Pippo Baudo ha protestato perche’ il Vescovo di Catania non ha sospeso
la processione di sant’Agata ( 5 febbraio) in segno di lutto per l’
assassinio dell’ispettore Francesco Raciti. Baudo ha pure
“rimproverato” al Papa di non aver condannato la violenza negli stadi e
i fatti di Catania, domenica scorsa, all’Angelus di mezzogiorno, mentre
condannava l’aborto e l’eutanasia in difesa e a tutela della vita
umana.
Papa Benedetto XVI ha “risposto” inviando ai familiari un
telegramma di conforto spirituale che e’ stato letto in Chiesa durante
i funerali, insieme al messaggio del Presidente della Repubblica.
La
Curia di Catania, invece, a proposito della sospensione della
processione, non ha risposto nulla, rimandando con il silenzio alla
decisione presa il giorno dopo i fatti e la morte di Raciti, e cioe’
quella di sospendere i fuochi d’artificio della Festa mantenendo
intatta la Processione. Quindi tutto il resto? Dico “tutto il resto”
con il punto di domanda perche’ chiunque a Catania abbia avuto a che
fare anche soltanto per un attimo, anche di passaggio, anche per puro
caso, con la processione di sant’Agata, a’ Picciridda, la bambina, come
in gergo locale viene chiamata la patrona della citta’, capisce
immediatamente cosa voglio dire.
E’ che questa processione non e’ come
le altre, rito liturgico e momento di religiosita’ popolare nel
contempo, non lo e’ affatto. In termini di tempo, siamo piu’ o meno
sulle venti ore di sfilata per le vie cittadine, notte e mattino del
giorno dopo compresi, al novanta per cento senza preti e senza canti, e
non perche’ ci sia di mezzo il folklore popolare oppure chissa’ quali
eredita’ culturali, benche’ la mia citta’, Catania, sia anche la citta’
egiziana della dea Iside, qui venerata cinquemila anni prima della
venuta di Cristo, con il suo ex-voto di pietra lavica, l’Elefante, ‘u
liotru’.
Niente di tutto questo: la processione e’ solo un lungo
sequestro di santa, cresciuto senza freni nel corso degli ultimi
trentanni del Novecento, gestito in proprio come sommo segno di potere
dai gruppi criminal-mafiosi cittadini, traversato da simbolismi
familistici che alimentano riti di iniziazione tutti maschili nei
reticoli degli adepti.
Ecco dunque che la “Vara” di sant’Agata, uno
stupendo fercolo firmato Gianbattista Vaccarini, tutto e solo di
pesantissimo argento, decorato con delfini in rilievo (simbolo della
citta’ di mare), illuminato da una pioggia di lampade dal sapore
orientale, issato su una slitta quasi magica (inventata dal suo
artefice per meglio scivolare sulle “basole” di pietra lavica) che si
alza, gira su stessa e si abbassa per abbordare angoli e crocicchi
stradali ..., eccolo dunque andarsene in giro per tutta la notte e
oltre, nel mattino del giorno dopo, assolutamente indifferente ai
tempi, alle regole e ai riti della liturgia, spinto e sospinto da
picciotti deliranti intorno al mezzo busto nudo della santa, completo
delle mammelle che il centurione Quinziano le aveva fatto strappare per
costringerla alle nozze. C’e’ chi queste mammelle se l’e’ fatte tatuare
addosso, chi ha scelto l’immagine intera, e chi invece la parola “
nofaquie”, e cioe “non offendere la patria di sant’Agata”, come
avvertimento terreno e non come fulmine celeste.
Non e’ dunque un
caso se i “devoti”, cioe’ quelli che tirano la “Vara” legata a due
cordoni ( lunghi centinaia e centinaia di metri, tanto per avere un’
idea del numero e delle proporzioni), sospirando una professione di
fede che e’ praticamente una sorta di singhiozzo orgasmico ripetuto
ogni tanto in coro, quando gli va’, siano sempre stati solo maschi, dai
quattordici anni in su’, generazioni cresciute nei quartieri del
vecchio centro feudo dei clan malavitosi, e in quelli degradati e
lugubri delle sciare di periferia, i bronx di Librino, di San Giovanni
Galermo, di San Giorgio, tanto per citarne alcuni, dove la solitudine
si taglia con il coltello in tutti i sensi, mentre la cocaina l’affila.
Quando la chiesa (solo qualche anno fa) apri’ i cordoni della
processione alle donne – che pero’ dovevano indossare il sacco, cioe’
la tunica, di colore verde per distinguersi -, si levo’ un sordo
brontolio di protesta per cortili, vicoli e macellerie. Poi, potenza
della parita’ e delle matriarche, il brontolio rientro’, e le donne
sono arrivate alla “vara” in misura di una a cento uomini.
Come sanno
dunque benissimo tutti i catanesi e le catanesi, con una consapevolezza
trasversale per eta’, censo e mestieri, la processione della notte di
sant’Agata e’ l’affresco piu’ crudo (e crudele) di questa Catania. E’
anche il riflesso di un’omissione collettiva di colpe - il dispregio di
tutte le regole, l’arroganza dell’interesse privatissimo sempre,
comunque e dovunque, l’accaparramento inteso come violenza senza
pentimento e senza bisogno di redenzione, l’ignoranza di una subcultura
macha e patriarcale che si alimenta presuntuosamente di modernita’
feroce – divenute il suo ordinario quotidiano.
Come ignorare le
pubbliche soste “d’a’ Picciridda” davanti alle case dei padrini, la cui
importanza e potere si mostravano con la quantita’ e la qualita’ dei
fuochi d’artificio personali che la famiglia offriva alla santa e
sbatteva in faccia agli avversari, quindi dalla durata della sosta? C’
era il tempo d’andare a farsi una bella mafalda con le stigghiole alla
brace, e di digerirla, prima che la processione ripartisse.
E come
raccontare “a Picciridda” sola in strada nella notte, per ore intere,
mollata con i suoi gioielli nella “vara’ tutta d‘argento tra migliaia
di ceri ardenti lasciati dai “devoti” a consumarsi sui marciapiedi e
sul pubblico asfalto…, e ancora li’ alle cinque del mattino, all’angolo
dei Quattro Canti, sulla via Etnea, tra il mare e “a muntagna”?
Povera
Picciridda Sola, in attesa che si compia la scommessa di turno ( ancora
commerciano polveri di ossa, a migliaia di euro al granello
infinitesimale).
Povera Picciridda Violata, tutta nuda e infreddolita,
col suo sguardo dipinto sotto la corona cesellata, senza la compagnia
di un prete, che dico: neppure di un chierico o di un sacrestano, sotto
la cascata di luminarie all’incrocio con la via del Principe Antonino
di San Giuliano, il potentissimo ministro degli Esteri del Regno d’
Italia al tempo di Bava Beccaris (quello che a Milano sparo’ sugli
operai che chiedevano pane), l’erede dei Vicere’ passato coi Savoia
dopo avergli sputato addosso, colui che ispiro’ pagine memorabili a
Federico de Roberto (“I Vicere’”) sull’invenzione del moderno
trasformismo politico all’italiana.
Questa, in breve ( ma veramente in
breve), e’ la storia e la memoria della processione di Sant’Agata di
Catania. Consolidata nell’immaginario collettivo cittadino, anzi
rivendicata come linfa d’identita’ dai quartieri popolari a quelli
residenziali passando per molte segreterie politiche, e’ questa, la
notte d’a picciridda, la misura del caso Catania.
Forse, se la
processione l’avessero sospesa, magari sostituendola con una lunga
Messa solenne di riflessione e di pentimento, come era giusto che si
facesse per rispetto a un rappresentante dello Stato morto in servizio,
a sua moglie e ai suoi figli, com’era giusto che si facesse per
ribadire il valore della vita contro il disvalore della violenza
assassina, com’era giusto che si facesse per rispetto ai catanesi e
alle catanesi per bene, com’era giusto che si facesse per dare
finalmente pace a una martire fanciulla, Agata, che al suo tempo
dovette proprio crederci nel Salvatore per sopportare cosi atroci
torture, forse allora avremmo potuto finalmente anche bucare lo
scafandro dell’impunita’ collettiva e della sua manifesta arroganza,
forse saremmo potuti arrivare alla testa e al cuore dei ragazzi che
venerdi scorso hanno partecipato alla notte delle iene, e anche a
quella degli altri, gli adolescenti in bilico tra accettazione e
rifiuto. Se il gesto avesse raggiunto e messo in crisi anche solo uno
di loro, ne sarebbe valsa la pena.
Ma la processione non e’ stata
sospesa, e come ogni anno, a quest’ora, il popolo dei “devoti’ gia’ si
cerca per la prima colazione del mattino, caffe’ e “minnuzzi di sant’
Aita”, come si chiamano a Catania le cassatele di ricotta bianca,
rotonde e morbide, con una ciliegia rossa candita per capezzolo.
“Minnuzzi” significa piccoli seni, di “picciridda”, bambina appunto.
06/02/2007
http://www.articolo21.info/editoriale.php?id=2177