----- Original Message -----
From: PABLO
To: Sergio Bersanetti ; Marco Ponzio ; Lorenzo Beudò ; Guglielmo Rondinelli
; Genova Libera ; Andrea Zargani ; Corrado Bertinotti
Sent: Saturday, December 28, 2002 5:16 PM
Subject: piazza alimonda
Nel mese di ottobre mentre Haidi era vicino alla cancellata dei ricordi di
Carlo le erano state lanciate delle uova da uno dei palazzi
Il 7 dicembre scorso i soliti noti hanno incendiato i ricordi.
In questi giorni i soliti noti hanno in parte dato fuoco di nuovo ai ricordi
e non soddisfatti hanno strappato striscioni, bandiere, biglietti e le foto
di Carlo.
Ora in parte è stato rimesso in ordine, hanno paura, Carlo fa' paura come
simbolo di chi ha lottato contro il potere dello stato e contro il fascismo
delle forze dell'ordine, Carlo li costringe a guardarsi nella coscienza e
vedere un delitto dello Stato impunito, Carlo fa' paura perchè sanno che
siamo milioni di Carli e Carle che continueremo a lottare.
Hanno paura di lui, hanno paura di noi.
Tra circa due settimane attendiamo la risposta sulla domanda di
archiviazione.
NO PASARAN
www.piazzacarlogiuliani.org
Molte cose segnano una vita, molte vite segnano qualcosa che verrà.
Carlo Giuliani
IL MANIFESTO 29/12/02
L'omicidio di Carlo Giuliani a Genova nel racconto degli ufficiali presenti
Il colonnello di piazza Alimonda
A pochi metri dal Defender, quando Giuliani venne colpito, c'erano ufficiali
e sottufficiali dell'Arma tutti collegati via radio. Tra i più vicini il
tenente colonnello Truglio, comandante delle Compagnie d'intervento
risolutivo create per il G8, il più alto in grado nelle vie di Genova. Ecco
il verbale della sua unica deposizione, lacunosa come quella del capitano
Cappello titolare della jeep da cui partì il colpo e anche lui presente. Il
pm Franz, che chiede l'archiviazione per Placanica, non ha mai sentito
Truglio. Cosa si dicevano gli ufficiali? Che ordini hanno dato all'autista?
Perché quelle manovre «sbagliate»?
ALESSANDRO MANTOVANI
Forse Mario Placanica era davvero «terrorizzato» come sostiene il pm Silvio
Franz. «Forse sparando voleva solo impaurire gli aggressori» come si legge
nella richiesta di archiviazione per legittima difesa. E'invece del tutto
certo, scolpito nei filmati e ora certificato dalle carte, che al momento
del colpo di pistola i carabinieri della jeep di piazza Alimonda non erano
affatto isolati. Né soli né abbandonati. A venti-trenta metri c'era un
plotone intero, a non più di cinquanta la polizia schierata in piazza
Tommaseo e nel mezzo tenenti e sottufficiali che si sbracciavano
confusamente: si badi bene, i cc erano tutti collegati via radio o via
«laringofono» per scambiarsi indicazioni anche a distanza. E ora si apprende
che ancora più vicino, al massimo a venti metri dal punto in cui Carlo
Giuliani veniva ferito e calpestato due volte dal Defender, c'era persino il
comandante in capo delle truppe scelte dell'Arma, l'ufficiale più alto in
grado nelle strade di Genova. Il tenente colonnello Giovanni Truglio l'ha
riferito egli stesso ai magistrati. Quarantatre anni, paracadutista, Truglio
al G8 era il massimo responsabile delle cinque Compagnie di contenimento e
intervento risolutivo (Ccir) formate per l'occasione e poi disciolte. E a
tre ore dall'omicidio, alle 20,20 del 20 luglio 2001, l'ufficiale poteva
raccontare ai pm la sua versione su piazza Alimonda. «I manifestanti hanno
caricato violentemente - ha dettato a verbale - Io stesso ero alle spalle
del dispositivo. Dopo scontri cruenti i militari hanno ceduto, arretrando in
maniera precipitosa. Era una fase molto concitata, io stesso sono arretrato
sull'incalzare dei manifestanti fino ad arrivare all'imbocco della via
d'uscita da piazza Alimonda, che credo essere via Caffa. Preciso che io mi
sono fermato all'inizio della predetta via a circa una decina di metri dalla
piazza e che il contingente, nel suo repentino arretrare, ha oltrepassato a
ritroso le due Land Rover che sono rimaste così in piazza Alimonda
distaccate dal dispositivo mentre cercavano di effettuare manovra per
raggiungerlo. Addirittura il contingente - proseguiva Truglio - è arretrato
a tal punto che io stesso mi sono trovato in posizione intermedia tra il
contingente e le due autovetture, anzi forse più vicino a queste ultime.
(...) Le due Land Rover, in un primo momento ritengo che siano arretrate in
retromarcia in piazza Alimonda, rinculando verso destra (guardando in
direzione monte) e successivamente avanzando a sinistra per cercare di
invertire la marcia e raggiungere il contingente che oramai si trovava
arretrato nella parte inferiore di via Caffa. (...) Mentre una delle due
campagnole, che poi ho saputo essere quella su cui io mi trovavo
originariamente, è riuscita a completare la manovra, la seconda è stata
arrestata nel suo avanzare da un cassonetto delle immondizie che ha finito
per bloccarla completamente. Non ho avuto modo di vedere distintamente tutte
le fasi della vicenda - precisava ancora l'ufficiale - sia per la presenza
di un muro di manifestanti che proseguiva nel lancio di sassi, sia perché
resomi conto della situazione di pericolo cercavo in tutti i modi di
richiamare l'attenzione del contingente che era arretrato in modo
disordinato, per farlo nuovamente avanzare a sostegno del mezzo
intrappolato. Non so dire se qualcuno degli occupanti abbia fatto uso di
armi da fuoco, io non ho sentito spari. Ho veduto un manifestante a terra.
(...) Dopo che la campagnola era restata bloccata l'ho vista effettuare una
marcia indietro e poi ripartire. In quest'ultimo frangente mi sono accorto
che avanzando stava oltrepassando il corpo di una persona. Non so dire se
l'avesse già investita in retromarcia».
Altri avevano visto molto meno. Il capitano Claudio Cappello che comandava
la compagnia, nella relazione di servizio datata 21 luglio scriveva di aver
visto solo le jeep che facevano manovra «accerchiate dai facinorosi». L'11
settembre seguente, sentito dal pm Franz perché il suo nome era uscito in
un'assemblea a Bologna, a proposito della jeep Cappello aggiungeva: «Fu il
tenente colonnello Truglio che mi disse di averla vista passare sopra un
corpo». Del resto a non più di dieci secondi dal colpo di pistola, quando il
Defender aveva già schiacciato il corpo di Carlo ma il suo cuore sembrava
battere ancora, Truglio è stato il primo a raggiungere la jeep. Nella foto
che pubblichiamo si vede un carabiniere con i gradi del tenente colonnello,
una torre e due stelle, e ufficialmente non ce n'erano altri in zona. A
Truglio e Cappello erano peraltro assegnate le due Land Rover. Truglio,
racconta, ne era sceso poco prima. Quando sia sceso Cappello non si capisce,
ma la jeep di Placanica era la sua. E se i due Defender non avevano le grate
su tutti i lati è solo perché non erano affatto destinati alla carica e alla
successiva scomposta ritirata del pur cospicuo plotone (cento o cinquanta:
ps e cc non si accordano neanche sui numeri).
Lo stesso Cappello ha ammesso che le due jeep non dovevano trovarsi lì. «Vi
fu un arretramento disordinato - ha detto ancora al pm - Io non mi reso
conto che dietro di noi vi erano anche le due Land Rover, anche perché non
c'era alcun motivo operativo». Parola dell'ufficiale che comandava le
truppe, sia pure sotto la direzione di un vicequestore aggiunto, Adriano
Lauro, e con il suo superiore a pochi metri. Cosa si dicevano gli ufficiali?
Che ordini hanno dato agli autisti? Perché non hanno richiamato le truppe?
Mistero. E dai pm nessuna domanda.
Se Truglio era così vicino (una volta dice dieci metri dalla piazza, una
volta trenta-quaranta dalla scena) non si capisce per quale motivo non sia
mai stato interrogato personalmente dal sostituto Silvio Franz. Il tenente
colonnello, infatti, era stato sentito solo il 20 luglio dai pm di turno,
Anna Canepa e Andrea Canciani, ma quella deposizione era per forza
superficiale, sommaria, insufficiente: due paginette e mezzo di verbale,
nessuna domanda se non «quanti erano i manifestanti?», «cos'altro ha
visto?», «e poi dove è andata la jeep?». Eppure il pm Franz in diciassette
mesi non ha trovato un momento per riascoltare il comandante, per farsi
spiegare accadimenti durati pochi minuti ma certo irriducibili al confronto
tra il ventenne Mario e il ventitreenne Carlo, uno con la pistola e l'altro
con l'estintore. Per il magistrato era inutile. Così di Truglio si sono
occupati solo gli autori delle controinchieste di sherwood.it e
italy.indymedia.org, da Lello Voce agli anonimi Arto e Franti. Impossibile,
per il manifesto, un colloquio con l'ufficiale: al comando dell'Arma
rispondono picche, un po' «per rispetto della magistratura» e un po' «per
ragioni di sicurezza».
Lo stesso dottor Franz scrive che «la vicenda va valutata non immaginando
uno scontro tra Giuliani, ma contestualizzando le condotte». E se
«Placanica - come afferma il pm - negli interrogatori non è stato in grado
di fornire precisazioni in merito agli istanti che hanno preceduto
l'esplosione dei colpi», altri quelle precisazioni avrebbero dovuto
fornirle. O almeno un magistrato dovrebbe pretenderle. Tanto più quando
scopre che all'operazione conclusa con un morto sulla strada, il primo morto
da ordine pubblico dopo ventidue anni (il precedente diretto non è Giorgiana
Masi, 12 maggio `77, ma Alberto Giaquinto, giovane neofascista ucciso a Roma
il 10 gennaio `79 da un agente in borghese), partecipava anche il comandante
delle Ccir, compagnie speciali «di rinforzo» collegate alla centrale dei Cc
ma ingovernabili per la polizia che dirigeva i servizi. A maggior ragione se
lo stesso pm accerta che le manovre erano sbagliate, che i carabinieri
potevano comunicare fra loro e che Lauro e Cappello fanno scaricabarile
anche sulla decisione di caricare in piazza Alimonda, dalla quale verrà poi
la ritirata e l'«accerchiamento» delle jeep. Per non dire della radio.
Indimenticabile, davanti al comitato parlamentare d'indagine, il tentativo
di nascondere la ricetrasmittente che era a bordo del Defender: una pessima
figura per l'allora comandante generale dell'Arma Sergio Siracusa, smentito
dal colonnello di Genova Giorgio Tesser. In seguito le trascrizioni radio
sono state acquisite dal pm, che però ha ritenuto «inutili» anche quelle.
Tutto «inutile», insomma, comprese le piccole telecamere installate nei
caschi di alcuni militari: i filmati, consegnati dopo un paio di mesi, sono
risultati «inutilizzabili perché gli operatori si agitavano troppo».
Anche i misteri di piazza Alimonda sono troppi, vengono i brividi pensando
che il 18 febbraio il gip Elena Daloiso potrebbe firmare l'archiviazione. Un
tale esito lo prevedeva dal primo giorno l'ex procuratore di Genova
Francesco Meloni, come del resto ricordato di recente dal suo successore
Francesco Lalla: «Le prime impressioni andavano in direzione della legittima
difesa», ha detto al Corriere del 6 dicembre. Eppure c'è l'immagine di
quella mano che impugna la pistola, ferma per un minuto nella posizione
orizzontale di chi sa sparare e sta prendendo la mira, difficile da
ricondurre al ventenne ferito, intontito dal gas e morto di paura. C'è
un'autopsia che anche Franz giudica «superficiale», solerte nell'escludere
ogni responsabilità per l'autista del mezzo e del tutto impresentabile sul
presunto frammento del proiettile rimasto nel cranio, visibile alla Tac ma
ignorato dal professor Marcello Canale: diventerà la base della tesi dei
periti del pm, secondo i quali l'ogiva si sarebbe frantumata battendo sul
famigerato «calcinaccio» che avrebbe deviato il colpo. E ancora, ci sono le
contraddizioni di Placanica, che in un primo interrogatorio diceva «ho
sentito la mia mano contrarsi partire dalla mia pistola due colpi»
(20.7.'01), nel secondo «mi misi a urlare `andatevene o vi ammazzo' e lo
dissi almeno tre o quattro volte. L'aggressione continuava e fu allora che
esplosi un colpo, il successivo seguì quasi di riflesso» (11.09.'01), e poi
ha cambiato idea con tv e giornali dicendo di aver sparato in alto (ormai
c'era il sasso) e perfino di non sapere se avessero sparato altri. Ci sono
le foto in cui l'indagato somiglia troppo al militare che non può aver
premuto il grilletto, un'impressionante altalena di perizie e infine il
ruolo oscuro di Truglio, Cappello e degli altri responsabili dei cc in
piazza Alimonda. L'élite delle forze armate sul fronte della guerra interna.