[Erbalive] [Dentroefuorilemura] Siano da morire!

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Author: luke
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To: Mailing list dentroefuorilemura
Subject: [Erbalive] [Dentroefuorilemura] Siano da morire!

Da oltre quattro mesi, nel carcere di Siano-Catanzaro, è stata aperta
una nuova struttura detentiva denominata ad EIV (Elevato Indice di
Vigilanza). In questa struttura, sottoposti allo stesso regime
carcerario, sono rinchiusi sia i detenuti provenienti dal carcere di
Palmi che, in una delle sezioni, 8 detenuti politici, di cui 3 delle
inchieste sui movimenti islamici, 3 compagni dell’inchiesta PCC e 1
militante delle BR-Walter Alasia. Inoltre, per un breve periodo, altri
11 compagni dell’inchiesta del 12 febbraio (PCPM), hanno condiviso la
stessa esperienza.

L’apertura di questa nuova sezione, e la tipologia della stessa, pone
alcune riflessioni che pensiamo sia importante condividere e denunciare
pubblicamente.

Ci sembra di poter cogliere da parte del Ministero due fondamentali
intenzioni:
- la prima, che riguarda prevalentemente i prigionieri politici,
crediamo la si possa definire politica di deportazione [1] e isolamento.
E’ da metà anni 80 che non veniva ripresa, almeno in questa forma
(inizialmente 20 prigionieri tutti insieme!), la prassi di portare a più
di 1.000 km di distanza dal luogo dei loro affetti e rapporti i compagni
incarcerati (alcuni da oltre 25 anni!). Deportazione ed isolamento
aggravato da condizioni impossibili di colloquio con familiari ed amici.
I colloqui [2], infatti sono previsti un unico giorno settimanale e
lavorativo. Viene impedito, nei fatti, alla faccia delle 6 ore
formalmente consentite, la possibilità di usufruirne: le difficoltà
oggettive (economiche, di lavoro), permettono al massimo un colloquio al
mese.
- la seconda è quella di “blindare” questa sezione, di chiuderla e
separarla da tutto il resto. Ciò risulta evidente sia dall’inchiodatura
e oscuramento delle finestre della sezione e fino a poco tempo fa, della
saletta, sia dal progetto, confermato dallo stesso direttore del
carcere, di montare alle finestre delle celle le famigerate “bocche di
lupo”, ribattezzate per l’occasione “gelosie”! [3]; ovvero,
l’applicazione di barriere alle finestre per impedire l’accesso di aria
e luce, oscurare qualsiasi possibile contatto visivo ed uditivo.
Questa blindatura è confermata dal divieto di rapporti anche solo
“visivi” con prigionieri delle altre sezioni di EIV, che si sostanzia
soprattutto nell’assurda alternativa tra “passeggio” e medico e
nell’impossibilità di risalire dall’aria prima di due ore, affinché non
si realizzi nessun possibile contatto.

A questi due intenti se ne aggiunge un altro, solo apparentemente
prodotto della gestione “locale”: la rigidità/chiusura che investe ogni
aspetto delle condizioni di prigionia in questo carcere. Una serie di
cose formalmente o informalmente garantite fino a qualche anno fa,
vengono eliminate: si va dalla socialità, alla situazione sanitaria,
alla domandina (con conseguente impossibilità, per chi non ce l’ha già,
di avere cose essenziali quali orologio, musica, cancelleria…), alla
restrizione dei giornali da acquistare, alla riduzione della possibilità
di fare entrare viveri per pacco e della loro quantità (in barba ai 20
Kg. mensili formalmente garantiti!). Inoltre, nel contesto di questa ed
altre restrizioni, si vorrebbe imporre un rapporto individualizzato tra
prigioniero e direzione del carcere affinché, ogni espressione, ogni
richiesta non assuma valore collettivo, si svilisca nel rapporto tra
individuo e apparato così da poter consentire ogni pressione ed
esercitare tutto il potere ricattatorio di cui questo dispositivo può
disporre.

L’impronta data a questa nuova sezione manifesta l’intenzione di
trasformare il circuito di EIV [4] in un ulteriore strumento di
deterrenza che si affianca al regime di 41 bis. Questo nel contesto
della più generale politica degli ultimi anni contro ogni espressione di
ripresa di iniziative contro lo “stato di cose presenti”. Stato di cose
che è contrassegnato da un’acuta crisi economico-sociale del sistema
capitalistico, che si manifesta soprattutto con la guerra e la
accentuazione dello sfruttamento (precarizzazione, crisi). Questo
contesto spinge sempre più lo Stato a gettare la maschera del diritto,
ad agire preventivamente con la violenza contro ogni istanza di
trasformazione o chiunque esprima un principio di resistenza sia
all’interno dei propri confini che all’esterno. Non è una scelta legata
ad una corrente o a schieramenti politici, ma scelte inerenti la natura
stessa dello Stato borghese e ricorda, almeno per quanto riguarda
l’Italia, quella che fu praticata in risposta alle lotte del '68/'69,
con le stragi e le denuncie di massa di operai e studenti. Solo che
allora era il movimento di classe ad essere forte… oggi forse è il
capitale ad essere troppo “debole”, almeno strutturalmente, per
sopportare anche il sentore di una resistenza.
Già i fatti di Genova (precedenti l’11 settembre!), hanno dimostrato la
volontà di prevenire con ogni mezzo la ripresa di un movimento non
rituale anticapitalista. Ma quello fu solo un primo segnale. Gli anni
che seguirono sono stati quelli della instaurazione di una legislazione
speciale cosiddetta “antiterroristica” che ha avuto l’unico scopo di
dare mano libera agli apparati polizieschi contro ogni forma di
resistenza. In Italia abbiamo visto i vari 270 bis, ter, ecc, in molti
processi sommari, gli ultimi sono il caso di Genova, Cosenza, Firenze…
ma non vanno dimenticati i tanti contro anarchici, compagni vari, quelli
dell’11 marzo, musulmani… E la legalizzazione delle espulsioni di
stranieri in stati dove si tortura e quando ciò non è possibile o non si
ritiene opportuno, si provvede ad appaltare a servizi “paralleli” o
stranieri il sequestro di persone, sempre con lo scopo di avere mano
libera e poter liberamente torturare nei paesi dove questa prassi è la
norma. Ma con Guantanamo e gli altri carceri più o meno segreti gestiti
dalla Cia o da altri servizi occidentali, è caduto anche questo ultimo
tabù (tortura), che gli Stati “democratici” vantano avere.

Il muro di isolamento e di blindatura che vorrebbero erigere intorno a
questo carcere ed in particolar modo intorno a questa sezione, non
risponde a presunte esigenze di sicurezza, ma solo al tentativo di
chiudere ulteriori spazi di vivibilità, socialità e salute (in barba
anche alle loro stesse leggi e normative!), nel tentativo di recidere
ogni rapporto di solidarietà, affetto, umanità sia all’interno che
all’esterno di queste mura. Risponde al tentativo di piegare l’identità
politica dei prigionieri e spezzarne la resistenza, impedire ogni spazio
di riflessione autonoma non assoggettabile.
Ogni spazio che si chiude all’interno delle carceri è uno spazio che si
chiude, sempre più, intorno ad ognuno di noi; ogni silenzio è una
rinuncia alla possibilità di pensare e credere che sia possibile e
giusto lottare contro ogni sopruso, vessazione, sfruttamento, miseria,
guerra, razzismo.
Ogni conquista che ci viene espropriata è una parte della nostra
condizione di vita e di lavoro che peggiora.

Per questo e per molto altro ancora, continueremo a lavorare per
denunciare quanto succede in questo carcere, a denunciare i piani in
corso di attuazione. [5]
Lavoreremo per un confronto e un incontro con tutte le realtà
interessate affinché si sviluppi un’attenzione sul carcere anche su
questo territorio, quale condizione imprescindibile della difesa delle
condizioni psico/fisiche di tutti i detenuti e l’identità dei
rivoluzionari prigionieri. Lavoreremo per la nostra stessa possibilità
di esprimere, come lavoratori e sfruttati, un’alterità a questo stato di
cose.

Amici e familiari dei prigionieri rivoluzionari
Per contatti: unlibroinpiu@???


Note:

[1] Politica di deportazione utilizzata, probabilmente, anche come atto
punitivo nei confronti di compagni da 26 anni in galera a seguito della
campagna “Un libro in più di Castelli”, che aveva fatto maturare una
bella mobilitazione sotto il carcere di Biella che aveva visto impegnate
insieme forme ed esperienze diverse contro le politiche carcerarie.

[2] Recentemente una compagna che ha, da oltre 20 anni, colloqui in
qualità di tutrice con un prigioniero, è stata convocata, sotto
richiesta di informativa da parte della direzione del carcere di Siano,
dalla P.S. per informazioni sulla natura dei suoi permessi. Ci sembra
che questo atto, apparentemente innocuo, sia solo in funzione di creare
maggiore pressione ed intimidazione nei confronti di chi (familiari o
amici), ha rapporti con prigionieri.

[3] Il carattere sfacciatamente afflittivo di queste barriere insieme
alla censura sui giornali, furono alcuni degli elementi che determinò,
negli anni ’70, un vasto movimento di prigionieri (e non solo), che
portò alla loro abrogazione con la riforma penitenziaria del ’75.

[4] I prigionieri sottoposti ad EIV si trovano sempre più spesso a
subire le stesse privazioni, se non addirittura peggiori, di quelle
previste dall’art. 41 bis o.p., specialmente per quanto riguarda
l’isolamento e la censura. A differenza del 41 bis, però l’EIV è un
regime detentivo molto più arbitrario in quanto ad applicabilità e
specifiche condizioni a cui si è sottoposti. Negli ultimi anni, il suo
ampio utilizzo, specialmente nei confronti di detenuti politici, rende
evidente la volontà statale di estendere le condizioni di trattamento
previste dal 41 bis, come preannunciato sia dal ministro Castelli che da
Mastella, senza tuttavia incorrere in critiche di incostituzionalità, di
violazione dei diritti umani, per l’utilizzo di questa forma di tortura,
propria del 41 bis. La situazione delle carceri italiane ha meritato
l'attenzione del Commissario per i diritti umani di Strasburgo (2005);
l'Italia è stata condannata, per l'introduzione e la disciplina dei
reparti EIV (Elevato Indice di Vigilanza) dalla stessa Corte Europea per
i Diritti dell'Uomo nel 2005; ed il recente provvedimento finale
(Concluding Observations) di maggio 2007 del Comitato Contro la Tortura
sulla situazione italiana rileva come nelle maglie del nostro
ordinamento si annidino rischi di involuzione della politica sui diritti
umani verso l'abbassamento delle garanzie di tutela e ciò in quanto
l'innalzamento delle condizioni di sicurezza compromette e, in alcuni
casi pregiudica, l'effettività del divieto di pratiche degradanti la
dignità umana.

[5] E’ previsto che questo carcere diventi uno dei 4 carceri più grandi
del meridione dopo Poggioreale, l’Ucciardone, Lecce. Questo comporterà,
più di quanto già non comporti, un ulteriore peggioramento nella vita di
ognuno in termini di controllo, di presenza militare, di condizioni
economiche, di spesa pubblica, di ristrutturazione del territorio, di
agibilità politica e possibilità di espressione delle lotte.

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