU riconferma la illegittimità della occupazione e
della annessione.
A seguito degli accordi di Oslo e della consegna alla autorità palestinese
di alcune città in Cisgiordania e della striscia di Gaza, si tengono nel
1996 le elezioni palestinesi, con modalità previste dagli stessi accordi
(art. 6 allegato II). In base a tale accordo, Israele permette il voto dei
palestinesi residenti a Jerusalem in 6 uffici postali siti in città, per un
numero massimo di 5367 votanti, compresi in una lista redatta dagli
occupanti. Considerate che i Palestinesi aventi diritto al voto e residenti
nella municipalità di Jerusalem sono circa 120 mila
In quelloccasione votarono in 1200 (milleduecento ).
Situazione alla vigilia delle elezioni di domenica scorsa: aventi diritto
circa 120 mila, dato approssimato per difetto in assenza di informazioni da
parte israeliana, che controlla lanagrafe della città.
Nel settembre 2004 la Commissione Elettorale Centrale palestinese, in
accordo con lUNDP, apre 6 centri di registrazione a Jerusalem Est. Il 13
dello stesso mese, le forze di sicurezza israeliane chiudono i centri di
registrazione, arrestano i funzionari che vi si trovano e sequestrano la
documentazione.
Il 29 dicembre 2004 la Commissione Elettorale inizia la registrazione degli
aventi diritto passando porta a porta (!!!!).
Si vota in 6 uffici postali, ove possono recarsi i 5367 registrati ai tempi
di Oslo più coloro che sono stati già registrati porta a porta, ed in 12
seggi speciali aperti nei sobborghi di Jerusalem, in zona palestinese ed
oltre il muro, ove possono esprimere il voto tutti i cittadini in possesso
di carta di identità blu (quella dei palestinesi residenti in Jerusalem).
Negli uffici postali gli aventi diritto ricevono la scheda dallimpiegato
postale allo sportello e lì davanti lo compilano (come fosse un bollettino
postale..), lo imbustano e lo consegnano allimpiegato postale, che a sua
volta inserisce la busta con il voto in una cassetta postale rossa. Al
termine delle operazioni di voto, la cassetta postale viene consegnata al
furgone delle poste israeliane, che la recapita agli Uffici elettorali
palestinesi, al di là del muro. Compito degli osservatori internazionali,
altre al controllo delle modalità di voto, scortare la cassetta postale
fino agli uffici elettorali ove avverrà lo spoglio.
Ora capite perché era importante stare a Jerusalem?
Per 16 ore filate abbiamo presidiato gli uffici postali ed i punti di
passaggio al muro, controllando che i palestinesi potessero fluire
liberamente e che non vi fossero irregolarità.
In realtà, i soldati hanno lasciato passare i palestinesi con carta blu solo
previa annotazione dei dati personali e del numero del documento,
intimidendo in tal modo i votanti con lo spauracchio di rappresaglie future
(per un arabo residente in Jerusalem, il mancato rinnovo od il ritiro della
carta blu equivale ad una espulsione dalla città ). Cè da dire che quando
non erano presenti osservatori internazionali, più semplicemente non li
lasciavano passare
La stessa Central Elections Commission, nel documento distribuito agli
osservatori internazionali durante lo stage ONU, esordisce scrivendo che
..le modalità di voto dei Palestinesi in Jerusalem non sono conformi allo
standard per elezioni libere, segrete e trasparenti
E ci credo, vai a votare davanti ad un funzionario delle poste israeliane,
magari dopo aver dovuto attraversare il muro mostrando i documenti a soldati
israeliani che ti fanno passare solo quando vogliono, e poi il tuo voto
viene preso in consegna dalle poste israeliane e recapitato altrove per lo
spoglio
Nel seggio presso lufficio postale di Altoor (monte degli ulivi ), con un
simpatico e solerte osservatore austriaco della UE abbiamo preteso ed
ottenuto che lurna con i voti (ergo la cassetta postale rossa) venisse
portata e custodita a bordo del furgone delle poste israeliane da un
osservatore internazionale, mentre altri seguivano il furgone in auto. Poca
cosa, che non ha certo eliminato le enormi difficoltà incontrate dai
palestinesi per votare, ma solo ridotto il rischio di smarrimento od
alterazione delle schede prima dello spoglio.
Nel resto dei territori palestinesi occupati, per 72 ore i check points sono
stati aperti (parzialmente, ndr), permettendo il flusso dei votanti. Il
problema è che solo circa il 60% degli aventi diritto al voto risultavano
registrati nelle liste elettorali e non per colpa palestinese. più
semplicemente come conseguenza dellabitudine dellIDF (forze di difesa
israeliane) di cannoneggiare gli uffici pubblici palestinesi in occasione di
ogni incursione. Ed in tali condizioni gli uffici anagrafici tendono ad
essere soggetti ad autocombustione ..
Insomma, elezioni svoltesi sotto occupazione militare, in condizioni
assolutamente inadatte ad una libera espressione del diritto di voto. Ma che
hanno comunque dimostrato quanto la società civile palestinese è viva e
profondamente democratica: candidature diverse, una campagna elettorale
vivace, una partecipazione altissima (considerata la situazione) ed una
gestione della procedura di voto e di spoglio esemplari.
Avreste dovuto vedere come erano ordinati i seggi (in zona palestinese),
educati e compiti gli addetti, e che festa per le strade, per un giorno
libere dai soldati
È stata una dichiarazione di intenti e di principio: vogliamo essere uno
stato democratico e siamo capaci di esserlo, hanno voluto dirci i
palestinesi con questa tornata elettorale.
Se sanno esserlo sotto occupazione, a maggior ragione sapranno esserlo da
liberi .