[Ark] Ciliberto: "La liberta' di insegnamento"

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Author: ANDU
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Subject: [Ark] Ciliberto: "La liberta' di insegnamento"
ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

MICHELE CILIBERTO: "LA LIBERTA' DI INSEGNAMENTO"

Riportiamo in calce il testo dell'intervento di Michele Ciliberto "La fine
dello stupore e la fine dell'Universita'", apparso sull'Unita' del 12
luglio 2008.
Sulla parte dell'intervento di Ciliberto riguardante l'Universita' - in
gran parte condivisibile - vogliamo fare una precisazione e una
sottolineatura.

== La precisazione.
Michele Ciliberto nel suo intervento sostiene che "il mondo universitario
e' rimasto silenzioso e seduto". In realta' da tempo molti Organi
collegiali e la stessa CRUI hanno analizzato e denunciato i gravissimi
contenuti del Decreto-Legge. In questi giorni stanno crescendo le prese di
posizione e le iniziative di protesta in quasi tutti gli Atenei.
Inoltre la maggior parte delle Organizzazioni della docenza ha
tempestivamente e duramente criticato il Decreto-Legge.
In particolare l'ANDU gia' il 26 giugno 2008 ha diffuso un documento la cui
prima parte qui riproponiamo anche per evitare che la protesta, che
certamente crescera' in quantita' e qualita', sia strumentalizzata, come e'
gia' in parte accaduto in occasione della mobilitazione contro la Legge
Moratti.
Del documento dell'ANDU riportiamo anche il commento all'art. 17 del
Decreto-Legge, riguardante l'IIT di Genova, la cui portata e il cui
significato non sembrano siano state ancora sufficientemente 'apprezzati'
nel mondo universitario.
Dal documento dell'ANDU del 26 giugno 2008:
"Con il Decreto-Legge 112/08 pubblicato sulla G.U. del 25 giugno 2008 si
accelera il 'lavoro' di demolizione dell'Universita' statale, condotto da
decenni da un potente gruppo accademico-politico-confindustriale, che ha
'utilizzato' tutti i Ministri, tutti i Governi e tutti i Parlamenti
succedutisi.
In tutti questi anni, la devastante attivita' di questa oligarchia e'
stata puntualmente documentata e denunciata dall'ANDU, senza pero' ottenere
un'adeguata reazione da quella parte del mondo universitario che ritiene
fondamentale per il Paese e per la sua stessa democrazia una Universita'
statale, democratica, autonoma, di massa e di qualita'. Per realizzare e
difendere questo tipo di Universita', l'ANDU ha da anni elaborato e
proposto un progetto di radicale riforma dell'Universita', complessiva e
dettagliata.
I contenuti del DL non sono nuovi: essi sono stati 'auspicati' e/o
'tentati' e/o 'praticati' nel corso degli ultimi decenni, in maniera
assolutamente trasversale, sulla base di una 'ideologia'
italo-anglo-americana che in realta' aveva e ha come vero obiettivo (gia'
in parte realizzato) quello di dirottare le risorse pubbliche per l'Alta
formazione e la Ricerca verso auto-proclamati centri di eccellenza. Lo
strumento principale per imporre questo progetto e' stato il Ministero
dell'Economia, che ha di fatto avocato a se' poteri propri dei Ministri
formalmente competenti per l'Universita' e la Ricerca. I contenuti degli
articoli del DL (che qui si riportano) riguardanti l'Universita' e la
Ricerca comprovano quello che ormai si configura come un vero e proprio
commissariamento dell'Universita' da parte degli economisti del Ministero
dell'Economia e dei loro 'interlocutori' accademici e imprenditoriali. "
"IIT (art. 17 del DL, in calce riportato)
Le Universita', specie quelle statali, - si sa - sprecano le risorse
pubbliche e per questo e' bene tagliare loro i finanziamenti e puntare su
centri di eccellenza da inventare e da finanziare abbondantemente a parte
(IIT di Genova, SUM di Firenze, IMT di Lucca). E all'IIT, centro che per
eccellenza e' il piu' eccellente, presieduto dal Direttore Generale del
Ministero dell'Economia e delle Finanze, si destinano ulteriori Fondi,
devolvendogli "le dotazioni patrimoniali" della Fondazione IRI, con un
articolo del DL il cui titolo non lascia alcun dubbio sul fatto che l'IIT
sia 'depositario' esclusivo dei "progetti di ricerca di eccellenza". Il
Ministero dell'Economia continua a strangolare finanziariamente
l'Universita' statale e lo stesso Ministero continua a iperfinanziare una
struttura presieduta dal suo Direttore generale!"

== La sottolineatura.
Michele Ciliberto nel suo intervento evidenzia un contenuto del
Decreto-Legge la cui portata devastante per la liberta' di insegnamento non
e' stata finora adeguatamente valutata e denunciata. Ci riferiamo a quanto
previsto dal comma 11 dell'art. 72 del Decreto-Legge:
"Nel caso di compimento dell'anzianita' massima contributiva di 40 anni del
personale dipendente, le pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1,
comma 2 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 possono risolvere,
fermo restando quanto previsto dalla disciplina vigente in materia di
decorrenze dei trattamenti pensionistici, il rapporto lavoro con un
preavviso di sei mesi."

13 luglio 2008

=====

Testo dell'intervento di Michele Ciliberto comparso sull'Unita' del 12
luglio 2008:

"La fine dello stupore e la fine dell'Universita'

Se un filosofo dovesse dire quale e' uno dei segni piu' tipici della crisi
che sta attraversando il nostro paese potrebbe dire, a mio giudizio, che e'
la fine dello stupore, della capacita' di sorprendersi, che come e' noto e'
la prima sorgente della filosofia. In Italia, oggi tutto e' ricondotto nei
parametri dell'ordinario, del quotidiano, del feriale: anche le cose piu'
inconcepibili, fino a poco tempo fa, sono digerite, assorbite,
metabolizzate senza alcuna difficolta'. Si e' persa l'abitudine a dire di
no, ad alzarsi in piedi: e di questo e' una paradossale conferma il fatto
che quando si protesta si usano toni esagitati, addirittura volgari,
proprio perche' protestare - dire no - e' diventata un'eccezione, non piu'
la norma di un comune vivere civile. Questo accade anche quando si tratta
delle regole che devono strutturare la vita istituzionale politica e
sociale del paese. E' un altro segno della crisi profonda che attraversa
l'Italia: le regole appaiono una sorta di optional che il potere puo'
trasformare come meglio gli conviene, a seconda della situazione e perfino
dei propri interessi privati. Si tratta di un tratto tipico del dispotismo,
quale e' gia' delineato in pagine straordinarie di Tocqueville nella
Democrazia in America: il dispotismo si esprime attraverso una
prevaricazione dell'esecutivo sugli altri poteri e con un ruolo sempre piu'
ampio assunto dall'amministrazione, che diventa il principale motore
dell'intera vita di un popolo. Le strutture dispotiche, infatti sono
incontrollabili: una volta messe in movimento invadono progressivamente
tutte le sfere della vita sociale ed intellettuale, compresa ovviamente
l'alta cultura e le istituzioni attraverso cui essa si organizza.
E' precisamente quello che e' accaduto in queste ultime settimane con il
decreto del 25 giugno del 2008: "Disposizioni urgenti per lo sviluppo
economico, la semplificazione, la competitivita', la stabilizzazione della
finanza pubblica e la perequazione Tributaria". In esso e' compresa una
serie di disposizioni che muta profondamente l'assetto della Universita'
pubblica italiana accelerandone la crisi e la definitiva decadenza. Si
tratta, dunque, di disposizioni che avrebbero dovuto sollevare, se non uno
scandalo, una discussione assai vivace; mentre invece, a conferma di quanto
sopra dicevo, con poche eccezioni, il mondo dell'Universita' e' rimasto
silenzioso e seduto. Solo in questi ultimi giorni stanno cominciando ad
affiorare prese di posizione piu' nette come quella del rettore
dell'Universita' di Ferrara o del Preside della Facolta' di Scienze
dell'Universita' di Pisa, il quale ha rotto il muro del silenzio scrivendo
una lettera aperta dal titolo: "L'universita' non e' in svendita". Qualche
protesta, in verita' c'era stata gia' prima, ma aveva riguardato il fatto
che il decreto interviene sugli scatti di carriera di tutti i docenti
trasformandoli da biennali in triennali. Il problema e' pero' ben piu'
vasto e riguarda direttamente la costituzione interiore della Universita'
italiana ponendo anche delicati problemi di ordine costituzionale. Mi
limito a segnalare quelli che a mio giudizio sono i punti piu' importanti.
Le Universita' possono costituirsi, su base volontaria, come fondazioni di
diritto privato, si dice nel Decreto, venendo incontro sul piano
legislativo a un'istanza proveniente gia' da molto tempo soprattutto da
settori industriali. Su Il Sole 24 Ore il provvedimento e' stato infatti
presentato da Giovanni Toniolo come "un'ottima notizia, la migliore che
abbia sentito in quarant'anni di vita accademica". Personalmente, non ho
dubbi che sul tema delle fondazioni si debba discutere ed aprire un forte
dibattito, ma sapendo che - se non ben governata - questa e' la via
dell'integrale privatizzazione dell'Universita' italiana, con il rischio
effettivo sia di ledere il principio della liberta' dell'insegnamento sia
di ritrovarsi in una situazione come quella americana nella quale accanto
alle top ten esistono migliaia di universita' di livello inferiore ai
nostri licei.
Ma che l'Universita' pubblica sia al centro di un vero e proprio attacco in
queste disposizioni e' dimostrato anche da altri elementi. E' bloccato il
turn over: si prevedono infatti assunzioni nei limiti del 20% per il
triennio 2009-2011 e del 50% a partire dal 2012. Ne' e' difficile anche in
questo caso immaginare gli effetti di questa disposizione sull'Universita'
in generale, specie su quelle medio - piccole e anche su quelle scuole di
eccellenza che si giovano di un corpo di docenti limitato. Privatizzazione,
da un lato; ricostituzione di una forte dimensione centralistica
,dall'altro: all'Universita' infatti restera' in cassa soltanto il 20%
delle "quote" dei docenti andati in pensione, tutto il resto andra'
all'amministrazione centrale la quale ha gia' tagliato il finanziamento di
Euro 500.000.000 in tre anni.
Privatizzazione, centralizzazione (nonostante tutta la retorica sul
federalismo) e, infine, colpi durissimi al personale docente per il quale
si prevede una sorta di vera e propria rottamazione. La questione dello
stato giuridico dei professori universitari e' annosa; il Ministro Mussi
era intervenuto su questa delicata questione riducendo, e di fatto avviando
alla fine, il fuori ruolo, - decisione che si puo' anche comprendere se si
tiene conto che si tratta di una vecchia disposizione, risalente a
tutt'altra situazione, la quale consentiva ai professori di continuare a
godere del proprio stipendio, pure essendo fuori dai ruoli dell'insegnamento.
Ma queste disposizioni si muovono su ben altro piano colpendo sia la
possibilita' che i professori universitari, come ogni altro dipendente
dello Stato, hanno di poter continuare a lavorare- cioe' insegnare - due
anni dopo l'eta' pensionabile (a insegnare, sottolineo); sia la stessa
possibilita' che possano continuare a restare nei ruoli qualora abbiano
compiuto quaranta anni di insegnamento, qualunque sia la loro eta'
(compresi dunque quelli che sono andati presto in cattedra). Ad essere
sintetici: prima il biennio era una scelta del docente; ora diventa una
concessione dell'amministrazione da cui dipende. Allo stesso modo e'
l'amministrazione che decide se rottamare un professore, oppure tenerlo in
servizio fino al raggiungimento dell'eta' della pensione stabilita della
legge, che il decreto tende invece ,surrettiziamente,ad anticipare anche di
parecchi anni con una chiara lesione dei diritti costituzionali dei
docenti. In entrambi i casi c'e' una totale prevaricazione sulla figura dei
professori da parte dell'amministrazione locale e soprattutto di quella
centrale che diventa il vero arbitro della situazione. Infatti, se anche
l'amministrazione universitaria locale fosse orientata a concedere il
biennio o a rinviare la rottamazione, l'amministrazione centrale potrebbe
costringerla a procedere in questa direzione con ulteriori, drastiche
riduzioni del fondo di finanziamento ordinario.
Non si tratta di questioni sindacali, o di interesse puramente corporativo:
in ballo c'e' ben altro. Se queste disposizioni vanno avanti ne discendera'
un controllo dispotico, e col tempo totale, dell'amministrazione centrale
sulle carriere dei professori universitari e di conseguenza
sull'Universita' italiana. Quella che dovrebbe essere il centro della
liberta' intellettuale e di ricerca del paese, costituzionalmente
garantita, corre dunque il rischio di essere controllata e irreggimentata a
tutto vantaggio delle universita' private che potranno darsi gli statuti
piu' adeguati al loro sviluppo, attraendo tutti i professori che non
vogliono essere sottoposti a forme di controllo centralistico destinate ad
assumere - non e' difficile prevederlo - connotati ideologici e politici
assai precisi. Mentre nelle Universita' pubbliche diventera' fortissima,
temo, una spinta in direzione del conformismo, della passivita',
dell'autocensura dei professori universitari con un colpo assai grave per
quella autonomia e liberta' dell'insegnamento che e' esplicitamente
prevista dall'art. 33 della Costituzione.
In ultima istanza, questo - la liberta' di insegnamento e le forme in cui
essa puo' e deve esplicarsi - e' dunque il vero problema che il Decreto del
25 giugno 2008 pone all'Universita' italiana: che di fronte a tutto questo
-e alla stessa forma del decreto,cosi' impropria per decisioni di tale
rilievo-non si sia ancora accesa una discussione critica e che siano
pochissimi quelli che hanno deciso di alzarsi in piedi puo' certamente
sorprendere; ma sorprende meno se si tiene conto di quello che dicevo
all'inizio: il nostro paese e' pronto a tutto, anche ad inghiottire in
silenzio la fine dell'Universita' pubblica e della liberta' di insegnamento."


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