Della lunga transizione

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Autore: retecosenza
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To: retecosenza
Oggetto: Della lunga transizione
Della lunga transizione del welfare italiano qui, a Cosenza ed in
Calabria, non se ne ha traccia. Eppure il passaggio dalla deriva
assistenziale ad un sistema più efficace, che si attua con
progettazione, programmazione e concretizzazione di buone pratiche di
welfare locale, è altrove profondo ed irreversibile.
La spesa pubblica, per come l'abbiamo conosciuta, è insostenibile, non
tanto perché sono diminuiti i fondi disponibili ma per tutto quel
corollario assistenzialistico e clientelare ad essa collegato, appendice
presente un pò dovunque ma che nel nostro territorio ha assunto
dimensioni intollerabili. Per intenderci sperperi, elargizioni una
tantum, finanziamenti dell'inutile, prebende ad amici ed a clienti.
Il ruolo dei poteri pubblici, oramai quasi dovunque consolidatosi
nell'esercizio di una funzione di indirizzo, controllo e
co-finanziamento dei servizi, è qui invisibile. Verrebbe voglia, anzi,
di chiedere la nomina di "controllori" ed "indirizzatori" indipendenti
ed extraregionali, da inserire nelle giunte degli enti pubblici locali.
Lo sviluppo di un'area di servizi di qualità, legati a beni sociali ad
alto contenuto territoriale ed a forte impronta comunitaria, non è mai
decollata. Il Terzo Settore cittadino e calabrese è da un lato tenuto
sotto il "tallone elettorale" dalla classe politica locale (voti,
assunzioni di favore, appalti, rinnovi ed altri giochini simili) e
dall'altro mai sostenuto o indirizzato verso strategie innovative e di
miglioramento perché queste, a Cosenza ed in Calabria, non sono necessarie.
Come non è necessario rendere efficace il funzionamento degli ospedali e
degli istituti scolastici, realizzare una decente struttura viaria e
ferroviaria di collegamento, tutelare il patrimonio naturalistico,
difendere i beni comuni.
Tutte le azioni realizzate dalla politica, già di per sé assai scarse,
devono sempre essere percepite come concessione feudale, come regalia,
mai come diritto o come qualcosa di dovuto. Azioni, sia ben chiaro,
spesso completamente subordinate alle logiche del profitto, individuale
e della propria corte.
Che qui le plebi restino plebe per l'eternità!
Quasi dovunque le politiche di welfare e le responsabilità
programmatiche e strategiche si caratterizzano per un'accentuata
localizzazione e per un forte radicamento e diffusione nel territorio.
Qui, invece, si continua a centralizzare le decisioni, mai realmente
partecipate, nei covi dei soliti noti, con priorità risapute e mai in
direzione del bene della comunità.
Quasi dovunque si cerca di incrementare un sistema locale, con robuste
logiche di sperimentazione e di pianificazione.
Qui, invece, si continuano a privilegiare i "trasferimenti" monetari a
carattere di "rassicurazione" delle categorie amiche o di tipo
"risarcitorio" (elemosine).
A questo punto necessaria e conseguenziale conclusione sarebbe quella di
fare le valigie ed andar via da Cosenza e dalla Calabria. Quale futuro
per chi cerca, con umiltà, serietà, indipendenza e spirito critico, di
fare del proprio lavoro un cantiere ed un laboratorio continui, lontano
da meccanismi di sfruttamento? Quale futuro per i propri figli se non
quello di "bussare con i piedi" da quelli che saranno, ancora per
decenni, ai loro posti attuali a fare, indisturbati, le cose di sempre?
Prima di fare questo non resta che lanciare un ultimo appello a tutti
gli operatori sociali, dell'educazione e della cultura di questa città e
di questa regione che non accettano le "particolari" dinamiche fin qui
delineate.
È necessario costruire una nuova generazione di politiche pubbliche
(abitative, urbanistiche, della salute, del reddito, ambientali,
formative, dei servizi).
È necessario rimettere la produzione di relazioni e di socialità al
centro di un disegno progettuale, di un investimento che promuova nuovi
stili di vita, che ridia valore e senso all'esistenza, che liberi i
corpi, che riconosca e tuteli antichi e nuovi beni primari (cultura,
educazione, salute, partecipazione, reddito, svago), che sia contro ogni
iniquità, che affermi la possibilità di scegliersi l'esistenza.
Per fare questo è necessario essere forti.
Si punti, in primis, all'accrescimento del capitale umano e del capitale
sociale (acquisizione ed aggiornamento delle competenze, analisi dei
bisogni, promozione del ben-essere in tutti i circuiti, creazione di
reti di scambio e di fiducia).
Si costruisca un sistema di attori che si reinventino come terreno di
opportunità e come laboratorio per l'innovazione, promuovendo
partenariato locale e forme di coalizione sociale, non assemblando ma
condividendo obiettivi e governo collettivo.
Che questo sistema plurale di attori produca azioni territoriali
concrete, molteplici e differenziate, al di fuori di ogni ottica
residuale ed in prospettiva universalistica.
Che queste azioni siano accompagnate da solidi strumenti di qualità
sociale e di valutazione d'impatto sociale (bilanci sociali,
determinazione ed utilizzo di adeguati indici ed indicatori della
ricaduta degli interventi sulla comunità).
Il tutto all'interno di una strategia locale e condivisa che inchiodi il
pubblico alle sue responsabilità di governance e distrugga la perdurante
visione del welfare come mercato. Strategia accompagnata da una serie di
vere e proprie "arene pubbliche" in cui si agisca, prioritariamente, in
virtù della produzione di beni comuni.

Beniamino Gaudio
Terzo Settore - operatore servizi per l'infanzia e l'adolescenza
bgaudio@???