[Contropotere] Sull'occupazione di via Zanardi 30

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Author: contropotere
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Subject: [Contropotere] Sull'occupazione di via Zanardi 30







Questa mattina (8 aprile
2006) in via Zanardi
30 e' stato liberato uno stabile abbandonato da anni.
 
Questo posto risponde a
delle esigenze avvertite da compagne e compagni che le percepiscono
tutte o una parte o una sola di esse:
- Un luogo che possa
servire da laboratorio di lotta, dalle potenzialità culturali e controinformative che diano la possibilità ad
ogni individualità di esprimere la propria creatività nella messa in
condivisione delle proprie inclinazioni - abilità - conoscenze:
cineforum, seminari autogestiti, concerti,
sala prove, libreria, infoshop e sala studio autogestiti,
palestra strappati alla loro usuale mercificazione in luoghi di
profitto, come veicoli per elevare il livello di conoscenza, socialità
e lotte di coloro che si sentono soffocati e repressi dal sistema
capitalistico e dalle sue logiche commerciali, corporative,
associative, partitiche e sindacali e per tutti coloro che non hanno
mai creduto alla delega o che hanno smesso di crederci.
Per la libertà, contro lo
stato, il capitale, il fascismo, il razzismo, il sessismo, i giochi e i
compromessi della politica, per far soffiare un po' di vento
libertario nel grigio autoritarismo bolognese. Contro ogni forma di
concessione delle autorità, per perpetuare e inserire reali terreni di
conflitto all'interno del tessuto sociale
bolognese e non.
Una città (in un mondo)
ogni giorno più militarizzata, una umanità
disciplinata e ingrigita, con troppa paura per affermare se stessa.
L’unica forma d’espressione che i più vedono è il voto, la crocetta. Ma allo stesso tempo l'insoddisfazione cresce,
come cresce l'impoverimento.
La risposta a tutto ciò
non può essere né il voto né il qualunquismo, capaci solo di ridare
vita a comportamenti fascisti, razzisti e sessisti, ma l'autogestione
della lotta, l'azione diretta contro la guerra, lo sfruttamento e
l'oppressione.
- Uno spazio dove ci sia
la possibilità di autogestire una mensa
popolare, di buona qualità, nella quale le relazione umane siano alla base del suo funzionamento,
restituendo parte di quei sapori che la produzione meccanizzata ha
privato, senza logica di guadagno e quindi a prezzi accessibili,
valorizzando la produzione di beni necessari e l'aggregazione di uomini
e donne, contro la povertà e lo sfruttamento economico, ambientale e
umano che il principio di profitto impone sempre più ferocemente.
Contro il menù del potere
che vogliamo fare? La mensa popolare vuole rispondere ad una esigenza fondamentale in maniera autogestita. Rifiuta la logica secondo la quale
non vi sia scelta tra un ristorante buono e
sempre più costoso e una mensa con cibo cattivo o pessimo, spesso cara
a sua volta o guidata da una logica assistenzialista.
Quello che vorrebbe essere è un posto dove si mangia, si beve, ci si
conosce e si discute. Un momento di aggregazione,
di instaurazione di rapporti umani, al di là del meccanismo: vado,
mangio, pago, ringrazio, mi alzo e me ne vado. La mensa risponde ad
un’esigenza, quella di sfamarsi, ma non è solo un fine così come non è
solo un bisogno primario. E' un mezzo per mettere in comune noi, le
nostre abilità e debolezze, i saperi, per condividere pensieri e azioni, progettare un mondo, avanzare un'utopia.
- Un luogo fisico che
possa ospitare una Camera Internazionale delle lavoratrici e dei
lavoratori autogestita, dove si possano
incontrare i lavoratori e le lavoratrici, precari e non, per
intraprendere un percorso di emancipazione
autorganizzata sulla base di un metodo
assembleare, dell' orizzontalità delle decisioni e della solidarietà al
di là delle divisioni "di mestiere". In questi anni le nostre
esperienze (assemblee, presidi davanti alle agenzie di lavoro,
volantinaggi) e altre cui abbiamo assistito
o partecipato (creazioni di coordinamenti, momenti di
controinformazione e lotta) si sono via via
scontrate con la frammentarietà, l'isolamento, la mancanza di
comunicazione e confronto tra precari. Un luogo fisico che riesca a mettere in contatto precari che lavorano
in situazioni diverse è forse il primo passo per riflettere dei precari
e cominciare (o ricominciare) pratiche di lotta e di emancipazione.
- Un tetto per chi non
può o non vuole continuare a mettere tutto il suo stipendio in un
affitto.
 
Ma cos'è un'autogestione:
anche questo. Riteniamo che il metodo sia la riappropriazione
diretta e dal basso delle nostre esigenze, l'organizzazione autogestita che si concretizzi
nel continuo confronto tra individui, in maniera orizzontale, senza
alcuna gerarchia di metodo o di forma, che non conceda spazio a logiche
di rappresentanza o delega: quindi decisione collettive ed unanimi
(assemblea), rotazione dei compiti, lotta contro ogni tendenza verticistica.
Nessuno scampo per
burocrati o tecno-burocrati e soprattutto
una propensione ad ascoltare tutti e a mettere tutto in comune non
escludendo le opinioni di nessuno.
Un luogo dove la
divisione capitalistica del lavoro e dei compiti determinati da fattori
esterni quali il potere, il profitto e la povertà, viene
sostituita da principi volontaristici, dallo spirito di collaborazione
e affinità.
 
L’autogestione di Via Zanardi 30