[ssf] Un po' di dati per opporsi alla guerra, da un ponte pe…

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Autor: damiano *
Data:  
Asunto: [ssf] Un po' di dati per opporsi alla guerra, da un ponte per...






>From: "Celeste Grossi" <celgros@???>
>Reply-To: labsocialforum@???
>To: <labsocialforum@???>
>Subject: [labsocialforum] Un po' di dati per opporsi alla guerra, da un
>ponte per...
>Date: Sat, 15 Mar 2003 10:49:42 +0100
>
>
>       L'IMPATTO UMANITARIO DI UNA GUERRA ALL'IRAQ

>
>
>--------------------------------------------------------------------------
>
>       RAPPORTO CONFIDENZIALE ONU:

>
>       OLTRE 1 MILIONE DI BAMBINI MORIRANNO PER LA GUERRA

>
>       di Ornella Sangiovanni

>
>       Pressoché ignorati dai media dominanti, troppo occupati a seguire la 
>questione delle "armi di distruzione" di massa vere o presunte in possesso 
>dell'Iraq, si moltiplicano gli allarmi per l'impatto che una eventuale 
>guerra avrebbe sulla popolazione civile nel paese

>
>       Una delle previsioni più sconvolgenti è quella contenuta in un 
>documento confidenziale delle Nazioni Unite che siamo riusciti recentemente 
>a ottenere (e di cui è stata preparata una traduzione italiana che sarà 
>disponibile a giorni sul nostro sito www.unponteper.it/nontagliolacorda): 
>sono oltre un milione i bambini che potrebbero morire in Iraq in caso di 
>guerra.

>
>       Nel documento (Integrated Humanitarian Contingency Plan for Iraq and 
>Neighbouring Countries), datato 7 gennaio 2003 e redatto dall'OCHA - 
>l'ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite - 
>si legge che il 30% dei bambini sotto i cinque anni in Iraq "sarebbero a 
>rischio di morte per malnutrizione" nell'eventualità di un conflitto. Dal 
>momento che la popolazione irachena sotto i cinque anni è di 4,5 milioni, 
>questo equivale a 1,26 milioni di bambini.

>
>       Non meno catastrofiche sono alcune cifre sul possibile impatto di 
>una guerra sulla situazione umanitaria:

>
>       5.210.000 i bambini sotto i cinque anni e le donne incinte o che 
>allattano altamente vulnerabili

>
>       500.000 le potenziali vittime dirette e indirette del conflitto

>
>       3.020.000 le persone a rischio nutrizionale

>
>       18.240.000 le persone che potrebbero avere bisogno di accesso 
>all'acqua

>
>       8.710.000 le persone che potrebbero avere bisogno di strutture di 
>servizi igienici e sanitari

>
>       Le previsioni contenute nel rapporto si riferiscono a quello che 
>viene definito uno scenario di "impatto medio", basato sulle seguenti 
>ipotesi:

>
>       - campagna militare che incontra una certa resistenza ma termina 
>dopo un periodo che va da due a tre mesi;

>
>       - distruzioni considerevoli di infrastrutture essenziali e notevoli 
>movimenti esterni ed interni di popolazione causati da una offensiva di 
>terra su vasta scala sostenuta da bombardamenti aerei;

>
>       - accesso ai civili colpiti dalla guerra gravemente limitato per la 
>durata del conflitto.

>
>       INFRASTRUTTURE CIVILI

>
>       Un conflitto militare - si legge nel rapporto - provocherebbe 
>sconvolgimenti significativi delle infrastrutture vitali nel centro e nel 
>sud del paese, con gravi limitazioni alla capacità da parte del governo e 
>di altre organizzazioni umanitarie di fornire servizi essenziali e di 
>condurre operazioni di soccorso.

>
>       Gravi sarebbero i danni al sistema dei trasporti - sia su strada che 
>su ferrovia - e ai servizi essenziali come la rete elettrica, i magazzini 
>per la conservazione delle derrate alimentari, i sistemi di trattamento 
>delle acque e dei rifiuti (questi ultimi a causa dei danni all rete 
>elettrica). Il porto di Umm Qasr non sarebbe disponibile a causa dei danni 
>o di un possibile blocco.

>
>       VULNERABILITA' DELLA POPOLAZIONE E PROGRAMMA "OIL FOR FOOD"

>
>       A preoccupare sono soprattutto gli alti livelli di vulnerabilità 
>attuale della popolazione irachena, effetto dei 12 anni di sanzioni, e la 
>dipendenza della maggior parte di essa dal governo per le proprie necessità 
>essenziali.

>
>       Secondo il WFP, sono 16 milioni (pari al 60% della popolazione 
>totale) gli iracheni che dipendono dalle razioni alimentari mensili fornite 
>dal governo.

>
>       Un conflitto sconvolgerebbe pesantemente l'attuazione del programma 
>"Oil for Food": sia la consegna delle merci in arrivo in Iraq che la 
>distribuzione interna degli stock attuali.

>
>       Ci sarebbero tuttavia variazioni significative a seconda delle varie 
>regioni del paese: nel nord Iraq, la rete di distribuzione locale potrebbe 
>rimanere più o meno intatta, mentre il sistema di consegne dai centri di 
>Mosul e Kirkuk verrebbe assai probabilmente subito interrotto.

>
>       Anche nel sud c'è da aspettarsi una interruzione più o meno 
>immediata del sistema di distribuzione per effetto di un attacco militare 
>proveniente dal Kuwait, mentre nel centro i bombardamenti aerei dei 
>principali centri urbani sconvolgerebbero immediatamente il sistema di 
>distribuzione in queste aree, come pure nelle aree rurali che vengono 
>rifornite dai magazzini interessati e che dipendono dalle reti locali.

>
>       Anche se il governo negli ultimi mesi ha distribuito alla 
>popolazione razioni doppie o triple, si prevede che le scorte nelle 
>famiglie durino non più di 6 settimane. Se la distribuzione degli alimenti 
>non dovesse essere ripresa rapidamente, ci potrebbe quindi essere una 
>situazione di fame diffusa.

>
>       Secondo le stime del World Food Programme, sarebbero circa 10 
>milioni le persone interessate dall'emergenza alimentare, costrette a 
>sfollare o colpite direttamente dall'azione militare.

>
>       Due gli "scenari di risposta" ipotizzati dall'agenzia dell'Onu: uno 
>- di risposta iniziale - nel quale verrebbero assistite 4,9 milioni di 
>persone, e un secondo - su "scala media" - che prevede l'assistenza a 9,6 
>milioni. I due scenari - si legge nel rapporto - riflettono una 
>progressione del livello di assistenza, il cui passo sarà determinato dal 
>livello di accesso, dalle risorse disponibili e dalla capacità operativa 
>nel tempo.

>
>       L'UNICEF, dal canto suo, ha piani per fornire assistenza a 910.000 
>bambini affetti da malnutrizione grave e moderata, nonché a 700.000 donne 
>incinte e in allattamento (su un totale di 5.210.000 bambini sotto i cinque 
>anni e donne incinte e che allattano altamente vulnerabili).

>
>       Inoltre sta facendo piani per fornire assistenza sanitaria a 4,7 
>milioni di persone.

>
>
>
>       EMERGENZA IDRICA E SANITARIA

>
>       Perché quella sanitaria sarà un'altra emergenza.

>
>       Anche se le scorte di vaccini e farmaci nel paese - al ritmo attuale 
>di consumo - sono sufficienti per circa 4 mesi, l'UNICEF infatti prevede 
>che si verifichino carenze di farmaci essenziali, specialmente antibiotici, 
>entro un mese dall'inizio di una crisi, a causa dell'aumento significativo 
>delle malattie gastrointestinali e delle infezioni respiratorie acute.

>
>       Particolarmente drammatica sarà la situazione dell'acqua

>
>       "In caso di crisi" - dice il rapporto "solo il 39% della popolazione 
>verrebbe servita da acqua su base razionata, per un breve periodo e a 
>seconda della disponibilità di combustibile, da parte degli impianti di 
>trattamento che dispongono di generatori". Forti sarebbero tuttavia le 
>disparità di accesso fra le aree urbane e quelle rurali, dato che nelle 
>prime il 70% degli impianti ha capacità di funzionamento in emergenza, 
>nelle seconde solo l'11%.

>
>       Anche qui il piano dell'UNICEF è di fornire acqua e servizi igienici 
>e sanitari di emergenza a 6,9 milioni di persone, su un totale di 
>18.240.000 che potrebbero avere bisogno di accesso all'acqua e 8.710.000 
>che potrebbero necessitare di servizi igienici e sanitari.

>
>       L'ONU NON POTRA' SOSTITUIRSI AL GOVERNO CENTRALE

>
>       Il rapporto sottolinea tuttavia che i bisogni umanitari della 
>popolazione nel loro complesso possono essere soddisfatti solo dalle 
>autorità locali e nazionali. Le agenzie delle Nazioni Unite non potranno 
>comunque sostituirsi ad esse, e qualunque sforzo da parte loro dovrà essere 
>complementare agli sforzi locali e limitato agli interventi strategici di 
>emergenza.

>
>       In particolare per la distribuzione del cibo, si dice chiaramente 
>che le agenzie dell'Onu, anche se venissero resi disponibili fondi a 
>sufficienza, non avrebbero la capacità di mettere in piedi da sole in breve 
>tempo un sistema che serva gran parte della popolazione come quello 
>attualmente gestito dal governo, per il cui funzionamento le autorità e 
>infrastrutture pubbliche irachene "dovrebbero giocare un ruolo importante".

>
>       L'osservazione più preoccupante è però quella secondo cui la 
>capacità delle agenzie Onu di fornire assistenza all'interno dell'Iraq 
>varierà in modo considerevole fra le diverse zone del paese.

>
>       In particolare, l'accesso ai governatorati centrali (Ninive, Tamim, 
>Salahuddin, Anbar, Babilonia, Wasit e Diyala) si prevede possa avvenire 
>progressivamente non prima di un periodo compreso fra 1 e 3 mesi 
>dall'inizio di un eventuale conflitto. Per Baghdad città e il suo 
>governatorato il periodo sarebbe addirittura di 3 mesi o più.

>
>       E davvero allarmante è la previsione del numero degli sfollati, che 
>potrebbe arrivare a 900.000. Questi andrebbero ad aggiungersi ai 
>900.000-1.100.000 già presenti nel paese: per un totale cioè di circa 2 
>milioni, di cui la maggior parte (1.150.000) nel centro.

>
>       I PROFUGHI

>
>       Fra gli effetti di un eventuale conflitto ci sono "spostamenti di 
>popolazione da media a vasta scala" verso le aree rurali e quelle di 
>confine - in particolare verso la Turchia e l'Iran - la maggior parte dei 
>quali avrebbe origine dalle aree centrali e meridionali del paese.

>
>       Secondo le stime dell'UNCHR, sarebbero fino a 1,45 milioni i 
>profughi e le persone in cerca di asilo che potrebbero cercare di fuggire 
>dall'Iraq in caso di guerra.

>
>       I flussi maggiori, come già detto, si dirigerebbero verso Iran e 
>Turchia, seguiti da Giordania, Siria, Arabia Saudita e Kuwait.

>
>       Queste le politiche di accoglienza sinora dichiarate dai diversi 
>paesi:

>
>       Iran (numero profughi previsto: da 258.000 a 900.000): permetterà ai 
>profughi di passare il confine, ma li conterrà in campi situati nelle aree 
>frontaliere.

>
>       Sono stati identificati 6 punti di ingresso principali e 4 
>secondari, ed è stato raggiunto un accordo fra governo e Nazioni Unite su 
>12 siti per campi profughi in territorio iraniano, tutti quanti entro 18 
>km. dalla frontiera.

>
>       Turchia (numero profughi previsto: da 136.000 a 270.000): non 
>permetterà di attraversare il confine. Prevede campi sul lato iracheno del 
>confine. Sembra che il governo abbia intenzione di allestire 18 campi 
>profughi.

>
>       Giordania (numero profughi previsto: da 34.000 a 50.000): la 
>posizione ufficiale è che non verranno ammessi profughi, ma pare che il 
>governo abbia lasciato intendere un certo grado di flessibilità e abbia 
>iniziato a discutere della possibilità di siti per campi profughi dalla 
>parte giordana del confine, che però le Nazioni Unite non hanno ancora 
>ispezionato.

>
>       Siria (numero profughi previsto: da 20.000 a 60.000): permetterà ai 
>profughi di attraversare il confine e ha identificato diversi punti di 
>passaggio.

>
>       Inizialmente, il campo di raccolta dovrebbe essere quello di El Hol, 
>che già nel 1991 e nel 1992 ha ospitato circa 8.000 profughi iracheni. Un 
>ulteriore campo potrebbe essere allestito nelle vicinanze del posto di 
>frontiera di Abu Kamal.

>
>       Arabia Saudita (numero profughi previsto: da 18.000 a 20.000): non 
>permetterà ai profughi di attraversare il confine.

>
>       Kuwait (numero profughi previsto: da 34.000 a 50.000): il governo ha 
>dichiarato che non aprirà i suoi confini, ma ha anche indicato che non 
>impedirà "in modo attivo" ai profughi di attraversarli.

>
>       Si prevede che circa 15.000 profughi verranno alloggiati in siti 
>temporanei all'interno della parte kuwaitiana della zona smilitarizzata, 
>mentre circa 35.000 rimarranno bloccati sul lato iracheno del confine. Si 
>prevede inoltre che la maggior parte dei profughi arriverà dalle città di 
>Safwan e Bassora.

>
>       La pianificazione, la consegna e il coordinamento degli aiuti ai 
>rifugiati sono affidati all'UNHCR, che ha già nominato un coordinatore 
>regionale per i rifugiati e ha messo a punto un programma integrato di 
>emergenza per la protezione e l'assistenza di sei mesi per la fase iniziale 
>dell'emergenza basato su quattro priorità:

>
>       - protezione dei rifugiati

>
>       - fornitura di un "pacchetto" per l'inverno (tende, coperte, 
>materassi, stufa per cucinare, lampada a kerosene, combustibile e teli di 
>plastica)

>
>       - fornitura di servizi idrici e servizi igienico-sanitari essenziali 
>secondo gli standard internazionali

>
>       - livello settoriale di assistenza al programma per 
>rifugiati/richiedenti asilo al confine.

>
>       Nelle aree in cui si prevede l'afflusso di rifugiati verranno 
>inoltre creati sub-uffici del World Food Programme per l'assistenza 
>alimentare.

>
>       Ma per i rifugiati non è l'assistenza l'unico problema.

>
>       I movimenti di popolazione - si legge nel rapporto - provocherebbero 
>anche un aumento delle vittime civili per la presenza di mine antiuomo al 
>confine con l'Iran e in alcune aree attorno alla "linea di divisione" (che 
>separa il nord sotto controllo kurdo dal resto del paese).

>
>       Questo è dovuto anche al fatto che fra la popolazione nel centro e 
>nel sud dell'Iraq - specialmente fra quella urbana - non esiste attualmente 
>consapevolezza sul problema delle mine.

>
>       COSA FARA' L'ONU

>
>       "Ai primi segnali di ostilità" - si legge nel rapporto - tutto il 
>personale internazionale delle Nazioni Unite verrà evacuato dall'Iraq.

>
>       Secondo quanto deciso dallo Steering Group Onu sull'Iraq (cui è 
>affidato il coordinamento strategico di tutte le attività delle Nazioni 
>Unite), il quartier generale di emergenza verrà in tal caso collocato a 
>Cipro, dove saranno dislocati, fra gli altri, il Coordinatore Umanitario - 
>che manterrà la responsabilità del coordinamento generale dell'assistenza 
>umanitaria in Iraq e sarà affiancato da un Field Security Officer regionale 
>appositamente nominato come consigliere per la sicurezza - e il 
>responsabile del World Food Programme per l'Iraq.

>
>       Qui verranno inoltre trasferiti l'Humanitarian Information Centre, 
>il Centro congiunto per la logistica e il Servizio Aereo Umanitario.

>
>       Il personale internazionale coordinerà l'assistenza umanitaria nel 
>paese e farà da supporto a operazioni di umanitarie transfrontaliere 
>attraverso canali di comunicazione predisposti.

>
>       Il personale locale delle Nazioni Unite potrebbe essere in grado di 
>condurre alcune operazioni umanitarie sia nel nord, che nel centro e nel 
>sud dell'Iraq.

>
>       L'UNICEF, in particolare, dispone di personale locale qualificato 
>sia nel nord che nel centro e nel sud dell'Iraq in grado di gestire il 
>programma di assistenza umanitaria per tutto il periodo in cui il personale 
>internazionale rimarrà fuori dal paese.

>
>       Esistono tuttavia preoccupazioni per il rischio consistente che il 
>personale locale possa restare bloccato nelle proprie abitazioni, costretto 
>a sfollare per la gravità del conflitto militare oppure venga mobilitato 
>dal governo. Inoltre - si legge nel rapporto - al personale locale potrebbe 
>non essere consentito dalle autorità di intraprendere alcuna attività di 
>supporto collegata alle Nazioni Unite.

>
>       IMPREPARATI .

>
>       Se questo dunque è il quadro, le agenzie dell'Onu e le 
>organizzazioni umanitarie sono preparate per far fronte a uno scenario di 
>questo tipo?

>
>       La risposta quasi unanime sembra essere no.

>
>       Nel documento confidenziale citato viene ammesso che le agenzie 
>delle Nazioni Unite potranno far poco per alleviare la situazione se 
>dovesse esserci una guerra: "L'attuale capacità di risposta del sistema 
>delle Nazioni Unite rimane ben al di sotto dei requisiti critici stabiliti 
>nel processo di pianificazione inter-agenzie".

>
>       Il collasso dei servizi essenziali in Iraq - si dice - "potrebbe 
>portare a una emergenza umanitaria di proporzioni ben al di là della 
>capacità delle agenzie delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni 
>umanitarie".

>
>       E ancora: "Tutte le agenzie delle Nazioni Unite soffrono di gravi 
>limitazioni di fondi che impediscono loro di raggiungere anche livelli 
>minimi di preparazione".

>
>       Le conferme non mancano.

>
>       Mentre le agenzie dell'Onu prevedono una "emergenza umanitaria di 
>portata e grandezza eccezionali", esse "mancano di una capacità di risposta 
>efficace", si legge in un rapporto (The Human Cost of War in Iraq) diffuso 
>di recente dal CESR (Center for Economic And Social Rights), una 
>organizzazione internazionale con sede a New York che ha per fine di 
>promuovere la giustizia attraverso i diritti umani.

>
>       Frutto della missione di una équipe di ricerca composta da 16 
>esperti, fra i quali l'ex coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in 
>Iraq, Hans von Sponeck, che ha visitato l'Iraq dal 17 al 30 gennaio, il 
>rapporto - reso fornisce un quadro decisamente scoraggiante. Esso mette, 
>fra l'altro, in discussione la capacità degli attori competenti di operare 
>in modo efficace alla luce della prevista distruzione del sistema dei 
>trasporti e delle comunicazioni e del collasso delle infrastrutture 
>pubbliche.

>
>       "Il nostro rapporto conferma che è improbabile che le agenzie 
>umanitarie internazionali possano evitare un disastro umanitario di grandi 
>proporzioni", da dichiarato Michael Van Rooyen, direttore del Center for 
>International emergency, Disaster and Refugee Studies della Johns Hopkins 
>Bloomberg School of Public Health, uno degli esperti del team.

>
>       . E SQUATTRINATI

>
>       Ma un problema di particolare gravità è quello della mancanza di 
>fondi, come denunciato di recente più volte da numerose agenzie dell'Onu.

>
>       Un appello alla comunità internazionale perché dia maggiori aiuti è 
>stato fatto il 2 marzo da Rud Lubbers, responsabile dell'UNHCR, che sta già 
>lavorando nei paesi confinanti con l'Iraq - Turchia e Iran - per prepararsi 
>a un esodo di grandi proporzioni.

>
>       Anche la responsabile dell'UNICEF, Carol Bellamy, parlando alla BBC, 
>ha accusato i governi di essere lenti nel fornire fondi per affrontare una 
>crisi umanitaria nella regione: "Finora non ci sono praticamente soldi . 
>per nessuna delle agenzie umanitarie".

>
>       "Allo stato attuale delle cose, è quasi tutto autofinanziato, il che 
>significa sottrarre denaro a luoghi come la Sierra Leone, o l'Afghanistan, 
>o la Somalia o la Colombia, e anche quelle sono crisi", ha dichiarato.

>
>       "Abbiamo solo un terzo dei fondi che ci servono per i preparativi di 
>base", ha detto il 7 marzo da Ginevra Elizabeth Byrs, portavoce 
>dell'Ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari delle Nazioni 
>Unite (OCHA), aggiungendo che l'Onu ha sinora ricevuto dai donatori che 
>hanno risposto all'appello 40 milioni di dollari, a fronte della richiesta 
>di 123,4 milioni di dollari fatta in febbraio per coprire i primi tre mesi 
>di una eventuale operazione in caso di guerra.

>
>       Il problema della mancanza di fondi viene sottolineato anche dal 
>World Food Programme. L'agenzia dell'Onu ha fatto un appello per 23 milioni 
>di dollari per finanziare "un piano iniziale di emergenza" in grado di 
>fornire razioni alimentari a 900.000 persone per 10 settimane. "Finora ne 
>abbiamo ricevuti solo 7,5" - dice il portavoce Trevor Rowe.

>
>       E più di due terzi dei 60 milioni di dollari richiesti mancano 
>all'UNHCR, che, secondo il suo portavoce Ron Redmond, ha già speso 25 
>milioni di dollari in forniture per 200.000 profughi (il numero previsto 
>nel caso più favorevole è di 600.000), costretta a prelevare 16 milioni dal 
>suo fondo di emergenza.

>
>       Situazione analoga per l'UNICEF, che, in assenza di soldi da parte 
>dei paesi donatori, ha utilizzato 7 milioni di dollari dal fondo di 
>emergenza per l'acquisto di biscotti proteici e latte terapeutico, 
>compresse per purificare l'acqua e altre forniture e sta facendo una corsa 
>contro il tempo per fornire aiuto ai bambini affetti da malnutrizione nella 
>speranza di aumentarne le probabilità di sopravvivenza in caso di guerra.

>
>       Dal canto loro, gli Stati Uniti avrebbero dato dei fondi all'Onu, ma 
>riserverebbero il grosso per aiuti "paracadutati" - del genere di quelli, 
>per intendersi lanciati in Afghanistan durante la campagna di bombardamenti 
>del 2001.

>
>       A quanto riferisce il Guardian (10 marzo 2003), ne avrebbero già 
>pronte tre milioni di razioni.

>
>       La somma stanziata - secondo il direttore della US Agency for 
>International Development, Andrew Natsios - sarebbe di circa 78 milioni di 
>dollari: neanche l'1%, commenta il quotidiano britannico, del costo 
>previsto per il lato militare della guerra.

>
>       BAMBINI A RISCHIO

>
>       Ma la situazione di massima vulnerabilità è senza dubbio quella dei 
>bambini.

>
>       Secondo un recente rapporto dell'International Study Team - un 
>gruppo di esperti indipendenti (accademici, ricercatori, medici e 
>psicologi) creato nel 1991 per esaminare gli effetti dei conflitti militari 
>sui civili e autore di quello che viene considerato il rapporto più 
>esaustivo sulle conseguenze della guerra del Golfo - i 12 milioni di 
>bambini iracheni sono a grave rischio in caso di nuova guerra, e più 
>vulnerabili ai suoi effetti nefasti di quanto non fossero nel 1991.

>
>       Il rapporto (Our Common Responsibility: The Impact of a New War on 
>Iraqi Children), reso pubblico il 30 gennaio scorso è il risultato del 
>lavoro di una équipe di esperti, guidata dal Dr. Eric Hoskins, un medico 
>canadese che è stato in Iraq almeno 25 volte. Le sue conclusioni si basano, 
>oltre che su dati di numerose fonti - comprese le Nazioni Unite, alcune ong 
>nazionali e internazionali e funzionari governativi iracheni, su interviste 
>fatte in oltre 100 famiglie dal 20 al 26 gennaio, durante una missione in 
>Iraq finanziata da oltre 20 ong canadesi americane e norvegesi, senza alcun 
>supporto dal governo iracheno.

>
>       La previsione è quella di "un grave disastro umanitario". In caso di 
>guerra le vittime fra i bambini potrebbero essere migliaia, forse decine di 
>migliaia, non solo a causa dei combattimenti, ma delle conseguenze di un 
>conflitto, come lo sconvolgimento del sistema di distribuzione del cibo, la 
>mancanza di farmaci, il flusso di profughi.

>
>       La maggior parte dei bambini iracheni - si legge nel rapporto - 
>dipende dalle razioni alimentari distribuite dal governo: lo sconvolgimento 
>di questo sistema a causa di una guerra avrebbe su di loro un impatto 
>devastante dati i livelli elevati di malnutrizione già esistenti.

>
>       La condizione attuale dei bambini iracheni dal punto di vista sia 
>sanitario che nutrizionale li rende dunque oggi più vulnerabili alla guerra 
>di quanto non fossero nel 1991.

>
>       Ma l'aspetto più sconvolgente è senza dubbio quello indagato dai due 
>psicologi del team, esperti di fama mondiale dell'impatto psicologico della 
>guerra sull'infanzia.

>
>       I bambini iracheni - dicono i risultati della loro indagine - 
>soffrono di gravi danni psicologici a causa della minaccia di guerra che 
>incombe su di loro. Oggi i bambini in Iraq vivono con una grande paura di 
>una nuova guerra: sono "spaventati, ansiosi e depressi". Molti hanno incubi 
>e il 40% di quelli intervistati non crede che valga la pena vivere.

>
>       Copie del rapporto sono state inviate al Consiglio di Sicurezza 
>dell'Onu, al governo iracheno e a quello canadese. Il rapporto è stato 
>sinora ignorato dalla stampa dominante, con alcune rare eccezioni, fra cui 
>il quotidiano britannico The Independent, e, in Italia, il settimanale 
>"Carta".

>
>       UMANITARI CON L'ELMETTO?

>
>       Intanto fra le varie organizzazioni umanitarie internazionali si 
>diffonde il timore di poter essere "inquadrate" o messe in qualche modo 
>sotto la tutela del Pentagono. Quest'ultimo, in effetti, ha di recente 
>annunciato la creazione di un Ufficio per la ricostruzione e l'aiuto 
>umanitario, posto sotto l'autorità diretta dello Stato Maggiore, e diretto 
>dal generale in pensione Jay Garner.

>
>       Un organismo che afferma di voler "facilitare" l'intervento delle 
>ong.

>
>       La cosa non convince, anzi, rende molto inquieti, soprattutto i 
>francesi.

>
>       In un comunicato comune diffuso di recente, Action contre la faim, 
>Médecins du monde, Handicap International, Première Urgence, Solidarités e 
>Enfants du monde hanno proclamato il loro rifiuto "di subordinare l'azione 
>sul campo a una autorità militare che è parte nel conflitto", ricordando 
>che "l'azione umanitaria non può essere considerata come un'arma al 
>servizio di obiettivi militari".

>
>       A preoccupare queste organizzazioni è soprattutto il timore che 
>siano gli americani a dover dar loro il via libera per entrare nelle zone 
>preventivamente "bonificate" dai loro soldati.

>
>       "Limitare l'intervento alle zone pacificate" - scrivono - "è 
>snaturare l'aiuto umanitario imponendogli di scegliere fra le vittime", e 
>denunciano il rischio di "un aiuto mirato (.) a favore delle regioni in cui 
>il potere locale è favorevole alla coalizione guidata dagli Stati Uniti".

>
>       Non tutti però la pensano così. Da un lato c'è Médicins sans 
>frontières (MSF), che non ha firmato il comunicato, e ritiene che sarà 
>difficile lavorare al di fuori del quadro fissato dal Pentagono.

>
>       "Saremo pragmatici" - dichiara il responsabile del programma Iraq, 
>Pierre Salignon, citato dal quotidiano Libération (4 marzo 2003) . "E' 
>nell'azione che affermeremo la nostra indipendenza, in particolare 
>dirigendo i nostri sforzi sulle popolazioni che saranno trascurate dagli 
>americani".

>
>       Gli "umanitari" - secondo MSF - non hanno "il monopolio 
>dell'assistenza": in quanto parte belligerante, l'esercito americano "ha 
>non solo il diritto ma anche l'obbligo di aiutare le popolazioni civili", 
>dicono.

>
>       Dall'altro, c'è Expats-network, un network indipendente di circa 
>2300 volontari, che ha diffuso in rete una petizione contro qualunque 
>assistenza sia in Iraq che nei paesi limitrofi.

>
>       "Se scoppia il conflitto" - dicono - "saremo chiamati a essere i 
>supplenti di un esercito di aggressione". L'appello - spiega Hervé 
>Gonsolin, uno dei fondatori - è una forma di provocazione mediante la quale 
>si vuole suscitare una riflessione in seno alle ong.

>
>       "A ogni crisi, gli umanitari si precipitano senza porsi delle 
>domande. Ma su che base deontologica agiamo?".

>
>       IRAQ: IL PUNTO SULLE ISPEZIONI

>
>       Le ispezioni sugli armamenti non convenzionali in Iraq sono iniziate 
>il 27 novembre 2002, dopo una interruzione di circa 4 anni. Gli ispettori 
>vennero infatti ritirati nel dicembre 1998, alla vigilia dell'operazione 
>militare Desert Fox, e da allora non erano più rientrati nel paese.

>
>
>
>         a.. 7 dicembre 2002: con un giorno di anticipo sulla scadenza 
>prevista dalla risoluzione Onu 1441 (2002)) l'Iraq consegna la 
>dichiarazione sui suoi programmi di armamenti: un dossier imponente, 
>composto da oltre 12.000 pagine, suddiviso in quattro parti: nucleare, 
>chimico, biologico e balistico.
>         b.. 19 dicembre 2002: Hans Blix, Direttore Esecutivo dell'UNMOVIC, 
>e Mohammed El Baradei, Direttore Generale dell'IAEA, fanno un rapporto 
>preliminare al Consiglio di Sicurezza.
>         c.. 28 dicembre 2002: l'Iraq consegna una lista con i nomi di 
>oltre 500 scienziati che hanno lavorato ai suoi programmi di armamenti.
>         d.. 9 gennaio 2003: Hans Blix e Mohammed El Baradei presentano al 
>Consiglio di Sicurezza il rapporto finale sul dossier iracheno. Essi dicono 
>di non aver sinora trovato in Iraq alcuna "pistola fumante" (ovvero, 
>nessuna prova inconfutabile) del fatto che il paese possieda armi di 
>distruzione di massa. Ribadiscono tuttavia che la dichiarazione presentata 
>dall'Iraq è "incompleta", e che molte questioni restano da chiarire. Dal 
>dossier risulterebbe inoltre che l'Iraq ha violato le sanzioni dell'Onu, 
>importando parti (motori per missili) e materie prime per la produzione di 
>combustibile solido per missili per il suo programma missilistico.
>         e.. 19 e 20 gennaio 2003: Blix ed El Baradei vanno a Baghdad per 
>colloqui con i funzionari iracheni. Viene sottoscritta una dichiarazione 
>congiunta in 10 punti, nella quale, fra l'altro, l'Iraq si impegna a 
>"incoraggiare le persone ad accettare l'accesso anche in aree private" e a 
>"incoraggiare" le persone a cui venga richiesto ad accettare interviste in 
>privato. L'Iraq dice inoltre di essere pronto a rispondere alle questioni 
>sollevate in merito alla sua dichiarazione del 7 dicembre 2002.
>         f.. 27 gennaio 2003: Blix ed el Baradei presentano al Consiglio di 
>Sicurezza il rapporto sulle ispezioni previsto dalla risoluzione 1441 
>(2002). Blix, Direttore Esecutivo dell'UNMOVIC, dice che l'Iraq non ha 
>accettato sinceramente - neanche oggi - le risoluzioni dell'Onu che ne 
>impongono il disarmo, aggiungendo tuttavia di non poter confermare le 
>accuse degli Usa, secondo le quali Baghdad avrebbe ricostituito il suo 
>arsenale.
>         Il Direttore Generale dell'IAEA, Mohammed El Baradei, afferma nel 
>suo rapporto di "non aver trovato prove che l'Iraq abbia ripreso il suo 
>programma di armamenti nucleari dalla sua eliminazione negli anni '90", 
>sottolineando di aver bisogno ancora di "alcuni mesi" per continuare le 
>ispezioni: mesi - ha detto - che "sarebbero un investimento prezioso, 
>perché potrebbero aiutarci a evitare una guerra".
>         Blix dice inoltre che molte questioni fondamentali restano ancora 
>senza risposta, in particolare dove si trovino l'agente nervino VX, 2 
>tonnellate di mezzi di coltura per agenti biologici tipo l'antrace, 550 
>granate da artiglieria riempite di iprite e 6.500 bombe chimiche di cui 
>l'Iraq sinora non ha dato conto. Inoltre, malgrado le assicurazioni date 
>dall'Iraq che esso avrebbe incoraggiato i suoi scienziati a farsi 
>intervistare in privato dagli ispettori, nessuna di queste interviste ha 
>ancora avuto luogo.
>         I rapporti si trovano a:

>
>         http://www.un.org/Depts/unmovic/Bx27.htm (rapporto Blix)

>
>
>http://www.iaea.org/worldatom/Press/Statements/2003/ebsp2003n003.shtml
>(rapporto El Baradei)
>
>         g.. http://www.un.org/Depts/unmovic/blix14Febasdel.htm (rapporto 
>Blix)

>
>         a.. 
>http://www.iaea.org/worldatom/Press/Statements/2003/ebsp2003n005.shtml 
>(rapporto El Baradei)

>
>         b.. 7 marzo 2003: nuovo rapporto degli ispettori al Consiglio di 
>Sicurezza.
>         Secondo Blix, pur non potendosi definire l'atteggiamento dell'Iraq 
>come di cooperazione "immediata", esso tuttavia può essere attualmente 
>considerato "attivo" o anche "proattivo". In particolare, l'aver intrapreso 
>la distruzione dei missili as Samoud 2 costituisce "una misura sostanziale 
>di disarmo". "Non siamo di fronte alla rottura di stuzzicadenti" - scrive 
>Blix - "Si stanno distruggendo armi letali". Ma le rivelazioni più 
>significative sono contenute nel rapporto di El Baradei, nel quale si dice 
>che l'esame di alcuni documenti relativi a tentativi da parte dell'Iraq di 
>importare uranio dal Niger ha mostrato che detti documenti "non sono 
>autentici". Anche le indagini sui tubi di alluminio ad alta resistenza che 
>l'Iraq ha tentato di acquistare in grandi quantità, e che, secondo gli 
>Stati Uniti, sarebbero dovuti servire per fabbricare centrifughe per 
>l'arricchimento dell'uranio hanno dimostrato che essi non erano adatti allo 
>scopo (e confermato la versione irachena, secondo la quale erano destinati 
>alla produzione di razzi). Il rapporto conclude che "Dopo tre mesi di 
>ispezioni invasive, non abbiamo sino ad oggi trovato alcuna prova o 
>indicazione plausibile di una ripresa di un programma di armamenti nucleari 
>in Iraq".
>         I rapporti si trovano a:

>
>         http://www.un.org/Depts/unmovic/SC7asdelivered.htm (rapporto Blix)

>
>
>http://www.iaea.org/worldatom/Press/Statements/2003/ebsp2003n006.shtml
>(rapporto El Baradei)
>
>       a..  (11 marzo 2003) sono 71 gli ispettori dell'Onu presenti in 
>Iraq. Oltre 500 i siti sinora ispezionati.
>       (a cura di Ornella Sangiovanni)

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