[Nogelminispbo] Reato di soggiorno per punti

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Author: Sean Patrick Casey
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To: Autorganizzazione Studentesca
CC: No Gelmini SciPol Bologna, Circolo Anarchico Camillo Berneri, Collettivo SPA, Assemblea Antifascista Permanente
Subject: [Nogelminispbo] Reato di soggiorno per punti
http://coordinamentomigranti.org/2014/03/28/reato-di-soggiorno-per-punti/

Reato di soggiorno per punti

Con una circolare dello scorso febbraio il Ministero dell’Interno ha
illustrato alle Prefetture il regolamento sull’accordo di integrazione,
rendendo così esecutive le procedure di verifica del cosiddetto “permesso
di soggiorno a punti” entrato in vigore nel marzo del 2012 con il decreto
dell’allora ministro Maroni. Si tratta di una verifica che riguarda al
momento soltanto circa 26 mila migranti (tra questi poco più di 2 mila
nella provincia di Bologna). Eppure, l’accordo di integrazione e il
relativo permesso a punti costituiscono il futuro orizzonte del razzismo
istituzionale volto a definire le nuove gerarchie dello sfruttamento del
lavoro migrante.

Ad eccezione di quanti hanno il permesso di soggiorno per asilo e per
motivi umanitari, oppure di quanti hanno esercitato il diritto al
ricongiungimento familiare o hanno ottenuto un permesso di soggiorno CE di
lungo periodo o la carta di soggiorno, tutti i migranti entrati in Italia
dopo il 10 marzo 2012 (data del decreto Maroni) sono obbligati a
sottoscrivere un accordo di integrazione, firmando una Carta dei Valori e
impegnandosi così a raggiungere (partendo da 16 punti) un minimo di 30
punti per non perdere il permesso di soggiorno e non essere espulsi. Dopo
due anni dalla firma, lo Sportello Unico dell’Immigrazione è, infatti,
chiamato a verificare il rispetto dell’accordo calcolando i punti
conquistati e quelli persi. Che cosa stabilisce la Carta dei Valori? E
soprattutto come si conquistano o si perdono punti?

La “Carta dei Valori, della Cittadinanza e dell’Integrazione” descrive
l’Italia come una comunità di persone e di valori: una sorta di paradiso
in terra! Tra i molti valori che rendono gioiosa la vita in paradiso, ci
sono: libertà, giustizia, uguaglianza, solidarietà, dignità, la parità tra
uomo e donna, i diritti umani e persino quelli sociali, come se il welfare
non fosse ormai un miraggio per tutti, precari, operai e migranti. In
effetti, quando entrano per la prima volta in questo paese, i migranti
forse non sanno che esistono i centri di identificazione ed espulsione
(CIE) dove si può essere rinchiusi per mesi senza aver commesso alcun
reato, ma soltanto per aver perso il diritto a restare. Non sanno che per
rinnovare il permesso dovranno dimostrare continuamente di avere un
contratto di lavoro, di avere un reddito sufficiente, una casa con una
certa metratura e di aver versato i contributi. Non sanno neanche di dover
pagare centinaia di euro a ogni rinnovo per ogni membro della loro
famiglia e di dover aspettare mesi (anche se la legge stabilisce un tempo
massimo di sessanta giorni) per avere in mano un foglio di carta che
talvolta è persino consegnato in scadenza. Non sanno inoltre che non
potranno riscattare i contributi versati in anni di lavoro, nel caso
perdessero il permesso o decidessero di tornare nel loro paese (a meno di
accordi bilaterali stipulati dal governo italiano, ancora però con pochi
paesi). Non sanno che dovranno aspettare più di dieci anni per avere la
cittadinanza, semmai riusciranno a ottenerla. Non sanno che i loro figli
nati e cresciuti qui non sono cittadini, ma dovranno sottostare come loro
al ricatto del permesso di soggiorno una volta compiuti 18 anni e
terminati gli studi. Non sanno neanche che può succedere che i loro figli
siano respinti dalle scuole, si dice per “mancanza di posti”, nonostante
il diritto alla scuola dell’obbligo sia stabilito dalla Costituzione. La
Carta dichiara inoltre la parità di genere, ma le migranti che entrano per
ricongiungimento familiare non sanno che per lo Stato italiano “esistono”
soltanto nel permesso di soggiorno del marito. Però la poligamia è
vietata. Non sapendo tutto questo, senza dubbio, i migranti aderiranno più
che volentieri ai valori di una Carta che li vuole integrare in un paese
che affonda le sue radici nella “tradizione ebraico-cristiana”, ma che
comunque garantisce la libertà religiosa.

Dopo aver sottoscritto la Carta e stipulato l’accordo di integrazione, i
migranti entrano in paradiso direttamente nel girone dei giochi a premi.
Ecco alcuni esempi. Dopo due anni, chi dimostrerà di conoscere bene la
lingua italiana – avendo conseguito titoli scolastici oppure semplicemente
pagando un corso in una scuola d’italiano – conquisterà dai 10 ai 30 punti
a seconda del livello di conoscenza. Chi avrà frequentato istituti tecnici
o corsi universitari, oppure chi insegnerà nelle università, otterrà fino
a un massimo di 50 punti. Diversamente, chi avrà conseguito semplicemente
un diploma di istruzione secondaria o avrà aggiornato le proprie
competenze con corsi di formazione professionale conquisterà soltanto un
misero premio di 4 o 5 punti. Infine, sono previsti 6 punti per chi avrà
un regolare contratto di affitto o di acquisto di una casa, e 4 punti per
chi sceglierà un medico di base. Sanzioni penali e pecuniarie per reati e
illeciti amministrativi e tributari di vario tipo comportano invece la
perdita di un minimo di 2 punti fino a un massimo di 25.

A questo punto le regole del gioco a premi dovrebbero essere chiare. Dopo
due anni, chi avrà raggiunto 30 punti sarà “libero” di vivere in paradiso
pur dovendo sottostare al ricatto del permesso di soggiorno legato al
lavoro. Chi invece non avrà raggiunto 30 punti retrocede in purgatorio,
rimane cioè sotto “giudizio” e avrà tempo ancora un anno per redimersi.
Alla scadenza dell’anno, se i termini dell’accordo di integrazione non
saranno rispettati, il suo permesso di soggiorno sarà revocato e si
ritroverà in mano il foglio di via: sarà espulso. La revoca del permesso è
immediata nel caso di punteggio pari a 0 dopo due anni dalla stipula del
contratto. Alla fine del gioco quello che è chiaro è che il paradiso
descritto dalla Carta dei Valori non è altro che l’inferno delle nuove
gerarchie del razzismo istituzionale, non solo tra migranti e italiani, ma
tra gli stessi migranti.

Quando è entrata in vigore ormai più di dieci anni fa, la legge Bossi-Fini
ha introdotto in modo più stringente di quanto non fosse in passato il
legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro: il permesso di
soggiorno è così diventato un vero e proprio ricatto che, in particolare
in seguito alla crisi economica, ha costretto i migranti ad accettare
qualsiasi lavoro, senza qualifiche e sicurezze, con salari sempre più
bassi e tempi di lavoro sempre più intensi. In questo modo, mettendo in
competizione tra loro migranti, operai e precari italiani, il ricatto del
permesso di soggiorno non ha soltanto impoverito il lavoro migrante, ma ha
indebolito tutto il lavoro. Oggi, quando i migranti – in particolare nel
settore della logistica – hanno nuovamente dimostrato che è possibile
rompere il ricatto del permesso lottando insieme per conquistare salario e
abolire la legge Bossi-Fini, l’accordo di integrazione e il “permesso di
soggiorno a punti” intendono rafforzare quel ricatto stabilendo nuove e
profonde gerarchie. Anche se per il momento coinvolgono poche decine di
migliaia di migranti, in prospettiva queste nuove norme avranno un preciso
risvolto politico: posizionare i migranti dentro specifiche gerarchie che
corrispondono alla loro istruzione, alle loro competenze professionali, al
loro comportamento sociale. Se la legge Bossi-Fini ha reso i migranti
tutti uguali come forza lavoro usa e getta funzionale alle esigenze dei
padroni, l’accordo di integrazione e il permesso a punti vorrebbero
stabilire quali migranti possono conquistare il diritto di restare e in
quale posizione nel mercato del lavoro, a seconda della loro capacità di
adeguarsi alle esigenze delle imprese e alle regole della società. Per
certi versi, queste norme hanno anticipato e ora funzionano in modo
complementare alle recenti riforme del lavoro (ultimo in ordine di tempo
il decreto del ministro del lavoro “cooperativo”) che hanno ulteriormente
individualizzato e precarizzato il lavoro, scaricando completamente sul
lavoratore la responsabilità di conquistare un’occupazione dando buona
prova di sé nella formazione, nel lavoro e nel mercato. Di nuovo, allora,
la sfida politica che i migranti lanciano a tutti – movimenti,
associazioni, sindacati – è quella di riconoscere e sostenere le
rivendicazioni del lavoro migrante contro i centri di detenzione (
http://coordinamentomigranti.org/2014/03/06/il-merito-della-lotta-contro-i-cie/
), il ricatto del permesso e la precarizzazione di tutto il lavoro (
http://coordinamentomigranti.org/2014/03/02/1-marzo-bologna-piu-di-duemila-contro-il-ricatto-del-permesso-di-soggiorno/)
: migranti, precari e operai italiani devono lottare insieme per rompere
le gerarchie dello sfruttamento.

Coordinamento Migranti – Scuola di Italiano con Migranti XM24 – Sportello
Legale XM24