Author: Alessandra Filabozzi Date: To: Attac-Roma, lista comitati Subject: [Attac-ts] [COMITATI]
A Nairobi la sfida del secolo: la grande assente sarà proprio l’Africa?
Giro articolo del caro Riccardo Liburdi,
uscito sabato su L'Insostenibile , supplemento di Liberazione.
Alessandra
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COP 12. A Nairobi la sfida del secolo: la grande assente sarà proprio
l’Africa?
Riccardo Liburdi
Per due settimane, dal 6 novembre, a Nairobi si riunirà la Conferenza
delle Parti (Cop): la massima autorità decisionale della Convenzione
Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (Unfccc). Vi
parteciperanno le delegazioni ufficiali dei governi di tutti i Paesi
aderenti, le organizzazioni scientifiche, quelle ambientaliste, le
associazioni imprenditoriali e le Ong. Parallelamente, per la seconda
volta dall’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto il 16 febbraio
2005, si terrà il “Meeting delle Parti” (Mop) degli oltre 140 Paesi che
hanno ratificato il Protocollo, eccetto Usa e Australia, e i cui
effetti dovrebbero misurarsi in termini di riduzione delle emissioni di
gas serra al termine del primo periodo di attuazione dal 2008 al 2012.
Gli obiettivi fissati nel 1997 erano la riduzione – rispetto ai livelli
del 1990 - del 5,2% per i paesi industrializzati; dell’8% per l’Unione
Europea e del 6,5% per l’Italia. Nel frattempo, invece di diminuire, le
emissioni sono aumentate: del 13% in Italia, mentre in Ue gli aumenti
sono stati compensati dalla chiusura di interi comparti industriali,
soprattutto nei paesi dell’Est.
Ma oltre ai negoziati formali e informali, alla Cop si svolgono numerosi
seminari tecnici dedicati ai vari punti caldi su cui si scontrano
interessi nazionali, protezionismi locali, pressioni di lobby
industriali. Spuntare anche solo qualche decimo di punto percentuale
nelle metodologie di calcolo delle emissioni di gas serra, può
significare perdite o guadagni per milioni di dollari o, se non altro,
conseguenze politiche in termini di consenso e occupazione.
Nelle sessioni tematiche vengono anche presentati, discussi e approvati
(oppure no) i dati emissivi di ciascun Paese. In tali sedi può anche
accadere che il lavoro scientifico di uno sparuto gruppo di tecnici –
tra cui alcuni precari non più giovanissimi – permetta di rivedere al
rialzo la quota di carbonio assorbita dai suoli italiani e far così
risparmiare molti milioni di euro, che altrimenti l’Italia avrebbe speso
per acquistare all’esterno i diritti di emissione!
Le Cop sono inoltre occasione di discussioni e confronti scientifici
nelle sessioni non ufficiali, i cosiddetti "side events", le numerose
conferenze in cui si affrontano i vari temi legati ai cambiamenti
climatici. Nei seminari organizzati dalle associazioni ambientaliste
fioriscono in genere le denunce degli accordi trasversali e delle
furberie che accompagnano ogni trattativa. Ad esempio, i paesi
nordeuropei, più avanzati nella produzione di tecnologie delle fonti
rinnovabili, spingono per un loro forte utilizzo nei paesi in via di
sviluppo, di fatto imponendo i loro standard nei progetti dei cosiddetti
“meccanismi flessibili” in modo da ricavarne l’equivalente risparmio di
emissioni, rispetto alle fonti tradizionali, come crediti di riduzione
di emissioni certificate. Tanto peggio per chi, come l’Italia, negli
ultimi 20 anni non ha fatto nulla, anzi è regredita in tali settori.
Ma questi meccanismi sono veramente validi per i Paesi in via di
sviluppo? O sono piuttosto un modo per continuare a produrre e consumare
senza metterne in discussione il sistema industriale e ricavarne anche
vantaggi economici, imponendo loro tecnologie “inappropriate” e
contribuendo ad indebitare i paesi poveri?
Il senatore Francesco Martone ha in più occasioni svelato il trucco del
“Carbon Fund” italiano presso la Banca Mondiale, che il Ministero
Ambiente sta finanziando con 100 milioni di euro: “La Banca Mondiale
svolge un ruolo di primo piano nel Cdm (Meccanismo di Sviluppo Pulito);
forte del sostegno dei suoi maggiori azionisti, i G8, essa vuole
indirizzare i governi per elaborare un piano post-Kyoto, operando come
mediatore globale sui mutamenti climatici, smussare le divergenze tra
paesi sviluppati ed emergenti, inclusi Cina ed India, coordinando la
partecipazione di altre banche multilaterali di sviluppo” (dal documento
del gruppo di lavoro Ecopacifismo del nodo ambientalista di SE).
Questa Cop/Mop, é considerata “di transizione”, come prevede l’art.3.9
del Protocollo. Si tratta appunto di ridefinire gli obiettivi per dopo
il 2012. L’Ipcc (il comitato scientifico internazionale che supporta la
Unfccc) ritiene necessaria una riduzione tra il 60 e l’80% delle
emissioni da raggiungere entro il 2050, per limitare a 2 gradi
centigradi l'aumento medio di temperatura del pianeta (i disastri a cui
assistiamo attualmente sono dovuti all’aumento di meno di un grado
nell’ultimo secolo), il che richiederà politiche impegnative rispetto al
sistema energetico e dei trasporti dei paesi industrializzati, oltre a
politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, che si ritengono
ormai inevitabili.
Ma quali politiche possono essere accettabili e praticabili senza danno
per la maggior parte dell’umanità? Se si vuole che un principio di
equità debba informare le scelte possibili, quelle finora considerate
sarebbero: a) chi è responsabile dell’attuale situazione se ne deve
accollare gli oneri maggiori; b) tutti devono poter soddisfare i bisogni
di base, poi gli altri diritti; c) tutti hanno gli stessi diritti a
disporre delle future emissioni; e) chi ha maggiore capacità deve
contribuire di più; f) comparabilità dello sforzo (uguaglianza nella
perdita di benessere); g) sovranità nelle scelte di emettere tutelando i
propri usi e costumi.
Anche se tutti arrivassero a concordare su questi principi, le loro
possibili implicazioni sarebbero esplosive per molti paesi
industrializzati e fortemente vincolanti per quelli in rapida crescita.
Perfino un principio basilare di equità, come un uguale livello di
emissione pro capite, sarebbe ingiusto se lo si volesse applicare
indistintamente per un abitante dei tropici e uno del circolo polare...
Con l’avvio di una nuova fase negoziale si spera di coinvolgere gli
Stati Uniti, il che permetterebbe realmente di attuare delle politiche a
livello globale, ma si teme, a scapito della loro incisività. Per i
paesi più poveri, i meccanismi di Kyoto dovrebbero favorire l’adozione
di tecnologie più efficienti, senza alcun obiettivo di riduzione, in
base alle effettive capacità ed esigenze, permettendo l'uscita dalla
povertà senza il degrado ambientale dovuto allo sviluppo industriale e
tutelando l’autonomia di scelta delle tecnologie appropriate alla
cultura locale, con il coinvolgimento delle comunità nella gestione del
territorio. Uno sviluppo umano basato sull’autogoverno e la democrazia
per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali e la crescita culturale.
Cosa dirà la delegazione italiana in questo contesto? Non è dato
saperlo. Quest’anno l’accentramento delle decisioni da parte del
Ministro dell’Ambiente è pari alla mancanza di trasparenza nella
composizione della delegazione che dovrebbe supportare quella
governativa in tutti i tavoli negoziali: non sono stati coinvolti i
tecnici e i ricercatori di vari istituti e università, che da anni
seguono le sessioni con competenza, nonostante la mancanza di risorse e
le inefficienze burocratiche. Può darsi che il contributo politico
italiano sarà ottimo, ma se qualcuno chiedesse spiegazioni sui conti
delle emissioni nazionali?
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