[ForumVarese] La mia verità - Giuliana Sgrena

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Author: varese social forum
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Subject: [ForumVarese] La mia verità - Giuliana Sgrena
La mia verità
GIULIANA SGRENA

Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica
della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo
parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi
avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali
soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai
trasferimenti». Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento
delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in
custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio,
era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava
succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne
andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la
prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so
quando». A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto
sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare:
«Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno
detto proprio così.

Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la
liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era
il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che
avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una
più pesante dell'altra. Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti
accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò
gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto
sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se
incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato
uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto.
Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità. Di
quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina
camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due
sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un
elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo
fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti
verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e
un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano
così.

Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità.
Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma.
Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad
un'altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente
ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie:
«Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele
Polo, stai tranquilla sei libera»
Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho provato
sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di
questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi
amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica,
calorosa, che avevo dimenticato da tempo. La macchina continuava la sua
strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi
sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio.
Sbandare in una strada colma d'acqua a Baghdad e magari fare un brutto
incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non
raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L'autista
aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo
diretti verso l'aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe
americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto...quando...Io
ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è
abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti
prima.

L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, «siamo italiani,
siamo italiani...», Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e
subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva
addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una
folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i rapitori mi
avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a
liberarmi, però dovevo stare attenta «perché ci sono gli americani che non
vogliono che tu torni». Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato
quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me
rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità.

Il resto non lo posso ancora raccontare.

Questo è stato il giorno più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da
sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese
da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni
ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in
giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare.
Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella
priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. Puntavano sulla famiglia.
«Chiedi aiuto a tuo marito», dicevano. E l'ho detto anche nel primo video
che credo avete visto tutti. La vita mi è cambiata. Me lo raccontava
l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con le due
Simone, «la mia vita non è più la stessa», diceva. Non capivo. Ora so quello
che voleva dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua
difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.

Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero
semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: «Ma come, rapite
me che sono contro la guerra?!». E a quel punto loro aprivano un dialogo
feroce. «Sì, perché tu vai a parlare con la gente, non rapiremmo mai un
giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di
essere contro la guerra potrebbe essere una copertura». E io ribattevo,
quasi a provocarli: «E' facile rapire una donna debole come me, perché non
provate con i militari americani?». Insistevo sul fatto che non potevano
chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loro interlocutore
«politico» non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è
contro la guerra.

E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande
depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del
rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una
parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia
foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono
rincuorata. Poi però, subito dopo, è arrivata la rivendicazione della Jihad
che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le sue
truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro,
dovevo diffidare di quei proclami, erano dei «provocatori». Spesso chiedevo
a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva,
con l'altro, un aspetto da soldato: «Dimmi la verità, mi volete uccidere».
Eppure, molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con
loro. «Vieni a vedere un film in tv», mi dicevano, mentre una donna
wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.

I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera
sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra
tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alla 5 per
pregare, mi ha fatto le sue «congratulazioni» incredibilmente stringendomi
fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista
islamico -, aggiungendo «se ti comporti bene parti subito». Poi, un episodio
quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia
perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per
Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto
sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la
scritta «Liberate Giuliana» sulla sua maglietta.

Ho vissuto in una enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata
profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che
bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo
nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata
per colpa del mio lavoro. «Noi non vogliamo più nessuno», mi dicevano i
sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle
parole dei profughi. E quella mattina già i profughi, o qualche loro
«leader» non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale
delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e
loro mi sbattevano in faccia la loro verità: «Non vogliamo nessuno, perché
non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?».
L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi
precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo
italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e
gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è
diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano
elezioni.

Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?