Autor: Gianni - Circolo Prc "Carlo Giuliani" - Cadorago (Co) Data: Temat: [ssf] Pensierino zapatista per le feste e per tutti i compagni.
Auguri!
Pensierino zapatista per le feste e per tutti i compagni. Auguri!
SUB E SUB-SUB COMANDANTI
MONDOCANE FUORILINEA
12/12/03
FULVIO GRIMALDI
Qualcuno sta celebrando un decennale. Quello della "Insurrezione zapatista
del 1. gennaio 1994". Qualcuno l'ha celebrato facendo una cosa che agli
autori deve essere sembrato uno scherzo, al "Manifesto" una truffa con
conseguente figuraccia da babbeo, ai lettori del giornale una grandissima
presa per il culo. Un richiamo in prima pagina e l'intera ultima erano
stati spalmati (vista la prosa al miele con chiodi di garofano, mi pare il
termine giusto) di spiritosaggini, battutine, burle, canzonature, celie,
amenità, motti e mottetti e soprattutto, sua massima specialità, sogni. Il
titolo? Marcos a Veltroni, sotto l'occhiello Lettera dal Chapas, mentre l'
intera ultima pagina si dipanava sotto la fanfarata: A Roma con gli
zapatisti metropolitani. Campeggiava nel cuore della pagina (cuore, sogno,
amore, dolore, corpi e mondi, sono parole su cui il maestro e i suoi allievi
gareggiano tenacemente con Sanremo) l'icona dell'autore, naturalmente con
tutti gli ammennicoli del decennale look d'ordinanza: passamontagna,
berretto liso, pipa, cartucciera a salve, cavallo e intergalattica antenna
satellitare. E, sotto, la firma. La firma del Sub per eccellenza, del
Supersub, del Sub intergalattico (intergalattiche solevano definirsi le
kermesse italo-ciapaneche).
Invece niente. Abbaglio, raggiro, bidone, patacca: intimi del Sub da dieci
anni, la lettera al sindaco (ma anche al prefetto e a un PM romano) l'
avevano scritta alcuni "zapatisti" di Ya Basta, nome tropicale dei
Disobbedienti, a sua volta aggiornatisi dai precedenti cognomi "Tute
Bianche", "Meltin'" e "Centri Sociali del Nord Est" (il nome d'origine se
l'erano dati prima di arruolare il consulente per l'immagine dell'uomo
mascherato lacandono). Non è che - segno di inesorabile invecchiamento anche
del magico Sub - il Manifesto di quel giorno sia proprio andato a ruba per
via di quel passamontagna con pipa e logoro berretto (come farà quel
berretto a sopravvivere dopo dieci anni nella selva e senza essere messo in
naftalina almeno qualche settimana all'anno?). Ma questo non ha evitato alla
redazione del concorrente e affine quotidiano "Liberazione" di soffrire
atroci contorcimenti di budella da invidia, per tutte le 24 ore tra il
paginone e l'acida smentita della "goliardata" il mattino dopo. E' che in
contemporanea con l'apparizione del subcomandante (quanta astuzia in questa
modestia che riserva agli indios il ruolo di comandanti!), al massimo pochi
decimi di secondo dopo, era spuntato il sub-subcomandante - così lo
definirono i media amici, quelli nemici, quelli così così - nelle meno
ieratico-mistiche, ma pur sempre carismatiche, spoglie di Fausto Bertinotti.
Nessuno aveva cavalcato con Marcos come Fausto. Nessuno come lui si era
fatto sacerdote del nuovo zapatismo e in Italia nessuno poteva negargli un
ruolo senza pari nel raccogliere intorno all' esercito di liberazione
zapatista - ohibò in armi - il fior fiore dei teenagers della media e
piccola borghesia, categoricamente non violenta. E ora, questo smacco,
questo tradimento a favore di quegli estremisti del Manifesto! Avrà mica
contato, nella scelta dei disobbedienti, ora disobbedienti perfino a chi li
aveva accolti nel proprio grembo, nutriti al proprio seno, la considerazione
vilmente utilitaristica che quel giornale vende tre volte quanto
Liberazione? E le reiterate omelie di Marcos sui sogni che "superano la
materia, abbattono le frontiere, superano i linguaggi diversi, varcano
confini fisici e culturali, mescolano i mondi e scoprono nuovi sogni"???
Sogni infranti. La smentita del giorno dopo non fece che l'effetto di cinque
gocce di Novalgina.
Lasciamo le baruffe teverine al loro esito e spostiamoci nella selva
Lacandona dove, una volta l'anno, si può assistere all'epifania di Marcos.
Se si è fortunati. Dove il sub passi il resto del tempo, durante il quale in
Chiapas non succede assolutamente nulla e dello zapatismo si colgono
barbagli di sopravvivenza solo negli appositi giornaletti italiani, si sa
quanto si conosce delle attività sessuali dell'Uomo Ragno. Anni fa mi
accompagnai a una comitiva yabastina in pellegrinaggio verso il santuario
chiapaneco. C'erano tutti i protagonisti del cicaleccio dei nonviolentissimi
no-new-alter global disobbedienti. Mancava solo Luca Casarini: decisione
scaltra, la sua, alla luce di quello che ci si sarebbe fatto succedere.
Beppe Caccia, allora consigliere, ma poi zapatianamente assessore a Venezia,
recava in braccio, come il pargolo una madonna del Perugino, un grande
plastico che illustrava come nel "municipio autonomo" de La Realidad
compagni architetti, idrologi e giocolieri avrebbero portato la luce negata
dallo Stato. Avvenimento realizzato con una miniturbina nel minitorrente ai
piedi della comunità, prodigio della tecnologia tra i maja dimenticati da
dio, dal presidente e dagli uomini (mica tanto: per le loro anime e adesioni
si battevano in feroce certame i cattolici del vescovo Samuel Ruiz e gli
evangelici del predicatorame integralista USA, causa, questa, di un'
endemica, deprecabile conflittualità tra le comunità indios, forse più
deleteria delle illusioni zapatiane e della repressione governativa).
Gli abitanti del municipio ci accolsero con silenziosa gentilezza; alcuni
giovanotti col fazzoletto sul viso durante i dibattiti "ufficiali", ma senza
subito dopo, lamentavano l'incuria dei governativi, le porcate dei
paramilitari, la manomorta di latifondisti, narcotrafficanti e disboscatori.
Gli zapatiani forestieri ciancicavano spagnolo e sguazzavano nel torrente
per misurare la velocità della corrente con la corsa di un mio similbassotto
gonfiato. Il prete movimentato Vitaliano della Sala propagò il verbo
rivelato celebrando la messa in un capanno. Per colazione mangiammo avocados
come non se ne trovano e, nel pomeriggio, ci accomiatammo da un grande palco
con sotto la folla dei battimani e, sopra, tre indios che suonavano una
malinconica melodia. Era più o meno la terza volta che gli zapatiani
inauguravano la turbina. Ce ne sarebbero volute altre tre, o giù di lì - e
gli indios non ne potevano più - per installarla e accendere finalmente
qualche lampadina. Marcos, però, non rispose alle nostre vibranti attese e
non considerò che quella fosse un'occasione degna per rientrare nella selva
e uscirne a La Realidad.
Giracchiammo ancora per qualche giorno per la selva. A Polò, un
accampamento di cartone, della miseria e di un'incredibile forza di
sopravvivenza, con indios tuttavia fieri, deportati da varie comunità, fummo
celebrati da una banda di ottoni e tamburi da far piangere il cuore e da
alcuni caccicchi con le penne. Don Vitaliano reciprocò con la favola di
Mosè, del Mar Rosso e della terra promessa e sbalordì non poco i nativi. Poi
forzammo un posto di blocco governativo sulla strada verso Taniperlas, una
comunità lacerata dalle botte tra cattolici (zapatisti?) ed evangelici
(paramilitari), distante una sessantina di chilometri. Proseguimmo a piedi
sotto una canicola sui 45°, fino a quando non si verificò una falcidie di
marciatori che cadevano lungo l'asfalto ribollente in preda a collassi e
svenimenti. Ricomparvero, come per miracolo (o per combine), i nostri
pulmini e fummo in grado di giungere alla meta e di proteggere per due ore
lacrimanti donne dall'assalto di energumeni con machete e manganelli.
Compiuta l'impresa, ce ne venimmo via mentre, nei nuvoloni di polvere alle
nostre spalle, vedemmo i bastonatori avventarsi sulle donne che avevano
osato illustrarci le loro angustie. Ciò non ci impedì di sentirci molto
solidali e molto zapatisti, ma ci procurò l'immediata espulsione dal
Messico, con effetti di gloria e vittimismo che si propagarono a dimensioni
intergalattiche. Scopo e media raggiunti. Ya Basta potè gonfiarsi come la
famosa rana di Esopo.
Seguirono anni di silenzio e di declino, sull'una e sull'altra sponda dell'
intergalattismo zapatiano. In Chiapas il sub si avvolse di silenzio fino a
quando una memorabile marcia a Città del Messico, in occasione della nomina
del nuovo americanissimo presidente Fox, non fu coronata dalla deposizione
di tutte le armi da parte dell'EZLN, dal fioretto di Marcos di essere da lì
in poi rigorosamente non violento (lo era sempre stato), dalla sua educata
preghiera di un capitalismo meno devastante, della rinuncia perpetua alla
biasimevole ed arcaica lotta per il potere. In Italia, gli zapatiani s'
impegnarono a morte nella disobbedienza, entusiasticamente approvati dal
sub-sub, salvo a volte esercitare un minimo di "forza" non violenta nei
confronti di vetrine, bancomat e di qualche disobbediente alla
disobbedienza. Rimasero i sogni, qualche saggio di Rossana Rossanda, del
subcomandante Fausto e di qualche altro irriducibile. E una storica
fregatura anche al Manifesto.
In ogni modo, amici, c'è poco da scherzare. Marcos non è mica solo un sub
(nel senso sia che sia subordinato ai veri capi indios, sia che, tra una
favola e un'apparizione, si immerga in profondità imperscrutabili). Marcos
è un autentico fenomeno contemporaneo, tutt'altro che da sottovalutare o
prendere, come dal mio discorrere potrebbe sembrare, per il naso. Impresa,
questa, del resto negata da un passamontagna che sale dal petto fino alle
ciglia inferiori. Non per nulla coloro che al ritratto del Che hanno
sostituito o, nel migliore dei casi, affiancato quello del passamontagna con
pipa, abitano a centinaia gli antri sociali, le sezioni politiche e i
tinelli di tanti bravi compagni. La guerriglia virtuale di Marcos non ha né
scosso il Messico, incamminatosi durante la di lui campagna zapatista su
sentieri ancor più reazionari, perlopiù tracciati dalle multinazionali USA,
né ha portato sollievo alla sofferenza millenaria degli indios. Magari un po
' di delusione, viste le roboanti premesse del gennaio 1994 e dell'
occupazione equestre di alcuni centri del Chiapas. E visto anche che, con la
nascita dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (aggettivo, questo,
vagamente contradditorio rispetto al conclamato disdegno verso la conquista
del potere), gli endemici focolai di rivolta maja contro governo, stato e
manomettitori locali e transnazionali, si erano tutti spenti, agevolando la
graduale ripresa del controllo sul Chiapas di queste forze saccheggiatrici.
Magari in attesa di tempi migliori, purchè per allora non sia stata
agevolata la realizzazione dei funesti progetti imperialistici su tutto il
territorio: il taglio dell'istmo di Tehuantepec, in sostituzione del Canale
di Panama, con il suo corredo di autostrade, ferrostrade, espropri,
raffinerie, porti e aeroporti, impianti petroliferi e industriali e qualche
villaggio vacanziero "tipicamente indios"; la deforestazione del polmone d'
ossigeno e habitat indigeno per sostituirlo con la monocultura del
cartagenico eucalipto, fomentata dalla statunitense Paper International, la
ripresa del latifondo e del traffico di narcotici, miniere di uranio e pozzi
di petrolio dappertutto, inevitabili basi militari USA e, dunque, il totale
assoggettamento dello Stato sia al NAFTA (Trattato di libero scambio del
Nord America), sia del PPP (Plan Puebla Panama), contro i quali l'EZLN si
diceva originariamente sorto.
Che Guevara prese una motocicletta, attraversò, assorbendola per sempre,
tutta la sciagura neocoloniale dell'America Latina, arrivò a Cuba, fece una
rivoluzione a tuttoggi imbattuta, alla faccia di terroristi e mercenari al
soldo dei gringos, travestiti da "dissidenti", lottando in armi nientemeno
che per il potere e, poi, con quattro vecchi fucili e un manipolo di
pacifisti violenti, cercò di liberare la Bolivia e ci lasciò le penne e un
oceano di lacrime davvero intergalattiche. Marcos è di un'altra pasta. Come,
a termini della vulgata di Fassino, Berlinguer nulla capì della modernità,
invece "innervata" nell'"innovatore" Craxi, il sub succede al Che con tutti
gli attributi della modernità. Computer e telefono satellitare magari non
contribuiscono molto alla liberazione dei maja, però, vuoi mettere,
raggiungono e impressionano, con allegorie e incanti fiabeschi, i centri
sociali Pedro e Corto Circuito, la redazione di "Liberazione" e Ignacio
Ramonet. Sarà anche vero che la comunicazione a passaparola del Che, la
compenetrazione con la popolazione, il controllo di foreste, anfratti e
vicoli, che vinsero a Cuba, richiamano la resistenza irachena che,
attaccando, anche violentemente, lo mette in quel posto alla più avanzata
potenza di tutti i tempi. Sarà che l'EZLN, invece, non ha cavato un ragno
dal buco in ben 10 anni. Ma chi può negare la modernità dell'informatico
Marcos a cavallo, la sintesi innovatrice tra armi in spalla e non violenza,
tra la rivoluzione vera del padre d'adozione Emiliano e l'esercito
sopranazionale, sognatore e disobbediente?
Marcos è bravo. Nessuno avrebbe potuto concepire una migliore reincarnazione
del mito di Zorro, radicato nel primissimo cambio di personalità infantile:
appare, scompare, maschera sul viso e tenuta spadaccina, perenne, arrapante
mistero, mito che, per essere tale, si cambia d'abito spesso come il Davide
di Donatello. Si esprime in scritti dal denso contenuto fantastico,
aneddotico, finto-popolare ed esasperatamente romantico (ma con computer!),
si identifica con tutto quello che nonviolentemente vuol abbellire la
"globalizzazione". Rifugge da paroloni volgari, guevariani, obsoleti, come
"imperialismo", "Stati Uniti", socialismo e, tanto meno, comunismo. Non s'
impelaga per niente in storie ambigue e, anch'esse, un bel po' ancien
regime, come lo smembramento della Jugoslavia, il genocidio in Palestina,
quell'aratura moderna che in Afghanistan ha rimpiazzato contadini con
crateri, bimbi con bombe a grappolo, doppiogiochisti Al Qaida con marines,
il mais con l'oppio. Poche, lievissime parole ha fatto flautate sopra quelle
che erano, in effetti, masse non ignorabili, se non a costo di perdere ogni
credibilità, che marciavano contro la guerra di liquidazione in Iraq. Non lo
ha fatto volentieri: lì si trattava di popoli che qualche affetto per il
potere loro, piuttosto che quello di Bush e della Exxon, ancora lo
nutrivano. Ha anche tralasciato, il sub, di farsi coinvolgere in imprese
dubbie dei suoi vicini, come l'arrischiata ostentazione della propria
nazione unita da parte di Cuba, la pretesa delle Farc colombiane di
strappare il potere alla dinastia a stelle e striscie che devasta il paese,
la vera e propria rivoluzione di popolo nientemeno che per il potere, con
tantissimi dei "suoi" indios, in Venezuela, nonché addirittura le dilaganti
e pericolosamente interetniche e nazionaliste lotte dei contadini messicani
organizzati, la guerriglia di indios in altri stati della Federazione, la
presa di coscienza sindacale degli operai bruciati vivi nella maquilladoras
delle compagnie USA lungo il Rio Bravo. Avvedutamente e non senza un sottile
gusto per il paradosso, Marcos propone popoli e genti che si mescolano, il
mondo dei tanti mondi, linguaggi che s'incrociano, costumi e valori che si
fondono e, poi, caramboleggia in acrobazia verso il chiuso della sua selva,
gli basta che i municipi indios abbiano qualcosa da dire su come vivono e
perché muoiono, mentre nazione, Stato, potere, aggregati dispersivi, vanno
ignorati, lasciati al loro miserabile destino, lontani dalle isole felici
dello zapatismo reale. Lontani (finchè gli gira) dalla "democrazia
municipale", tanto cara ai guru della Disobbedienza. Ma anche, curiosa
coincidenza, ai cosiddetti "neocons" della corte del Bush minore. Divide et
impera.
Ebbene? Diranno i miei piccoli lettori. Ebbene non c'è stato, dai tempi di
Jacopo Ortis, un più innovatore (per la verità vecchio come il cucco)modello
di fascinazione degli adolescenti. Pensate che costruzione: l'
uomo-vendicatore del mistero, dall'identità imperscrutabile e, dunque,
intrigante; cavallo e cavaliere che, ben prima che al bianco cavallo di
Emiliano, riportano la turbolenta emotività giovanile ai miti perenni: Zorro
e l'Uomo Mascherato, Orlando e Roncisvalle; un linguaggio da tenero liceale
irromantichito da Guido Gozzano e Hans Christian Andersen; un poeta in prosa
tra La Fontaine e D'Annunzio; la ribellione come categoria dell'età
evolutiva, stiracchiata quanto la permanenza presso la mamma delle
generazioni moderne e che però si arena nei conclusivi adattamenti della
"maturità"; anziché la rivoluzione e la militanza per tutta la vita e pure
per i posteri. Ribellione che all'indisputato Potere volta le spalle, Potere
che, dunque, non si deve affrontare in uno scontro che storicamente e
scientificamente non può non mettere a repentaglio - ohibò - sangue e vita.
In fondo, dopo dieci anni, Marcos non ha concluso un granchè. Ha increspato
un po' la superficie del Messico, ha subìto il ritorno dei nemici al
controllo totale del Chiapas, ha lasciato qualche rettangolo sbiadito sulle
pareti del mondo dove erano appese le sue immagini. Ma quelle componenti
indios dell'EZLN, che ultimamente risulta si siano estraniate dal sub, non
pare abbiano capito l'onirica e quindi illimitata portata dell'azione e del
messaggio del loro leader. Non di conquista del Messico si tratta, e neanche
di strappare le bandierine a stelle e striscie dai quattro angoli delle
Americhe. Marcos resta vincitore nei sogni, che nessuna bomba laserguidata
può disintegrare. La sua è la strategia dell'onirico. Forse soltanto i
pierre della Quinta Strada si sarebbero potuto inventare qualcosa di meglio.
Quanto al sub-sub Fausto, dei sogni se ne fa pochino. Lasciato un po'
perdere lo zapatismo, se non come categoria mediatica, appunto, anche in
seguito a un deciso raffreddamento verso i suoi legati in loco, è approdato
in Via Nazionale dove guarda al futuro da un balcone da cui, nei giorni
soleggiati, si intravede Palazzo Chigi. Gli zapatiani intergalattici possono
dormire sonni tranquilli. Che continuino a "camminare domandando".
Quanto al presunto sponsor di tutto questo, quando hanno riaperto la tomba
di Emiliano Zapata, lo hanno trovato rivoltato a testa in giù, da testa in
su che stava.