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Autore: vinc3nt
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To: newimcabruzzo
Oggetto: [newimcabruzzo] hide story 5453 performed by vinc3nt
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Date : Monday, Sep 8 2008, 6:07pm
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Reason : propaganda partitica

--- Story 5453 ---
Title   : 8 SETTEMBRE
Subtitle   : Da "COMUNISMO" n. 40
Topic   : Guerre e Antimilitarismo
Region   : Internazionale
Type      : Opinioni
Language   : Italiano (it)
Author   : PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
Organisation   : PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
Email   : icparty@???
Phone   : 
Address   : 
Related Link   : http://www.international-communist-party.org
Time Posted   : Monday, Sep 8 2008, 5:58pm
--- Summary ---
“SECONDA GUERRA MONDIALE CONFLITTO IMPERIALISTA SU ENTRAMBI I FRONTI CONTRO IL PROLETARIATO E CONTRO LA RIVOLUZIONE”<br />
<br />
(Rapporto esposto alle riunioni di Partito del settembre 1995, gennaio e maggio 1996) <br />
<br />


--- Content ---
INDICE : <br />
<br />
Premessa <br />
<br />
1. - La Sinistra comunista contro la Prima e contro la Seconda Guerra imperialista. <br />
2. - Le organizzazioni della Sinistra disperse ma non vinte durante la Seconda Guerra. <br />
3. - 25 luglio 1943: La borghesia licenzia Mussolini e mitraglia gli operai in sciopero. <br />
4. - Intesa borghese al di sopra dei fronti per prevenire la rivolta operaia. <br />
5. - 8 Settembre: La classe dominante italiana affida a tedeschi ed alleati la repressione con le armi della rivolta di classe. <br />
6. - Lo stalinismo riporta i proletari alla collaborazione patriottica. <br />
7. - Tutto per impedire la fraternizzazione di classe con i soldati tedeschi. <br />
8. - L'attentato di Via Rasella per dividere proletari con uniforme diverse. <br />
9. - La parola del Partito ai proletari ai comunisti e ai soldati reclutati nelle bande partigiane. <br />
10. - Scioperi operai nel periodo bellico. <br />
11. - Unire la lotta per le rivendicazioni immediate alla lotta del proletariato contro la guerra. <br />
12. - Nostra coraggiosa denuncia del ruolo del PCI pezzo essenziale sulla scacchiera borghese. <br />
13. - Non a nuova Pace capitalista ma verso nuove peggiori Guerre e verso la Rivoluzione.<br />
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PREMESSA<br />
<br />
Dalla fine ufficiale del secondo conflitto mondiale la guerra non è mai venuta meno: Corea, Medio Oriente, India, Vietnam, Iraq... l'elenco sarebbe interminabile. Da cinque anni le armi sparano anche in Europa nello scontro, che vorrebbero far passare come cantonale, della ex Iugoslavia, mentre in realtà si dimostra voluto, condotto e controllato dalle grandi potenze, in un'area ove si apre un vuoto o si sovrappongono le influenze e le pretese contrapposte di Germania, Russia, Usa e minori europei. I grandi e potenti Stati capitalistici non vogliono, né del resto potrebbero, fermare le brigate più o meno regolari che vi si massacrano a vicenda e più che altro massacrano i civili. Sono questi Stati, tutti indistintamente interessati al mantenimento dell'instabilità della regione, a rifornire di armi i contendenti, attenti a mantenere quell'equilibrio delle forze che assicuri che nessuna prevalga. Si spartiscono le quote di controllo della fatta defungere Iugoslavia come usano fare con le quote dei pacchetti azionari delle loro società anonime. Per i borghesi la guerra è un investimento come un altro. <br />
In quest'opuscolo riferiamo la nostra originale lettura della seconda guerra, che per noi non fu nazista e fascista da un lato e antifascista dall'altro bensì imperialista e antiproletaria da entrambi e come tale da entrambi i lati da combattere da parte delle sane forze proletarie e comuniste. Questa nostra condanna è vecchia cinquanta anni, come documentiamo nell'appendice, nulla ha a che fare coi revisionismi inconcludenti o partigiani alla moda. La guerra balcanica di oggi riproduce, in scala ridotta, per il momento, quella stessa criminale falsificazione nei confronti delle classi sottomesse che, dopo una sottaciuta ma coraggiosa e prolungata opposizione, sono state avviate al macello sotto mentite bandiere per l'interesse dei propri aguzzini. <br />
Nella ex Iugoslavia e in tutti i paesi, come prima e durante la seconda guerra, oggi ancora manca al proletariato il proprio partito comunista, l'unico, per determinanti storiche materiali, che possa raccogliere e coerentemente indirizzare l'istintivo rifiuto dei lavoratori alla guerra dei padroni verso la distruzione rivoluzionaria ad un tempo della società e della guerra capitaliste. <br />
Il comunismo rivoluzionario marxista, rintracciato nella sua coerenza di dottrina e di partito fin da metà dell'ottocento al di sopra della serie dei suoi corrompimenti, inserisce il fenomeno delle guerre all'interno della dinamica generale della lotta storica fra le classi. La guerra non è, per Marx e per noi, il prodotto di particolari crudeltà o attitudini di capi, popoli o nazioni che verrebbero colpevolmente a lacerare la continuità di uno sviluppo pacifico e progressivo dell'umanità, ma espressione di forze economiche delle quali è da tener conto per un giudizio delle reali forze storiche che la determinano, il senso delle quali solo la spiega e solo dà fondamento agli atteggiamenti che il partito comunista assume nei suoi confronti. <br />
Vi sono state guerre rivoluzionarie, in epoca recente quelle di indipendenza, inscrivibili nel ciclo di lotte di borghesi e proletari uniti contro le reazionarie autocrazie imperiali. Quella fase si chiude in Europa al 1871 quando, formati e consolidati ormai tutti i maggiori Stati nazionali cioè borghesi, del vecchio continente, la Comune di Parigi, prima espressione di dittatura statale del proletariato contro la già alleata borghesia, vede, nell'espressione di Marx, tutti gli Stati borghesi confederati contro la classe operaia. Da quel momento in Europa non assistiamo più a guerre fra Nazioni, per obiettivi di formazione o consolidamento nazionale, ma a guerre fra Stati per nessun altro scopo che quello di strapparsi a vicenda i mercati e per la sottomissione militare e finanziaria di vaste regioni; il fine non è quello di liberare energie da vincoli ancestrali, al contrario di impedire o ritardare il progresso economico e sociale. <br />
Le borghesie di tutti i paesi non hanno più alcun obiettivo storico, la loro azione politica, in pace e in guerra, è priva ormai, come di qualsiasi principio, di un piano strategico: il capitalismo mondiale non ha più che una strategia, la difesa dello stato di cose presente. Poiché l'unica minaccia alla conservazione della società del profitto e del denaro proviene dallo scendere sul terreno rivoluzionario del proletariato, minaccia oggi solo potenziale ma non per questo meno reale, la strategia di tutti gli Stati si riduce, in pace o in guerra, in una sistematica guerra permanente contro il proletariato. <br />
Le guerre imperialiste, inevitabili per la distruzione dell'accumulo di troppa ricchezza generata dall'anarchico modo di produzione di merci e dalla sua folle crescita esponenziale, viene condotta sì fra opposti fronti di Stati, moderni proprietari di schiavi, per ripartirsi fra di loro, con la forza, il prodotto di quegli schiavi; ma ovvio interesse comune ai contendenti è che gli schiavi non si ribellino, nemmeno quelli del nemico perché il contagio potrebbe facilmente estendersi ai propri. Le guerre contemporanee vengono quindi condotte alfine economico di macellare forza lavoro in soprannumero – che per il capitale è soltanto un costo e che potrebbe portarsi sul terreno del comunismo – sia sui fronti sia facilmente mascherando come azioni militari contro il nemico bombardamenti spietati sui quartieri operai; assicurato è anche il fine, politico di scompaginare le file proletarie, ubriacarle nella propaganda bellicista e patriottarda, spezzare la solidarietà internazionale del proletariato, sottoporre il partito comunista e le organizzazioni dei lavoratori alle leggi eccezionali del tempo di guerra. <br />
Già due guerre hanno dato prova della bestialità borghese nel perseguire il fine della propria conservazione a prezzo del sangue di molte decine di milioni di proletari, una ecatombe effettuata secondo un piano, come in questo opuscolo dimostriamo per la seconda guerra nel teatro italiano, bastando i documenti lentamente sfuggiti in cinquanta anni alla censura di vinti e vincitori: una intesa permanente questa fra le cancellerie di Berlino, Roma, Londra, Washington, Mosca... <br />
L'indirizzo del partito comunista di fronte alle guerre imperialiste è univoco e codificato in memorabili battaglie sia contro il nemico e sia contro i traditori del nostro movimento che nella prima come nella seconda guerra hanno calpestato ogni principio di classe facendosi volontariamente propagandisti della carneficina e coscrittori ideologici degli operai spingendoli alle tradotte, alla disciplina delle trincee e a sparare sui fratelli di classe oltre il fronte. Per il comunismo incorrotto, come affermarono Lenin e le sinistre della Seconda Internazionale contro il social-sciovinismo nella prima guerra e come ripeterono i nostri compagni della Sinistra contro il mito filo-alleato della guerra di liberazione e antifascista nella seconda, le guerre imperialiste sono inevitabili, una necessità economica del capitalismo: chi accetta il capitalismo deve, accettare anche le sue guerre. <br />
Tutte le variopinte componenti della grande e della piccola borghesia più o meno illuminata viene un momento nel quale sono inesorabilmente attratte dalla guerra e la appoggiano ben sapendo che solo gettando nella fornace del conflitto anche qualcuno dei propri figli può sopravvivere la loro classe. E i loro conti in banca. Conferme storiche non mancano. Chi, come il movimento pacifista borghese, invita quindi i lavoratori a unirsi ad una parte dei borghesi «per la pace» li avvia a sicura sconfitta anche limitatamente alfine di evitare l'orrore della guerra moderna. La parola che è troppe volte mancata al proletariato è GUERRA ALLA GUERRA – CONTRO LA GUERRA FRA GLI STATI GUERRA FRA LE CLASSI – CONTRO LA GUERRA RIVOLUZIONE. Il proletariato è l'unica classe che può impedire, o far cessare, la guerra abbattendo il potere degli Stati capitalistici ed iniziando la propria di guerra per la mondiale repubblica dei lavoratori. <br />
Questo indirizzo rivoluzionario, unico emancipatore di una umanità trasformata in oggetto di compravendita da parte delle incontrollabili forze del Capitale, presuppone che il proletariato sfugga all'overdose di droghe che gli vengono propinate dai partiti falsamente operai e comunisti e dai sindacati di regime che del pacifismo interclassista, della democrazia e della fedeltà alla patria hanno fatto loro sacre leggi, e si riorganizzi in veri sindacati combattivi e fedeli alla classe e ritorni al suo originario programma internazionalista e al partito comunista rivoluzionario. Primo passo su questa strada sarà lo smascherare il turpe mito della Resistenza e denunciare la collaborazione che lo stalinismo ha offerto della classe operaia alla trascorsa guerra imperialista.<br />
<br />
[…]<br />
<br />
CAPITOLO 5<br />
<br />
8 SETTEMBRE <br />
LA CLASSE DOMINANTE ITALIANA AFFIDA A TEDESCHI ED ALLEATI LA REPRESSIONE CON LE ARMI DELLA RIVOLTA DI CLASSE <br />
<br />
Fu per questa ragione che la vigliacca borghesia italiana decise di tirarsi fuori dal gioco e di lasciare che fossero altri a difendere i suoi privilegi di classe. L'invasione tedesca ed anglosassone rappresentò la soluzione provvidenziale per raggiungere lo scopo di stroncare la rivolta delle masse proletarie. «Ci si meraviglierà ancora che Badoglio, dal 25 luglio all'8 settembre e soprattutto dalla firma della pubblicazione dell'armistizio, abbia permesso l'occupazione tedesca dell'Italia settentrionale e centrale? Occorreva, dopo aver strappato di mano alle masse l'arma della pace facendosene i promotori ed avendole così addormentate, abbandonare il paese recalcitrante in balia dei due belligeranti, consegnarlo loro mani e piedi legati, perché cessasse di essere arena di lotte politiche e diventasse campo di battaglie militari. Il tallone tedesco avrebbe soffocato l'idea risorgente della rivoluzione proletaria nei grandi centri industriali, e agli inglesi sarebbe spettato il compito di riassestare su basi solide il vacillante capitalismo italiano» (Documento del PC Internazionalista - ottobre 1943). <br />
<br />
L'armistizio concesso dagli Alleati all'Italia rientrava perfettamente in questo quadro di repressione, contenimento e distorsione delle temute rivolte proletarie. Solo questa può essere la spiegazione, poiché da un punto di vista militare lo sganciamento dell'Italia dall'Asse non sfavoriva i tedeschi ai quali veniva lasciata libertà di azione, non avendo più vincoli nei confronti dell'ex alleata e, dall'altra parte, non avvantaggiava per niente gli anglo-americani. Già nel gennaio del '43 Eden aveva affermato che «potrebbe ben essere nel nostro interesse che l'Italia, quale componente dell'Asse, risulti un onere tedesco e divenga un peso crescente per il potenziale germanico». <br />
<br />
Con l'armistizio, di fatto, la Germania fu alleggerita del peso morto italiano e, da parte sua, il contingente alleato sbarcato in Italia si limitò ad una guerra di posizione dando il tempo ai tedeschi di occupare militarmente il paese, di organizzare l'amministrazione e di stabilizzarsi sulla «linea Gustav» che tagliava in due l'Italia: dal Garigliano al Sangro. <br />
<br />
Gli anglo-americani avrebbero potuto effettuare sbarchi a Nord di Roma che avrebbero creato le condizioni per una rapida occupazione di gran parte della penisola; avrebbero potuto inoltre sferrare una potente offensiva sfruttando anche il fattore psicologico a tutto svantaggio dei tedeschi che si vedevano, ancora una volta, traditi dai camerati italiani, e, soprattutto, sfruttando il loro enorme potenziale bellico di gran lunga superiore a quello germanico. A questo proposito basti guardare le forze che erano state messe in campo, agli inizi di agosto, per effettuare lo sbarco in Sicilia: 1.380 navi; 1.850 mezzi da sbarco; 4.000 aerei e 12 divisioni. Uno spiegamento di mezzi e di uomini superiore allo stesso sbarco in Normandia. Churchill in persona aveva dato ad intendere che così si sarebbero svolte le cose. Il 26 agosto scriveva a Stalin: «La guerra nel Mediterraneo deve essere spinta innanzi vigorosamente. In quell'area i nostri obiettivi saranno l'eliminazione dell'Italia dall'alleanza dell'Asse e l'occupazione dell'Italia, come pure della Corsica e della Sardegna, per essere usate come basi di operazioni contro la Germania». Il 3 settembre, in un'altra lettera a Stalin si legge: «Invieremo una divisione aviotrasportata a Roma per (...) tenere lontani i tedeschi che hanno una forza corazzata nelle vicinanze». Il 5 settembre: «L'operazione ‘Avalanche’ e il lancio dei paracadutisti avverranno al più presto (...) Durante l'operazione ‘Avalanche’ sbarcheremo ingenti forze sulla costa». <br />
<br />
«Avalanche» era il nome dato, in codice, al grande sbarco che avrebbe dovuto seguire l'annuncio dell'armistizio. Evidentemente gli Alleati non comunicarono ai comandi italiani dove lo sbarco sarebbe avvenuto, e non avvenne tra Civitavecchia e La Spezia come era stato richiesto dagli emissari di Badoglio. Non avvenne nemmeno il promesso lancio su Roma della divisione aviotrasportata. Lo sbarco alleato avvenne il più a Sud possibile, nel luogo dove più indolore poteva essere l'intervento contro le forze nemiche, a Salerno il 9 settembre. Da qui arrivarono il l° ottobre a Napoli, quando la città era già sgombra dai tedeschi ed in mano alla popolazione. Neppure il secondo sbarco effettuato ad Anzio il 22 gennaio '44 (4 mesi e mezzo più tardi) rappresentò una eccezione a questa strategia. Le forze anglo-americane vennero immediatamente circoscritte dalle truppe tedesche e così la testa di ponte costituitasi rimase ferma fino alla primavera. <br />
<br />
Gli storici sono concordi nell'attribuire alla monarchia ed a Badoglio le responsabilità sia della caduta dell'Italia centro-settentrionale in mano ai tedeschi, sia di avere dato per scontato la cattura e l'annientamento delle forze italiane fuori del territorio nazionale. Quello che gli storici borghesi ed opportunisti non dicono è che rientrava in un quadro più generale, nel quadro cioè dell'annientamento delle potenziali rivolte proletarie. <br />
<br />
A questo proposito è bene ricordare un fatterello che non si legge in tutti i libri di storia. Il 3 settembre, a Cassibile, il generale Castellano aveva firmato l'armistizio con gli Alleati; subito dopo il governo italiano si rimangiò la firma. Questo nuovo voltafaccia non dovette piacere molto agli Alleati ed il generale Eisenhower minacciò «la distruzione del governo e del paese» se le clausole armistiziali non fossero state osservate in toto. Invece Churchill, il vecchio volpone inglese, non si scompose e, quando tornò più utile agli anglo-americani, annunciò al mondo, ossia ai tedeschi, che l'Italia si era ritirata dalla guerra. Questo si rileva dalla lettera inviata, proprio l'8 settembre, a Stalin: «All'ultimo momento il governo italiano ha respinto l'armistizio asserendo che i tedeschi sarebbero immediatamente entrati a Roma ed avrebbero instaurato un governo fantoccio. Ciò può essere del tutto possibile. Tuttavia, all'ora concordata, e precisamente alle 16,30 ora di Greenwich, noi annunceremo l'armistizio». <br />
<br />
Questo fatto, in se stesso, getta ancora più ignominia sulla borghesia italiana che, attraverso i suoi codardi rappresentanti, tenta di tradire sia i tedeschi, sia gli anglo-americani. Questo fatto dimostra però anche un'altra cosa: gli Alleati misero il governo italiano, a sua insaputa e contro la sua volontà di fronte ad un fatto compiuto in modo che la disgregazione ed il caos risultassero totali e, contemporaneamente, raffreddando le operazioni belliche, lasciarono mano libera all'esercito tedesco di occupazione perché potesse compiere il lavoro sporco nei confronti della classe operaia che aveva ripreso la lotta. <br />
<br />
La mattina dell'8 settembre Vittorio Emanuele aveva ricevuto il nuovo ambasciatore tedesco, Rahn, e, nel colloquio, aveva riconfermato «la decisione di continuare fino alla fine la lotta a fianco della Germania, con la quale l'Italia era legata per la vita e per la morte». Questo non significa affatto che il re fosse sincero, però, dopo che Radio Londra ebbe dato l'annuncio della capitolazione italiana, il Consiglio della Corona preparò un comunicato di smentita al «preteso armistizio». Questo comunicato non venne trasmesso perché, nel frattempo, Badoglio, dai microfoni dell'EIAR, aveva confermato l'annuncio dato dagli inglesi. Però, anche a questo punto, alcuni ministri chiesero che Badoglio venisse pubblicamente sconfessato «additandolo al paese come responsabile dei contatti presi con gli alleati e di conseguenza della firma della resa» e chiesero di riconfermare «l'intenzione dell'Italia di continuare la guerra a fianco dei tedeschi» (Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III). Tutto questo dimostra a sufficienza che gli inglesi, con l'annuncio improvviso della resa, misero alle strette il governo italiano che tentava di protrarre il gioco di tenere il piede in due staffe. <br />
<br />
Si trattava ora di prendere una decisione urgente e definitiva. La decisione fu quella di gettarsi fra le braccia dei futuri vincitori. <br />
<br />
Ma il re ed il governo post-mussoliniano non pensarono solo a mettere in salvo le loro persone con la ingloriosa fuga verso Brindisi; oltre alla fuga prepararono qualche cosa d'altro e cioè si assicurarono che l'ordine borghese non venisse turbato e che al proletariato non venisse data né l'occasione, né la possibilità di muoversi. <br />
<br />
Quando i comandi tedeschi erano già a conoscenza della resa italiana, mentre Vittorio Emanuele riempiva in fretta le sue valigie, e Badoglio la propria (*), il generale Roatta stava conferendo con i comandanti tedeschi von Rintelen e Touissaint. Durante questo incontro vennero certamente stabilite le modalità di un passaggio indolore dell'amministrazione statale che, abbandonata dal governo italiano, passava sotto la protezione del Reich. Questa, che a prima vista può apparire una affermazione fantasiosa, lo sembrerà un po' meno quando avremo ricordato alcuni fatti significativi. <br />
<br />
Tutti i comandi italiani, dislocati nei vari teatri di guerra erano in possesso della Memoria O.P.44 che prevedeva l'apertura delle ostilità nei confronti dei tedeschi. Dopo il proclama di Badoglio che confermava la firma dell'armistizio con il nemico, avrebbe dovuto scattare l'ordine esecutivo della Memoria O.P.44. Invece Badoglio, dopo avere detto che «deve cessare ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane da parte delle forze italiane», si limitava ad aggiungere: «esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». La Memoria O.P.44 rimaneva congelata. Ma, poiché il proclama di Badoglio poteva essere interpretato come un ordine di resistenza, il generale Ambrosio, alle ore 0,20 del 9 settembre, dava ordine di «lasciar muovere e transitare i tedeschi attraverso le linee italiane, dal Sud verso il Nord (...) purché lo facciano senza atti di violenza». <br />
<br />
E perché mai avrebbero dovuto compiere atti di violenza quando nessuno impediva loro di realizzare le loro manovre ed i loro spostamenti? Una successiva comunicazione di Ambrosio era ancora più chiara: «Il previsto piano di interruzione dei collegamenti tedeschi non venga attuato finché non risulti che reparti tedeschi abbiano interrotto i nostri collegamenti, occupato centrali telefoniche e amplificatori e comunque compiuti atti di ostilità». Praticamente si autorizzavano gli «invasori» ad occupare tutti i centri vitali e strategici; dopo di che ogni resistenza, oltre che inutile, sarebbe stata suicida. <br />
<br />
Un altro indizio di concordato lo possiamo individuare nella fuga del re. Dall'annuncio della resa alla fuga passarono circa 12 ore. In tutto questo tempo nessun atto, o movimento o segnale ostile da parte tedesca viene percepito, e dire che il piano «Student» che prevedeva l'arresto del re e del governo era già pronto dall'indomani del 25 luglio. Invece, la mattina del 9 settembre la carovana composta di sette automobili (dentro le quali si trovava la famiglia reale con 17 valigie, Badoglio che aveva smarrito la sua, generali e ministri ognuno di loro con poco o molto bagaglio) partì tranquillamente e tranquillamente si diresse verso Sud incrociando le truppe tedesche che risalivano verso Nord, altrettanto tranquillamente oltrepassò i posti di blocco incontrati: cinque in tutto di cui due tedeschi. <br />
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Arrestare e deportare la famiglia reale ed i suoi seguaci avrebbe solo provocato problemi ad Hitler, se non altro avrebbe potuto scatenare un conflitto generalizzato con le truppe italiane che, per quanto fossero allo stremo delle forze, almeno in territorio italiano sarebbero state in grado di impedire quella libertà di movimento indispensabile all'esercito tedesco per contrastare e rallentare l'avanzata degli Alleati. Se i tedeschi non arrestarono il re in fuga, tre giorni dopo, al Gran Sasso, i carabinieri si lasciarono portare via Mussolini senza nemmeno fare finta di aver opposto resistenza. Ai custodi del Duce, ai quali era stato dato l'ordine di uccidere Mussolini in caso di tentativo di fuga, l'8 settembre (guarda caso, proprio l'8 settembre) quest'ordine era stato cambiato con un altro che diceva di «usare la massima prudenza», e i carabinieri, per prudenza, lo lasciarono andare. <br />
<br />
Un altro fatto che può avere una rilevanza minore, ma che non è del tutto trascurabile, che un parente dei Savoia, il conte Calvi di Bergolo, fu indicato da Kesselring come il primo comandante di «Roma città aperta». <br />
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Molto è stato scritto sulla difesa di Roma per impedire che cadesse in mano ai tedeschi; ma questa difesa, oltre al fatto che non fu dovuta agli ordini impartiti né da Badoglio, né da Ambrosio (anzi, contravvenendo a questi ordini) deve essere ridimensionata dalle esagerazioni della storiografia resistenziale. A questo scopo è sufficiente citare Giorgio Bocca, noto partigiano ed arcinoto anticomunista: «la storia sacra della resistenza – scrive Bocca – ha in parte avallato la leggenda di una difesa di Roma compiuta nonostante la fuga del re, dalle divisioni del corpo motocarrozzato e da un gruppo di antifascisti a Porta S. Paolo. Perché conveniva all'immagine del generale Cadorna, comandante del corpo motocarrozzato e poi del corpo volontari della libertà, e perché collocava simbolicamente nella capitale il primo atto della resistenza popolare contro l'occupante. Certamente si combatté con coraggio sia a Porta S.Paolo che nei dintorni della capitale, ma chi scambia questi rapidi scontri con una pattuglia avanzata tedesca e qualche resistenza di posizione per una battaglia difensiva fa violenza alla storia» ("La Repubblica", 8 luglio '77). <br />
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Ancora una volta tra nemici, traditori e traditi, si accordarono perché tutto si svolgesse nel modo più indolore possibile, senza che l'ordine venisse turbato, senza che si creasse un vuoto di potere durante il quale la classe operaia italiana potesse insorgere e trasmettere ai proletari in divisa tedeschi il contagio della ribellione e la loro diserzione in massa su tutti i fronti europei. <br />
<br />
I due governi fascista al Nord, quello monarchico al Sud, garantirono la continuità di dominio dello Stato capitalista sulla classe lavoratrice. I soldati italiani allo sbando, che avrebbe potuto rappresentare un grave pericolo per la stabilità dell'ordine, furono fatti rastrellare dall'esercito tedesco e spediti in Germania. Quanti, in Italia, sfuggiranno alle retate, vennero poi ingabbiati nelle organizzazioni partigiane. Il pericolo di insurrezione nel teatro più instabile della guerra era scongiurato. <br />
<br />
La spia americana Peter Tompkins, riferendosi a Casa Savoia, ha scritto: «non ha mai terminato una guerra al fianco di colui con il quale l'ha iniziata, a meno che la guerra non durasse abbastanza a lungo per cambiare il fronte due volte». L'ironia di questo signore è fuori luogo: i Savoia avranno sempre tradito i loro alleati, ma non hanno mai tradito la classe che rappresentavano ed anche i tradimenti li hanno consumati non per interesse privato, ma per l'interesse del capitalismo nazionale e della sua borghesia. <br />
<br />
Non a puro titolo di cronaca possiamo ricordare che già prima del 25 luglio proposte di pace separata erano state avanzate e tentativi intrapresi, Mussolini consenziente. Il sottosegretario di Stato, Bastianini, ricordava che il generale Castellano ai primi del 1943 gli aveva detto «chiaro e tondo che bisognava sganciarci dall'alleato e chiudere la partita guerra, perché le forze armate non erano in grado di combattere, essendo prive delle armi necessarie». Dopo un tremendo bombardamento su Cagliari, Bottai annotò nel suo diario: «Secondo confidenze fresche, Mussolini sta, ormai, rimuginando possibili manovre di distacco dal socio dell'Asse». <br />
<br />
Il 15 maggio, Vittorio Emanuele III compilava tre «appunti». Nell'«appunto n.3 » si legge: «Bisognerebbe pensare molto seriamente alla possibilità di sganciare le sorti dell'Italia da quelle della Germania». Nello stesso mese, il tenente colonnello pilota di complemento Ettore Muti, trovandosi in Portogallo, aveva avvicinato elementi anglo-americani. Non si seppe per conto di chi. <br />
<br />
Il 19 giugno si svolse il 452° Consiglio dei Ministri dell'Era Fascista, l'ultimo della serie. In questa occasione il senatore Cini espresse pubblicamente l'opinione che si dovesse fare la pace, e, rivolto a Mussolini, disse: «E se si deve fare la pace (...) per non essere colto di sorpresa come vi ha colto di sorpresa la guerra (...) occorre prepararsi a farla come si conviene, creando i presupposti favorevoli, istituendo dei rapporti indiretti per eventuali soluzioni, non chiudendosi le porte alle spalle, anzi predisponendo le possibili vie d'uscita». A questo scopo il sottosegretario di Stato, Bastianini, il 17 luglio, ebbe un incontro con il cardinale Maglione. Il Vaticano, dopo avere sondato gli Alleati, munì il banchiere romano Fummi di un suo passaporto. Il banchiere, in veste di amministratore dei beni della Santa Sede, arrivò a Lisbona, prima tappa per l'Inghilterra dove avrebbe dovuto svolgere un sondaggio diretto alla possibilità di trattare la desistenza dell'Italia, della Romania e dell'Ungheria. Di questa missioni non ufficiale Mussolini era, naturalmente, al corrente. <br />
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I tedeschi si comportavano esattamente alla stessa maniera, anzi avevano cominciato loro per primi. Già nel maggio del 1941 c'era stato il tentativo (anche se ufficialmente e imbarazzatamente sconfessato) condotto personalmente dal n.2 del Reich tedesco: Hess. Ma, affare Hess a parte, Hitler aveva più volte, all'insaputa dell'Italia, condotto sondaggi presso il nemico attraverso agenti qualificati: in Svezia con la Russia, in Spagna e Svizzera con gli inglesi. Il 16 gennaio '43, Ciano scrive nel suo diario: «Nelle intercettazioni c'è un telegramma nel quale sono riassunti i termini del colloquio tra il generale tedesco von Thoms e Montgomery (...) von Thoms ha detto che i tedeschi sono convinti di avere perso la guerra e che l'esercito è antinazista poiché attribuisce a Hitler tutte le responsabilità». <br />
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[…]<br />
<br />
PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE<br />
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<a href="http://www.international-communist-party.org/Comunism/Comuni40.htm" title="http://www.international-communist-party.org/Comunism/Comuni40.htm">http://www.international-communist-party.org/Comunism/C...0.htm</a><br />
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icparty@???<br />


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