>From: "Celeste Grossi" <celgros@???>
>Reply-To: labsocialforum@???
>To: <labsocialforum@???>
>Subject: [labsocialforum] Un po' di dati per opporsi alla guerra, da un
>ponte per...
>Date: Sat, 15 Mar 2003 10:49:42 +0100
>
>
> L'IMPATTO UMANITARIO DI UNA GUERRA ALL'IRAQ
>
>
>--------------------------------------------------------------------------
>
> RAPPORTO CONFIDENZIALE ONU:
>
> OLTRE 1 MILIONE DI BAMBINI MORIRANNO PER LA GUERRA
>
> di Ornella Sangiovanni
>
> Pressoché ignorati dai media dominanti, troppo occupati a seguire la
>questione delle "armi di distruzione" di massa vere o presunte in possesso
>dell'Iraq, si moltiplicano gli allarmi per l'impatto che una eventuale
>guerra avrebbe sulla popolazione civile nel paese
>
> Una delle previsioni più sconvolgenti è quella contenuta in un
>documento confidenziale delle Nazioni Unite che siamo riusciti recentemente
>a ottenere (e di cui è stata preparata una traduzione italiana che sarà
>disponibile a giorni sul nostro sito www.unponteper.it/nontagliolacorda):
>sono oltre un milione i bambini che potrebbero morire in Iraq in caso di
>guerra.
>
> Nel documento (Integrated Humanitarian Contingency Plan for Iraq and
>Neighbouring Countries), datato 7 gennaio 2003 e redatto dall'OCHA -
>l'ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite -
>si legge che il 30% dei bambini sotto i cinque anni in Iraq "sarebbero a
>rischio di morte per malnutrizione" nell'eventualità di un conflitto. Dal
>momento che la popolazione irachena sotto i cinque anni è di 4,5 milioni,
>questo equivale a 1,26 milioni di bambini.
>
> Non meno catastrofiche sono alcune cifre sul possibile impatto di
>una guerra sulla situazione umanitaria:
>
> 5.210.000 i bambini sotto i cinque anni e le donne incinte o che
>allattano altamente vulnerabili
>
> 500.000 le potenziali vittime dirette e indirette del conflitto
>
> 3.020.000 le persone a rischio nutrizionale
>
> 18.240.000 le persone che potrebbero avere bisogno di accesso
>all'acqua
>
> 8.710.000 le persone che potrebbero avere bisogno di strutture di
>servizi igienici e sanitari
>
> Le previsioni contenute nel rapporto si riferiscono a quello che
>viene definito uno scenario di "impatto medio", basato sulle seguenti
>ipotesi:
>
> - campagna militare che incontra una certa resistenza ma termina
>dopo un periodo che va da due a tre mesi;
>
> - distruzioni considerevoli di infrastrutture essenziali e notevoli
>movimenti esterni ed interni di popolazione causati da una offensiva di
>terra su vasta scala sostenuta da bombardamenti aerei;
>
> - accesso ai civili colpiti dalla guerra gravemente limitato per la
>durata del conflitto.
>
> INFRASTRUTTURE CIVILI
>
> Un conflitto militare - si legge nel rapporto - provocherebbe
>sconvolgimenti significativi delle infrastrutture vitali nel centro e nel
>sud del paese, con gravi limitazioni alla capacità da parte del governo e
>di altre organizzazioni umanitarie di fornire servizi essenziali e di
>condurre operazioni di soccorso.
>
> Gravi sarebbero i danni al sistema dei trasporti - sia su strada che
>su ferrovia - e ai servizi essenziali come la rete elettrica, i magazzini
>per la conservazione delle derrate alimentari, i sistemi di trattamento
>delle acque e dei rifiuti (questi ultimi a causa dei danni all rete
>elettrica). Il porto di Umm Qasr non sarebbe disponibile a causa dei danni
>o di un possibile blocco.
>
> VULNERABILITA' DELLA POPOLAZIONE E PROGRAMMA "OIL FOR FOOD"
>
> A preoccupare sono soprattutto gli alti livelli di vulnerabilità
>attuale della popolazione irachena, effetto dei 12 anni di sanzioni, e la
>dipendenza della maggior parte di essa dal governo per le proprie necessità
>essenziali.
>
> Secondo il WFP, sono 16 milioni (pari al 60% della popolazione
>totale) gli iracheni che dipendono dalle razioni alimentari mensili fornite
>dal governo.
>
> Un conflitto sconvolgerebbe pesantemente l'attuazione del programma
>"Oil for Food": sia la consegna delle merci in arrivo in Iraq che la
>distribuzione interna degli stock attuali.
>
> Ci sarebbero tuttavia variazioni significative a seconda delle varie
>regioni del paese: nel nord Iraq, la rete di distribuzione locale potrebbe
>rimanere più o meno intatta, mentre il sistema di consegne dai centri di
>Mosul e Kirkuk verrebbe assai probabilmente subito interrotto.
>
> Anche nel sud c'è da aspettarsi una interruzione più o meno
>immediata del sistema di distribuzione per effetto di un attacco militare
>proveniente dal Kuwait, mentre nel centro i bombardamenti aerei dei
>principali centri urbani sconvolgerebbero immediatamente il sistema di
>distribuzione in queste aree, come pure nelle aree rurali che vengono
>rifornite dai magazzini interessati e che dipendono dalle reti locali.
>
> Anche se il governo negli ultimi mesi ha distribuito alla
>popolazione razioni doppie o triple, si prevede che le scorte nelle
>famiglie durino non più di 6 settimane. Se la distribuzione degli alimenti
>non dovesse essere ripresa rapidamente, ci potrebbe quindi essere una
>situazione di fame diffusa.
>
> Secondo le stime del World Food Programme, sarebbero circa 10
>milioni le persone interessate dall'emergenza alimentare, costrette a
>sfollare o colpite direttamente dall'azione militare.
>
> Due gli "scenari di risposta" ipotizzati dall'agenzia dell'Onu: uno
>- di risposta iniziale - nel quale verrebbero assistite 4,9 milioni di
>persone, e un secondo - su "scala media" - che prevede l'assistenza a 9,6
>milioni. I due scenari - si legge nel rapporto - riflettono una
>progressione del livello di assistenza, il cui passo sarà determinato dal
>livello di accesso, dalle risorse disponibili e dalla capacità operativa
>nel tempo.
>
> L'UNICEF, dal canto suo, ha piani per fornire assistenza a 910.000
>bambini affetti da malnutrizione grave e moderata, nonché a 700.000 donne
>incinte e in allattamento (su un totale di 5.210.000 bambini sotto i cinque
>anni e donne incinte e che allattano altamente vulnerabili).
>
> Inoltre sta facendo piani per fornire assistenza sanitaria a 4,7
>milioni di persone.
>
>
>
> EMERGENZA IDRICA E SANITARIA
>
> Perché quella sanitaria sarà un'altra emergenza.
>
> Anche se le scorte di vaccini e farmaci nel paese - al ritmo attuale
>di consumo - sono sufficienti per circa 4 mesi, l'UNICEF infatti prevede
>che si verifichino carenze di farmaci essenziali, specialmente antibiotici,
>entro un mese dall'inizio di una crisi, a causa dell'aumento significativo
>delle malattie gastrointestinali e delle infezioni respiratorie acute.
>
> Particolarmente drammatica sarà la situazione dell'acqua
>
> "In caso di crisi" - dice il rapporto "solo il 39% della popolazione
>verrebbe servita da acqua su base razionata, per un breve periodo e a
>seconda della disponibilità di combustibile, da parte degli impianti di
>trattamento che dispongono di generatori". Forti sarebbero tuttavia le
>disparità di accesso fra le aree urbane e quelle rurali, dato che nelle
>prime il 70% degli impianti ha capacità di funzionamento in emergenza,
>nelle seconde solo l'11%.
>
> Anche qui il piano dell'UNICEF è di fornire acqua e servizi igienici
>e sanitari di emergenza a 6,9 milioni di persone, su un totale di
>18.240.000 che potrebbero avere bisogno di accesso all'acqua e 8.710.000
>che potrebbero necessitare di servizi igienici e sanitari.
>
> L'ONU NON POTRA' SOSTITUIRSI AL GOVERNO CENTRALE
>
> Il rapporto sottolinea tuttavia che i bisogni umanitari della
>popolazione nel loro complesso possono essere soddisfatti solo dalle
>autorità locali e nazionali. Le agenzie delle Nazioni Unite non potranno
>comunque sostituirsi ad esse, e qualunque sforzo da parte loro dovrà essere
>complementare agli sforzi locali e limitato agli interventi strategici di
>emergenza.
>
> In particolare per la distribuzione del cibo, si dice chiaramente
>che le agenzie dell'Onu, anche se venissero resi disponibili fondi a
>sufficienza, non avrebbero la capacità di mettere in piedi da sole in breve
>tempo un sistema che serva gran parte della popolazione come quello
>attualmente gestito dal governo, per il cui funzionamento le autorità e
>infrastrutture pubbliche irachene "dovrebbero giocare un ruolo importante".
>
> L'osservazione più preoccupante è però quella secondo cui la
>capacità delle agenzie Onu di fornire assistenza all'interno dell'Iraq
>varierà in modo considerevole fra le diverse zone del paese.
>
> In particolare, l'accesso ai governatorati centrali (Ninive, Tamim,
>Salahuddin, Anbar, Babilonia, Wasit e Diyala) si prevede possa avvenire
>progressivamente non prima di un periodo compreso fra 1 e 3 mesi
>dall'inizio di un eventuale conflitto. Per Baghdad città e il suo
>governatorato il periodo sarebbe addirittura di 3 mesi o più.
>
> E davvero allarmante è la previsione del numero degli sfollati, che
>potrebbe arrivare a 900.000. Questi andrebbero ad aggiungersi ai
>900.000-1.100.000 già presenti nel paese: per un totale cioè di circa 2
>milioni, di cui la maggior parte (1.150.000) nel centro.
>
> I PROFUGHI
>
> Fra gli effetti di un eventuale conflitto ci sono "spostamenti di
>popolazione da media a vasta scala" verso le aree rurali e quelle di
>confine - in particolare verso la Turchia e l'Iran - la maggior parte dei
>quali avrebbe origine dalle aree centrali e meridionali del paese.
>
> Secondo le stime dell'UNCHR, sarebbero fino a 1,45 milioni i
>profughi e le persone in cerca di asilo che potrebbero cercare di fuggire
>dall'Iraq in caso di guerra.
>
> I flussi maggiori, come già detto, si dirigerebbero verso Iran e
>Turchia, seguiti da Giordania, Siria, Arabia Saudita e Kuwait.
>
> Queste le politiche di accoglienza sinora dichiarate dai diversi
>paesi:
>
> Iran (numero profughi previsto: da 258.000 a 900.000): permetterà ai
>profughi di passare il confine, ma li conterrà in campi situati nelle aree
>frontaliere.
>
> Sono stati identificati 6 punti di ingresso principali e 4
>secondari, ed è stato raggiunto un accordo fra governo e Nazioni Unite su
>12 siti per campi profughi in territorio iraniano, tutti quanti entro 18
>km. dalla frontiera.
>
> Turchia (numero profughi previsto: da 136.000 a 270.000): non
>permetterà di attraversare il confine. Prevede campi sul lato iracheno del
>confine. Sembra che il governo abbia intenzione di allestire 18 campi
>profughi.
>
> Giordania (numero profughi previsto: da 34.000 a 50.000): la
>posizione ufficiale è che non verranno ammessi profughi, ma pare che il
>governo abbia lasciato intendere un certo grado di flessibilità e abbia
>iniziato a discutere della possibilità di siti per campi profughi dalla
>parte giordana del confine, che però le Nazioni Unite non hanno ancora
>ispezionato.
>
> Siria (numero profughi previsto: da 20.000 a 60.000): permetterà ai
>profughi di attraversare il confine e ha identificato diversi punti di
>passaggio.
>
> Inizialmente, il campo di raccolta dovrebbe essere quello di El Hol,
>che già nel 1991 e nel 1992 ha ospitato circa 8.000 profughi iracheni. Un
>ulteriore campo potrebbe essere allestito nelle vicinanze del posto di
>frontiera di Abu Kamal.
>
> Arabia Saudita (numero profughi previsto: da 18.000 a 20.000): non
>permetterà ai profughi di attraversare il confine.
>
> Kuwait (numero profughi previsto: da 34.000 a 50.000): il governo ha
>dichiarato che non aprirà i suoi confini, ma ha anche indicato che non
>impedirà "in modo attivo" ai profughi di attraversarli.
>
> Si prevede che circa 15.000 profughi verranno alloggiati in siti
>temporanei all'interno della parte kuwaitiana della zona smilitarizzata,
>mentre circa 35.000 rimarranno bloccati sul lato iracheno del confine. Si
>prevede inoltre che la maggior parte dei profughi arriverà dalle città di
>Safwan e Bassora.
>
> La pianificazione, la consegna e il coordinamento degli aiuti ai
>rifugiati sono affidati all'UNHCR, che ha già nominato un coordinatore
>regionale per i rifugiati e ha messo a punto un programma integrato di
>emergenza per la protezione e l'assistenza di sei mesi per la fase iniziale
>dell'emergenza basato su quattro priorità:
>
> - protezione dei rifugiati
>
> - fornitura di un "pacchetto" per l'inverno (tende, coperte,
>materassi, stufa per cucinare, lampada a kerosene, combustibile e teli di
>plastica)
>
> - fornitura di servizi idrici e servizi igienico-sanitari essenziali
>secondo gli standard internazionali
>
> - livello settoriale di assistenza al programma per
>rifugiati/richiedenti asilo al confine.
>
> Nelle aree in cui si prevede l'afflusso di rifugiati verranno
>inoltre creati sub-uffici del World Food Programme per l'assistenza
>alimentare.
>
> Ma per i rifugiati non è l'assistenza l'unico problema.
>
> I movimenti di popolazione - si legge nel rapporto - provocherebbero
>anche un aumento delle vittime civili per la presenza di mine antiuomo al
>confine con l'Iran e in alcune aree attorno alla "linea di divisione" (che
>separa il nord sotto controllo kurdo dal resto del paese).
>
> Questo è dovuto anche al fatto che fra la popolazione nel centro e
>nel sud dell'Iraq - specialmente fra quella urbana - non esiste attualmente
>consapevolezza sul problema delle mine.
>
> COSA FARA' L'ONU
>
> "Ai primi segnali di ostilità" - si legge nel rapporto - tutto il
>personale internazionale delle Nazioni Unite verrà evacuato dall'Iraq.
>
> Secondo quanto deciso dallo Steering Group Onu sull'Iraq (cui è
>affidato il coordinamento strategico di tutte le attività delle Nazioni
>Unite), il quartier generale di emergenza verrà in tal caso collocato a
>Cipro, dove saranno dislocati, fra gli altri, il Coordinatore Umanitario -
>che manterrà la responsabilità del coordinamento generale dell'assistenza
>umanitaria in Iraq e sarà affiancato da un Field Security Officer regionale
>appositamente nominato come consigliere per la sicurezza - e il
>responsabile del World Food Programme per l'Iraq.
>
> Qui verranno inoltre trasferiti l'Humanitarian Information Centre,
>il Centro congiunto per la logistica e il Servizio Aereo Umanitario.
>
> Il personale internazionale coordinerà l'assistenza umanitaria nel
>paese e farà da supporto a operazioni di umanitarie transfrontaliere
>attraverso canali di comunicazione predisposti.
>
> Il personale locale delle Nazioni Unite potrebbe essere in grado di
>condurre alcune operazioni umanitarie sia nel nord, che nel centro e nel
>sud dell'Iraq.
>
> L'UNICEF, in particolare, dispone di personale locale qualificato
>sia nel nord che nel centro e nel sud dell'Iraq in grado di gestire il
>programma di assistenza umanitaria per tutto il periodo in cui il personale
>internazionale rimarrà fuori dal paese.
>
> Esistono tuttavia preoccupazioni per il rischio consistente che il
>personale locale possa restare bloccato nelle proprie abitazioni, costretto
>a sfollare per la gravità del conflitto militare oppure venga mobilitato
>dal governo. Inoltre - si legge nel rapporto - al personale locale potrebbe
>non essere consentito dalle autorità di intraprendere alcuna attività di
>supporto collegata alle Nazioni Unite.
>
> IMPREPARATI .
>
> Se questo dunque è il quadro, le agenzie dell'Onu e le
>organizzazioni umanitarie sono preparate per far fronte a uno scenario di
>questo tipo?
>
> La risposta quasi unanime sembra essere no.
>
> Nel documento confidenziale citato viene ammesso che le agenzie
>delle Nazioni Unite potranno far poco per alleviare la situazione se
>dovesse esserci una guerra: "L'attuale capacità di risposta del sistema
>delle Nazioni Unite rimane ben al di sotto dei requisiti critici stabiliti
>nel processo di pianificazione inter-agenzie".
>
> Il collasso dei servizi essenziali in Iraq - si dice - "potrebbe
>portare a una emergenza umanitaria di proporzioni ben al di là della
>capacità delle agenzie delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni
>umanitarie".
>
> E ancora: "Tutte le agenzie delle Nazioni Unite soffrono di gravi
>limitazioni di fondi che impediscono loro di raggiungere anche livelli
>minimi di preparazione".
>
> Le conferme non mancano.
>
> Mentre le agenzie dell'Onu prevedono una "emergenza umanitaria di
>portata e grandezza eccezionali", esse "mancano di una capacità di risposta
>efficace", si legge in un rapporto (The Human Cost of War in Iraq) diffuso
>di recente dal CESR (Center for Economic And Social Rights), una
>organizzazione internazionale con sede a New York che ha per fine di
>promuovere la giustizia attraverso i diritti umani.
>
> Frutto della missione di una équipe di ricerca composta da 16
>esperti, fra i quali l'ex coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in
>Iraq, Hans von Sponeck, che ha visitato l'Iraq dal 17 al 30 gennaio, il
>rapporto - reso fornisce un quadro decisamente scoraggiante. Esso mette,
>fra l'altro, in discussione la capacità degli attori competenti di operare
>in modo efficace alla luce della prevista distruzione del sistema dei
>trasporti e delle comunicazioni e del collasso delle infrastrutture
>pubbliche.
>
> "Il nostro rapporto conferma che è improbabile che le agenzie
>umanitarie internazionali possano evitare un disastro umanitario di grandi
>proporzioni", da dichiarato Michael Van Rooyen, direttore del Center for
>International emergency, Disaster and Refugee Studies della Johns Hopkins
>Bloomberg School of Public Health, uno degli esperti del team.
>
> . E SQUATTRINATI
>
> Ma un problema di particolare gravità è quello della mancanza di
>fondi, come denunciato di recente più volte da numerose agenzie dell'Onu.
>
> Un appello alla comunità internazionale perché dia maggiori aiuti è
>stato fatto il 2 marzo da Rud Lubbers, responsabile dell'UNHCR, che sta già
>lavorando nei paesi confinanti con l'Iraq - Turchia e Iran - per prepararsi
>a un esodo di grandi proporzioni.
>
> Anche la responsabile dell'UNICEF, Carol Bellamy, parlando alla BBC,
>ha accusato i governi di essere lenti nel fornire fondi per affrontare una
>crisi umanitaria nella regione: "Finora non ci sono praticamente soldi .
>per nessuna delle agenzie umanitarie".
>
> "Allo stato attuale delle cose, è quasi tutto autofinanziato, il che
>significa sottrarre denaro a luoghi come la Sierra Leone, o l'Afghanistan,
>o la Somalia o la Colombia, e anche quelle sono crisi", ha dichiarato.
>
> "Abbiamo solo un terzo dei fondi che ci servono per i preparativi di
>base", ha detto il 7 marzo da Ginevra Elizabeth Byrs, portavoce
>dell'Ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari delle Nazioni
>Unite (OCHA), aggiungendo che l'Onu ha sinora ricevuto dai donatori che
>hanno risposto all'appello 40 milioni di dollari, a fronte della richiesta
>di 123,4 milioni di dollari fatta in febbraio per coprire i primi tre mesi
>di una eventuale operazione in caso di guerra.
>
> Il problema della mancanza di fondi viene sottolineato anche dal
>World Food Programme. L'agenzia dell'Onu ha fatto un appello per 23 milioni
>di dollari per finanziare "un piano iniziale di emergenza" in grado di
>fornire razioni alimentari a 900.000 persone per 10 settimane. "Finora ne
>abbiamo ricevuti solo 7,5" - dice il portavoce Trevor Rowe.
>
> E più di due terzi dei 60 milioni di dollari richiesti mancano
>all'UNHCR, che, secondo il suo portavoce Ron Redmond, ha già speso 25
>milioni di dollari in forniture per 200.000 profughi (il numero previsto
>nel caso più favorevole è di 600.000), costretta a prelevare 16 milioni dal
>suo fondo di emergenza.
>
> Situazione analoga per l'UNICEF, che, in assenza di soldi da parte
>dei paesi donatori, ha utilizzato 7 milioni di dollari dal fondo di
>emergenza per l'acquisto di biscotti proteici e latte terapeutico,
>compresse per purificare l'acqua e altre forniture e sta facendo una corsa
>contro il tempo per fornire aiuto ai bambini affetti da malnutrizione nella
>speranza di aumentarne le probabilità di sopravvivenza in caso di guerra.
>
> Dal canto loro, gli Stati Uniti avrebbero dato dei fondi all'Onu, ma
>riserverebbero il grosso per aiuti "paracadutati" - del genere di quelli,
>per intendersi lanciati in Afghanistan durante la campagna di bombardamenti
>del 2001.
>
> A quanto riferisce il Guardian (10 marzo 2003), ne avrebbero già
>pronte tre milioni di razioni.
>
> La somma stanziata - secondo il direttore della US Agency for
>International Development, Andrew Natsios - sarebbe di circa 78 milioni di
>dollari: neanche l'1%, commenta il quotidiano britannico, del costo
>previsto per il lato militare della guerra.
>
> BAMBINI A RISCHIO
>
> Ma la situazione di massima vulnerabilità è senza dubbio quella dei
>bambini.
>
> Secondo un recente rapporto dell'International Study Team - un
>gruppo di esperti indipendenti (accademici, ricercatori, medici e
>psicologi) creato nel 1991 per esaminare gli effetti dei conflitti militari
>sui civili e autore di quello che viene considerato il rapporto più
>esaustivo sulle conseguenze della guerra del Golfo - i 12 milioni di
>bambini iracheni sono a grave rischio in caso di nuova guerra, e più
>vulnerabili ai suoi effetti nefasti di quanto non fossero nel 1991.
>
> Il rapporto (Our Common Responsibility: The Impact of a New War on
>Iraqi Children), reso pubblico il 30 gennaio scorso è il risultato del
>lavoro di una équipe di esperti, guidata dal Dr. Eric Hoskins, un medico
>canadese che è stato in Iraq almeno 25 volte. Le sue conclusioni si basano,
>oltre che su dati di numerose fonti - comprese le Nazioni Unite, alcune ong
>nazionali e internazionali e funzionari governativi iracheni, su interviste
>fatte in oltre 100 famiglie dal 20 al 26 gennaio, durante una missione in
>Iraq finanziata da oltre 20 ong canadesi americane e norvegesi, senza alcun
>supporto dal governo iracheno.
>
> La previsione è quella di "un grave disastro umanitario". In caso di
>guerra le vittime fra i bambini potrebbero essere migliaia, forse decine di
>migliaia, non solo a causa dei combattimenti, ma delle conseguenze di un
>conflitto, come lo sconvolgimento del sistema di distribuzione del cibo, la
>mancanza di farmaci, il flusso di profughi.
>
> La maggior parte dei bambini iracheni - si legge nel rapporto -
>dipende dalle razioni alimentari distribuite dal governo: lo sconvolgimento
>di questo sistema a causa di una guerra avrebbe su di loro un impatto
>devastante dati i livelli elevati di malnutrizione già esistenti.
>
> La condizione attuale dei bambini iracheni dal punto di vista sia
>sanitario che nutrizionale li rende dunque oggi più vulnerabili alla guerra
>di quanto non fossero nel 1991.
>
> Ma l'aspetto più sconvolgente è senza dubbio quello indagato dai due
>psicologi del team, esperti di fama mondiale dell'impatto psicologico della
>guerra sull'infanzia.
>
> I bambini iracheni - dicono i risultati della loro indagine -
>soffrono di gravi danni psicologici a causa della minaccia di guerra che
>incombe su di loro. Oggi i bambini in Iraq vivono con una grande paura di
>una nuova guerra: sono "spaventati, ansiosi e depressi". Molti hanno incubi
>e il 40% di quelli intervistati non crede che valga la pena vivere.
>
> Copie del rapporto sono state inviate al Consiglio di Sicurezza
>dell'Onu, al governo iracheno e a quello canadese. Il rapporto è stato
>sinora ignorato dalla stampa dominante, con alcune rare eccezioni, fra cui
>il quotidiano britannico The Independent, e, in Italia, il settimanale
>"Carta".
>
> UMANITARI CON L'ELMETTO?
>
> Intanto fra le varie organizzazioni umanitarie internazionali si
>diffonde il timore di poter essere "inquadrate" o messe in qualche modo
>sotto la tutela del Pentagono. Quest'ultimo, in effetti, ha di recente
>annunciato la creazione di un Ufficio per la ricostruzione e l'aiuto
>umanitario, posto sotto l'autorità diretta dello Stato Maggiore, e diretto
>dal generale in pensione Jay Garner.
>
> Un organismo che afferma di voler "facilitare" l'intervento delle
>ong.
>
> La cosa non convince, anzi, rende molto inquieti, soprattutto i
>francesi.
>
> In un comunicato comune diffuso di recente, Action contre la faim,
>Médecins du monde, Handicap International, Première Urgence, Solidarités e
>Enfants du monde hanno proclamato il loro rifiuto "di subordinare l'azione
>sul campo a una autorità militare che è parte nel conflitto", ricordando
>che "l'azione umanitaria non può essere considerata come un'arma al
>servizio di obiettivi militari".
>
> A preoccupare queste organizzazioni è soprattutto il timore che
>siano gli americani a dover dar loro il via libera per entrare nelle zone
>preventivamente "bonificate" dai loro soldati.
>
> "Limitare l'intervento alle zone pacificate" - scrivono - "è
>snaturare l'aiuto umanitario imponendogli di scegliere fra le vittime", e
>denunciano il rischio di "un aiuto mirato (.) a favore delle regioni in cui
>il potere locale è favorevole alla coalizione guidata dagli Stati Uniti".
>
> Non tutti però la pensano così. Da un lato c'è Médicins sans
>frontières (MSF), che non ha firmato il comunicato, e ritiene che sarà
>difficile lavorare al di fuori del quadro fissato dal Pentagono.
>
> "Saremo pragmatici" - dichiara il responsabile del programma Iraq,
>Pierre Salignon, citato dal quotidiano Libération (4 marzo 2003) . "E'
>nell'azione che affermeremo la nostra indipendenza, in particolare
>dirigendo i nostri sforzi sulle popolazioni che saranno trascurate dagli
>americani".
>
> Gli "umanitari" - secondo MSF - non hanno "il monopolio
>dell'assistenza": in quanto parte belligerante, l'esercito americano "ha
>non solo il diritto ma anche l'obbligo di aiutare le popolazioni civili",
>dicono.
>
> Dall'altro, c'è Expats-network, un network indipendente di circa
>2300 volontari, che ha diffuso in rete una petizione contro qualunque
>assistenza sia in Iraq che nei paesi limitrofi.
>
> "Se scoppia il conflitto" - dicono - "saremo chiamati a essere i
>supplenti di un esercito di aggressione". L'appello - spiega Hervé
>Gonsolin, uno dei fondatori - è una forma di provocazione mediante la quale
>si vuole suscitare una riflessione in seno alle ong.
>
> "A ogni crisi, gli umanitari si precipitano senza porsi delle
>domande. Ma su che base deontologica agiamo?".
>
> IRAQ: IL PUNTO SULLE ISPEZIONI
>
> Le ispezioni sugli armamenti non convenzionali in Iraq sono iniziate
>il 27 novembre 2002, dopo una interruzione di circa 4 anni. Gli ispettori
>vennero infatti ritirati nel dicembre 1998, alla vigilia dell'operazione
>militare Desert Fox, e da allora non erano più rientrati nel paese.
>
>
>
> a.. 7 dicembre 2002: con un giorno di anticipo sulla scadenza
>prevista dalla risoluzione Onu 1441 (2002)) l'Iraq consegna la
>dichiarazione sui suoi programmi di armamenti: un dossier imponente,
>composto da oltre 12.000 pagine, suddiviso in quattro parti: nucleare,
>chimico, biologico e balistico.
> b.. 19 dicembre 2002: Hans Blix, Direttore Esecutivo dell'UNMOVIC,
>e Mohammed El Baradei, Direttore Generale dell'IAEA, fanno un rapporto
>preliminare al Consiglio di Sicurezza.
> c.. 28 dicembre 2002: l'Iraq consegna una lista con i nomi di
>oltre 500 scienziati che hanno lavorato ai suoi programmi di armamenti.
> d.. 9 gennaio 2003: Hans Blix e Mohammed El Baradei presentano al
>Consiglio di Sicurezza il rapporto finale sul dossier iracheno. Essi dicono
>di non aver sinora trovato in Iraq alcuna "pistola fumante" (ovvero,
>nessuna prova inconfutabile) del fatto che il paese possieda armi di
>distruzione di massa. Ribadiscono tuttavia che la dichiarazione presentata
>dall'Iraq è "incompleta", e che molte questioni restano da chiarire. Dal
>dossier risulterebbe inoltre che l'Iraq ha violato le sanzioni dell'Onu,
>importando parti (motori per missili) e materie prime per la produzione di
>combustibile solido per missili per il suo programma missilistico.
> e.. 19 e 20 gennaio 2003: Blix ed El Baradei vanno a Baghdad per
>colloqui con i funzionari iracheni. Viene sottoscritta una dichiarazione
>congiunta in 10 punti, nella quale, fra l'altro, l'Iraq si impegna a
>"incoraggiare le persone ad accettare l'accesso anche in aree private" e a
>"incoraggiare" le persone a cui venga richiesto ad accettare interviste in
>privato. L'Iraq dice inoltre di essere pronto a rispondere alle questioni
>sollevate in merito alla sua dichiarazione del 7 dicembre 2002.
> f.. 27 gennaio 2003: Blix ed el Baradei presentano al Consiglio di
>Sicurezza il rapporto sulle ispezioni previsto dalla risoluzione 1441
>(2002). Blix, Direttore Esecutivo dell'UNMOVIC, dice che l'Iraq non ha
>accettato sinceramente - neanche oggi - le risoluzioni dell'Onu che ne
>impongono il disarmo, aggiungendo tuttavia di non poter confermare le
>accuse degli Usa, secondo le quali Baghdad avrebbe ricostituito il suo
>arsenale.
> Il Direttore Generale dell'IAEA, Mohammed El Baradei, afferma nel
>suo rapporto di "non aver trovato prove che l'Iraq abbia ripreso il suo
>programma di armamenti nucleari dalla sua eliminazione negli anni '90",
>sottolineando di aver bisogno ancora di "alcuni mesi" per continuare le
>ispezioni: mesi - ha detto - che "sarebbero un investimento prezioso,
>perché potrebbero aiutarci a evitare una guerra".
> Blix dice inoltre che molte questioni fondamentali restano ancora
>senza risposta, in particolare dove si trovino l'agente nervino VX, 2
>tonnellate di mezzi di coltura per agenti biologici tipo l'antrace, 550
>granate da artiglieria riempite di iprite e 6.500 bombe chimiche di cui
>l'Iraq sinora non ha dato conto. Inoltre, malgrado le assicurazioni date
>dall'Iraq che esso avrebbe incoraggiato i suoi scienziati a farsi
>intervistare in privato dagli ispettori, nessuna di queste interviste ha
>ancora avuto luogo.
> I rapporti si trovano a:
>
> http://www.un.org/Depts/unmovic/Bx27.htm (rapporto Blix)
>
>
>http://www.iaea.org/worldatom/Press/Statements/2003/ebsp2003n003.shtml
>(rapporto El Baradei)
>
> g.. http://www.un.org/Depts/unmovic/blix14Febasdel.htm (rapporto
>Blix)
>
> a..
>http://www.iaea.org/worldatom/Press/Statements/2003/ebsp2003n005.shtml
>(rapporto El Baradei)
>
> b.. 7 marzo 2003: nuovo rapporto degli ispettori al Consiglio di
>Sicurezza.
> Secondo Blix, pur non potendosi definire l'atteggiamento dell'Iraq
>come di cooperazione "immediata", esso tuttavia può essere attualmente
>considerato "attivo" o anche "proattivo". In particolare, l'aver intrapreso
>la distruzione dei missili as Samoud 2 costituisce "una misura sostanziale
>di disarmo". "Non siamo di fronte alla rottura di stuzzicadenti" - scrive
>Blix - "Si stanno distruggendo armi letali". Ma le rivelazioni più
>significative sono contenute nel rapporto di El Baradei, nel quale si dice
>che l'esame di alcuni documenti relativi a tentativi da parte dell'Iraq di
>importare uranio dal Niger ha mostrato che detti documenti "non sono
>autentici". Anche le indagini sui tubi di alluminio ad alta resistenza che
>l'Iraq ha tentato di acquistare in grandi quantità, e che, secondo gli
>Stati Uniti, sarebbero dovuti servire per fabbricare centrifughe per
>l'arricchimento dell'uranio hanno dimostrato che essi non erano adatti allo
>scopo (e confermato la versione irachena, secondo la quale erano destinati
>alla produzione di razzi). Il rapporto conclude che "Dopo tre mesi di
>ispezioni invasive, non abbiamo sino ad oggi trovato alcuna prova o
>indicazione plausibile di una ripresa di un programma di armamenti nucleari
>in Iraq".
> I rapporti si trovano a:
>
> http://www.un.org/Depts/unmovic/SC7asdelivered.htm (rapporto Blix)
>
>
>http://www.iaea.org/worldatom/Press/Statements/2003/ebsp2003n006.shtml
>(rapporto El Baradei)
>
> a.. (11 marzo 2003) sono 71 gli ispettori dell'Onu presenti in
>Iraq. Oltre 500 i siti sinora ispezionati.
> (a cura di Ornella Sangiovanni)
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