[ Flynets-Lab ] Le dieci risposte alle dieci domande della S…

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Autore: Flynets HACKtivist Newsletter
Data:  
To: Lab Flynets
Oggetto: [ Flynets-Lab ] Le dieci risposte alle dieci domande della SIAE
1. Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete
non deve essere remunerato?

R: La presenza della rete ha cambiato completamente le dinamiche, rendendo
obsoleto anche il solo concetto che c'è dietro l'esistenza dell'editoria e
della filiera distributiva. Oggi chiunque può autoprodursi musica, libri,
film e software, senza bisogno alcuno di avere degli editori alle spalle; la
rete mette a disposizione degli strumenti potentissimi che permettono a
tutti i nuovi autori non solo di fare a meno dell'industria editoriale e
distributiva, ma anche di non andare contro gli utenti stessi, trovando
nuovi modelli di business che non siano il chiedere soldi per delle copie,
ma piuttosto per offrire le proprie conoscenze ed il proprio talento,
facendo contratti di assistenza, di personalizzazioni, di creazioni di opere
su misura, facendo concerti o rappresentazioni teatrali, facendo mostre e
conferenze, vendendo manoscritti o altre creazioni uniche, piuttosto che
semplici copie. Il successo di tanti autori, ma anche di intere aziende, che
letteralmente vivono con l'open source, con le licenze cosiddette copyleft,
e con i concerti, lo dimostra in modo inequivocabile.

Il diritto d'autore (diritto dell'autore a poter dire "questo l'ho fatto io
e non altri") peraltro, dalla stragrande maggioranza del "popolo della
rete", è sempre stato riconosciuto. Quello che oggi è contestato da tutti è
il copyright ("diritto di copia" e non "diritto d'autore"). Copyright che,
peraltro, a differenza del diritto d'autore (che è inalienabile e
incedibile), quasi mai è in mano all'autore dell'opera, ma in mano alle
corporazioni (SIAE e simili) e agli editori.



2. Perché coloro che criticano il provvedimento AGCOM non criticano
anzitutto il furto della proprietà intellettuale? Perché impedire la messa
in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere
considerata una forma di censura?

R: Rispondiamo alla prima parte. La copia non è un furto, Perché la copia
non è un furto, questa è la spiegazione schematica. A sinistra il furto: si
rimuove l'originale, che non è più presente nel luogo dove si trovava. A
destra la copia: l'originale viene copiato, e rimane disponibile a chi l'ha
pagato. La pirateria non è un furto: il furto rimuove l'originale impedendo
a chi vuole usufruirne di continuare a farlo, la pirateria invece crea una
copia e lascia l'originale al suo posto. perché la copia si crea sempre da
un originale e sarà l'originale (lavoro unico e non replicabile) a dover
essere retribuito da chi dovesse commissionarlo. Pensiamo ad un pittore:
sarebbe giusto pagare un pittore per avere una fotocopia di un suo quadro?
Naturalmente no: chiunque paga un pittore si aspetta che in cambio gli venga
consegnata la tela; è quella ciò che ha comportato il lavoro del pittore,
quello su cui ha lavorato, ed è quello che va giustamente retribuito. La
fotocopia, viceversa, così come qualunque copia meccanica o elettronica, è
un processo meccanico o digitale che non ha comportato sforzo da parte di
nessuno (a meno che non sia dimostrato uno sforzo il premere il tasto
"start" su una fotocopiatrice). Motivo per cui, una copia meccanica o
digitale, che non ha richiesto nessuno sforzo da parte di chi l'ha creata,
ha valore pari a zero. Come si può definire furto qualcosa che abbia valore
pari a zero? Peraltro non viene sottratto nulla: chi copia, in generale, lo
fa col consenso di chi ha pagato quella copia. E a chiarirci ogni dubbio al
riguardo è intervenuta la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza 44840
del 2010, definendo in maniera inequivocabile che «è da escludere la
configurabilità del reato di furto nel caso di semplice copiatura non
autorizzata di "files" contenuti in un supporto informatico altrui, non
comportando tale attività la perdita del possesso della "res" da parte del
legittimo detentore» nonché che «i dati e le informazioni non sono compresi
nel concetto, pur ampio, di "cosa mobile"» ed anche che «la sottrazione di
dati quando non si estenda ai supporti materiali su cui i dati sono impressi
altro non è che una "presa di conoscenza" di notizie, ossia un fatto
intellettivo, rientrante, se del caso, nella violazione dei segreti». Chi
continuasse a sostenere che la copia sia un furto non solo sarebbe un
bugiardo ma rischierebbe anche di commettere il reato di diffamazione,
andando contro le dichiarazioni espresse dalla Suprema Corte, che ha
chiarito in modo inoppugnabile come il furto preveda lo "spossessamento" del
bene da parte del detentore, cosa che la copia non comporta assolutamente.

Rispondiamo ora alla seconda parte. Impedire non la messa in rete di opere
protette, ma l'accesso alla rete dove possono esserci ANCHE opere protette
(perché è questo ciò che vuole fare l'AGCOM), in modo peraltro da scavalcare
l'Autorità Giudiziaria, è una forma di censura sic et simpliciter, per il
semplicissimo motivo che nel momento in cui venisse impedito l'accesso ad un
sito estero come (ad esempio) Megavideo, non verrebbe solo impedito (o
comunque complicato) l'accesso alle eventuali opere protette ivi presenti,
ma anche a tutto ciò che non è affatto protetto da copyright, quali possono
essere i video creati dagli utenti, i video i cui diritti siano scaduti, o i
video creati con licenze libere. Quindi un impedimento al sito (che avvenga
tramite DNS o blocco IP) impedirebbe, almeno per tutti quegli utenti
incapaci di scavalcare il blocco, anche l'accesso a contenuti assolutamente
legittimi.

Inoltre, la relazione di Google ad AGCOM
http://www.agcom.it/Default.aspx?DocID=6624 ha dimostrato come sul suo
popolare portale Youtube almeno il 60% delle violazioni accertate da parte
dei detentori dei diritti vengano da questi non solo non cancellate, ma
addirittura sfruttate a proprio vantaggio, monetizzando quindi parte dei
ricavati pubblicitari per chi visualizza quei video in favore dei detentori
dei diritti stessi e non limitando, allo stesso tempo, il concetto di "fair
use" che è uno dei pilastri del DMCA statunitense.



3. Perché dovrebbe risultare ingiusto colpire chi illegalmente sfrutta il
lavoro degli altri?

R: Perché, com'è stato spiegato sopra, la rete permette nuovi modelli di
business, incentrati innanzitutto sul non far pagare agli utenti finali ciò
che potrebbe essere finanziato in altre forme, in primis con la pubblicità.
SIAE e detentori dei diritti si lamentano che la pirateria sfrutta il loro
lavoro, quindi ci guadagna: perché non creano un sistema legale di
distribuzione basato esclusivamente sulla pubblicità e non sul far pagare
all'utente finale, sullo stile di http://www.film-review.it/filmgratis ,
sito italiano legale che già sfrutta questo modello di business in favore
dei detentori dei diritti ma senza far pagare agli utenti? In questo modo
gli utenti non sono costretti a pagare per una copia (che ha costo zero e
che quindi sarebbe ridicolo chiedere di pagare) ma i detentori dei diritti
continuano a percepire le royalties. Certo, in questo modo la filiera
distributiva sparisce, così come sono spariti venditori di ghiaccio,
maniscalchi, venditori di olio per lampade, ciabattini, sarcitori e altri
lavori che avevano un senso quando nacquero ma che oggi non ce l'hanno più.



4. Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai
gratis, ed ingiusto pagare i contenuti? E perché non ci si chiede cosa
sarebbe la rete senza i contenuti?

R: SIAE non si è accorta che siamo nel web 2.0. La stragrande maggioranza
dei contenuti presenti in rete (blog, portali di condivisione, social
network, interi portali del software libero, come sourceforge) sono già
gratuiti per gli utenti. Si paga la connessione alla (non "della") rete come
si paga l'accesso al telefono, all'energia elettrica o il gas o la benzina.
Questo perché stiamo parlando di beni non infiniti: la banda internet non è
infinita, ed è il motivo per cui si paga. La corrente elettrica non è
infinita, ed è il motivo per cui si paga. Il gas e la benzina non sono
infiniti, ed è il motivo per cui si pagano. Viceversa, i contenuti della
rete, quelli sì sono infiniti, in quanto nel momento in cui vengono
scaricati dalla rete, non vengono affatto sottratti dal "server" che li
contiene, ma viene creata una nuova copia in locale. In realtà un costo ce
l'hanno anche loro (dovuto all'usura dell'hard disk e alla capienza del
supporto) e questo costo l'utente lo paga già nel momento in cui acquista il
supporto, peraltro proprio pagando, insieme al supporto, il cosiddetto equo
compenso, quindi finanziando gli autori di opere protette da copyright e
non, come invece potrebbe essere, finanziando l'utente stesso che su quei
supporti ci può mettere le proprie foto, la propria musica, i propri
documenti, i propri programmi, i propri filmini delle vacanze. E qui veniamo
alla domanda successiva.



5. Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni,
chiamato tassa? Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici,
ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc.?

R: Perché l'equo compenso è dovuto a prescindere dal motivo per cui si usano
quei supporti. Posso non chiamare un idraulico se sono capace di riparare da
solo il lavandino. Sono tenuto invece a pagarlo se lo chiamo e se quindi gli
occupo tempo, capacità e materiali per mettere queste tre cose (che si
racchiudono nella sua persona e nella sua professionalità) a mia
disposizione per un certo periodo. Viceversa, l'equo compenso lo paghiamo
alla SIAE (e quindi, in primo luogo agli editori, ed in secondo luogo ad
alcuni -mica tutti- autori iscritti SIAE) anche se usiamo quei supporti per
mettere materiale che con la SIAE e con i suoi iscritti non ha niente a che
vedere. Come altrimenti chiamare questo se non "tassa", allo stesso modo di
come paghiamo, ad esempio, quell'altra tassa chiamata canone RAI e questo lo
facciamo solo per il fatto di avere un apparecchio "atto o adattabile alla
ricezione di programmi radiotelevisivi" indipendentemente se guardiamo o
meno i canali della RAI?

La legge sul diritto d'autore non permette di scaricare opere coperte da
copyright. Per quanto riguarda la copia di sicurezza, tale eccezione è già
concessa dalla legge e il diritto d'autore si è già pagato al momento
dell'acquisto della "copia originale" (bell'ossimoro), quindi non si capisce
per quale motivo si dovrebbe pagare l'equo compenso: cioè devo dare i soldi
a Vasco Rossi per mettere sui miei supporti la mia musica (visto che la sua
non posso metterla). E perché Vasco Rossi deve prendere soldi dalla mia
musica? Cosa ha fatto nella mia musica Vasco Rossi da poter prendere soldi?
Visto che si parla tanto di "furti", sarebbe interessante sapere le risposte
a questa domanda. Non rispondete, però, che si può avere il rimborso
dell'equo compenso: questo è possibile, sì, ma solo per le aziende.



6. Perché Internet, che per molte imprese rappresenta una opportunità di
lavoro, per gli autori e gli editori deve rappresentare un pericolo?

R: Lo rappresenta solo per quegli autori incapaci di sfruttarla a proprio
vantaggio. Numerosi singoli e gruppi musicali sono su Youtube con un proprio
canale ufficiale da cui gli utenti possono ascoltare tutta la musica che
vogliono senza dover pagare nulla di tasca loro (gli autori guadagnano
grazie ai banner). Quelli hanno imparato a sfruttare la rete. Per quanto
riguarda invece gli editori, incapaci di aver sfruttato la rete quando
avrebbero potuto, la loro scomparsa sarebbe positiva in quanto favorirebbe
gli artisti emergenti che, mancando la promozione di massa fatta dagli
editori sui media tradizionali, avrebbero le stesse opportunità di guadagno
alla pari coi cosiddetti "grandi autori", lasciando e demandando all'utente
finale chi premiare sia con il solo visualizzare/ascoltare le opere
attraverso il loro canale ufficiale, sia con il premiare direttamente
l'artista andando ai suoi concerti o alle sue rappresentazioni teatrali.



7. Perché nessuno si chiede a tutela di quali interessi si vuole creare
questa contrapposizione (che semplicemente non esiste) tra autori e
produttori di contenuti e utenti?

R: E chi l'ha detto che nessuno se lo chiede? La contrapposizione attuale è
tutta sbilanciata a favore degli editori e non degli autori. Come disse uno
dei più famosi cantautori italiani iscritti alla SIAE, Lucio Dalla, in
un'intervista a "Report" nel 2001
http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-52fcc1de-37ce-4f9c-961c-a67408c02ee0.htmlalla
domanda "chi comanda in SIAE" risponde: "Mah, in teoria dovendo
esprimere, non dare una risposta tecnica, ma dare una risposta utopistica,
dovrebbero comandare gli autori. Non è mai stato così."



8. Perché dovremmo essere contro la libertà dei consumatori? Ma quale
libertà? Quella di scegliere cosa acquistare ad un prezzo equo o quella di
usufruirne gratis (free syndrome) solo perché qualcuno che l’ha “rubata” te
la mette a disposizione?

R: La libertà dei consumatori si traduce anche nella libertà di accesso a
quelle opere non protette, che la direttiva AGCOM e quella promossa dalla
SIAE e dalle associazioni di categoria tende ad oscurare. Il "rubata" lo
rimando al mittente visto che si tratta di chi, attraverso la tassa
dell'equo compenso, lucra sul Free Software, sul Creative Commons, sulle
opere i cui diritti sono scaduti, sulle opere create dagli utenti stessi. Ma
ritorniamo ancora sul concetto di copia. Perché si dovrebbe pagare per avere
una copia? Perché dev'essere il consumatore a pagare per la copia, quando è
possibile che chi voglia guadagnare possa già farlo oggi con altri sistemi
(pubblicità) senza dover ricadere sulle tasche del consumatore? Rimando,
ancora, alle risposte precedenti.



9. Perché nessuno dice che l’industria della cultura occupa in Italia quasi
mezzo milione di lavoratori e le società “over the top” al massimo qualche
decina? E perché chi accusa l’industria culturale di essere in grave ritardo
sulla offerta legale di contenuti, poi vuole sottrarci quelle risorse
necessarie per continuare a lavorare e dare lavoro e per investire sulle
nuove tecnologie e sul futuro?

R: Tante industrie impiegano e occupano milioni di italiani, ciò non toglie
che molti stiano in cassa integrazione, e che le industrie si stiano
spostando all'estero dove la manodopera costa meno. Magari se mettete il
naso fuori dagli uffici della SIAE vi accorgete che l'industria in generale,
e non certo solo quella dei contenuti, è in piena crisi. Sono le conseguenze
della globalizzazione, una globalizzazione che ha fatto comodo (e continua a
fare comodo) all'industria stessa allo scopo di minimizzare le spese e
massimizzare i profitti. Il lavoratore dell'industria cosa fa? Se ha alte
specializzazioni e professionalità, come può essere un tecnico del suono di
una sala discografica, non avrà problemi a lavorare quando l'artista, che
non avrà più bisogno dell'industria, avrà bisogno di un tecnico del suono
per fare il concerto come si deve. Se invece stiamo parlando di una persona
addetta al replicatore, che si limita a premere "start" sulla
fotocopiatrice, mi dispiace per lui ma il suo lavoro è diventato come il
ciabattino e come il venditore di ghiaccio. Non si tratta nemmeno di
globalizzazione, si tratta di puro e semplice progresso. L'era dei contenuti
digitali ha bisogno di figure come il webmaster, il procacciatore di
sponsor, l'amministratore di sistema (sysadmin). Il supporto fisico, e tutto
quello che ne consegue, è destinato inevitabilmente alla scomparsa. Questo è
cominciato nel momento stesso in cui l'industria è passata al digitale:
supporto comodo ed economico, e soprattutto facile da copiare senza spese.
Facile per l'industria, ma anche per l'utente. Così non era per il vinile e
per la pellicola, dove l'unica pirateria esistente era quella industriale
perché non tutti potevano permettersi all'epoca un incisore di vinili in
casa. L'arrivo dei masterizzatori, prima CD, poi DVD e oggi anche BD,
dovrebbe far capire all'industria che ormai la possibilità di copia, prima
loro quasi esclusiva, oggi è in mano agli utenti. All'epoca dei primi
videoregistratori, l'industria del cinema americano (la famosa MPAA) fece
causa alla Sony. Dopo 6 anni e il fallimento commerciale del progetto
Betamax, i tribunali decisero che gli utenti avevano pieno diritto di usare
i supporti come meglio volevano. E l'industria cominciò a vendere anche le
videocassette preregistrate nonostante molti registrassero da soli i film
dalla TV. Oggi il business è internet, e internet è basata sulla gratuità
per l'utente e sui banner per far guadagnare i webmaster e i produttori: lo
dicono i successi dei siti come Facebook, Twitter, Youtube e lo stesso
Google. L'industria si evolva promuovendo un sistema gratuito per l'utente
ma che riesca a far guadagnare i produttori. Sarà quello l'unico modo per
far abbassare di molto (non eliminare perché sarebbe impossibile) la
pirateria. Gli utenti stanno aspettando un sistema simile dal 1999, cioè
dall'arrivo di Napster, cioè da quando è stato dimostrato che la rete può
funzionare senza doverci investire grosse spese.



10.Perché, secondo alcuni, non abbiamo il diritto di difendere il frutto del
nostro lavoro, non possiamo avere pari dignità e dobbiamo continuare a
essere “ figli di un Dio minore”?

R: Difendere è molto diverso da pretendere. Se io, che creo musica in
Creative Commons, riesco a guadagnare ugualmente scrivendo musica su
commissione e suonando dal vivo, non vedo perché altri, che magari
percepiscono anche i soldi dall'equo compenso, non dovrebbero riuscire a
fare altrettanto. Vuoi sfruttare il frutto del tuo lavoro: giustissimo e
sacrosanto. Non attaccare chi ti apprezza, non chiamare "ladro" chi si
prodiga per diffondere la tua opera e pubblicizzarti; al contrario,
ringrazialo e invitalo ad ascoltarti dal vivo, in modo che tu possa
dimostrargli le tue capacità da vicino e non attraverso un autotuner.
Dimostra di saper suonare, cantare, recitare, fallo davanti ad un pubblico,
e il pubblico apprezzerà e ti farà recensioni positive su internet, e altra
gente ti conoscerà e verrà ad apprezzarti. Questo è l'unico modello
distributivo accettabile: ogni altro modello, in primis quello basato sul
far pagare l'utente finale per avere delle registrazioni e quindi delle
copie dell'opera (che è unica e irripetibile e si esaurisce nel momento in
cui hai finito di suonare), è, ripeto, destinato al fallimento. Lo stesso
dicasi per attori e registi: dimostrate di saperci fare, andate nei teatri.
Attori esperti, come il grande Eduardo de Filippo, o Massimo Troisi, ma oggi
potremmo dire Massimo Ranieri, Luca de Filippo, Vincenzo Salemme (scusate se
cito solo napoletani ma ovviamente il discorso è mondiale), sono
innanzitutto attori di teatro (e che attori). Questo avrà anche un piacevole
effetto collaterale: sarà la fine di quegli attorucoli da strapazzo, magari
usciti da qualche reality, che per girare una scena la ripetono 30 volte. Se
sbagli così spesso a teatro, nessuno verrebbe più a vederti. Conosco attori
di compagnie amatoriali che darebbero molto filo da torcere a certi attori
di cinema ben più famosi di loro. In teatro si premia il talento e la
capacità, più che una bella presenza. E scusate se preferisco talento e
capacità alla bella faccia di qualcuno che però artisticamente non vale
niente.



Massimo Piscopo

Pianista e tastierista

Compositore di musica con licenza Creative Commons

Testo rilasciato sotto licenza CC 3.0-BY-NC-SA
http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/it/deed.it

http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150714486555788

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