Ciao a tutti,
dalla mailing list di Attac apprendo che su ItaliaOggi
di ieri (24 aprile) sono apparsi due articoli sul
boicottaggio delle aziende anglosassoni nella sezione
dedicata al Marketing del quotidiano.
Li allego sotto, perchè credo sia utile per noi
leggerli e riflettere sul come viene percepito il
boicottaggio e su quali regole/azioni vengono
suggerite alle aziende nel tentativo di eludere e
aggirare la coscienza civile dei cittadini
"consumatori". L'articolo poi che si riferisce
direttamente all'Italia non fa che confermare quanto
sia urgente e necessario intensificare e diffondere
questo tipo di azione.
A presto
Marina
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Una ricerca di KRC per Weber Shandwick lancia
l'allarme ai marketing manager: affari a rischio in
Europa
Iraq, effetto boomerang sui brand Usa
In Germania e Francia un consumatore su dieci
boicotterà i prodotti anglosassoni
Di Barbara Battaglini
Gli americani boicottano i prodotti francesi per
ripicca contro il no alla guerra di Jacques Chirac. Ma
succede anche il contrario: secondo un recente
sondaggio, commissionato alla Krc research
dall'agenzia di relazioni pubbliche internazionale
Weber Shandwick, Stati Uniti e GranBretagna rischiano
di perdere affari per miliardi di dollari in Europa a
causa dell'antipatia suscitata dalla guerra all'Iraq.
Il 17% dei consumatori francesi, per esempio, si è
dichiarato meno disposto ad acquistare prodotti
americani, mentre il 10% si è detto pronto a evitare i
prodotti inglesi.
Situazione analoga in Germania, dove il 13% degli
intervistati ha affermato di essere meno propenso
all'acquisto di prodotti "made in Usa", mentre il 10%
si prepara a chiudere la porta in faccia ai prodotti
inglesi.
Anche se va detto che il 9% dei tedeschi è più
disposto di prima all'acquisto di prodotti Usa e il 7%
è più favorevole a mettere prodotti britannici nella
busta della spesa.
Anche i consumatori inglesi, comunque, condividono
sentimenti anti-americani: l'11% dei britannici, per
esempio, è favorevole al boicottaggio dei prodotti a
stelle e strisce e solo il 4% si dimostra più
propenso di prima al loro acquisto.
Dal sondaggio (condotto attraverso interviste
telefoniche svolte tra l'11 e il 13 aprile su un
campione di mille persone in ciascun paese: Gran
Bretagna, Francia e Germania) emerge, inoltre, che,
rispetto a cinque anni fa, la Gran Bretagna è il paese
in cui si è verificato il più forte aumento
al boicottaggio dei prodotti per porre l'accento su
questioni ritenute importanti, come la guerra in Iraq,
il lavoro minorile o i problemi ambientali. Gli
inglesi insomma sembrano pronti più di prima a
sfruttare il loro potere d'acquisto per creare un caso
politico o etico. E così, il 39% si dichiara più
propenso al boicottaggio rispetto a cinque anni fa,
rispetto al 29% che è invece contrario. In Francia il
32% è più favorevole al boicottaggio contro il 35%
meno disposto. In Germania il 28% è più
propenso e il 56% meno.
"In Francia e Germania", fa notare Colin Byrne, joint
chief executive di Weber Shandwick Uk, "la presa di
posizione pacifista dei leader politici e dei
principali media si è diffusa anche fra i consumatori.
L'opinione pubblica inglese è meno ostile alla guerra,
ma la cosa sorprendente è che, in termini generali, i
consumatori sembrano essere diventati più
politicizzati. Dei tre paesi presi in esame, gli
inglesi sembrano maggiormente propensi a far leva sul
proprio potere d'acquisto per evidenziare una
questione importante che li riguarda".
Le aziende inglesi e americane "dovrebbero evitare",
continua David Brain, l'altro joint chief executive di
Weber Shandwick Uk, "che il marchio di un prodotto
venga collegato alla bandiera nazionale. Le
multinazionali dovrebbero inoltre enfatizzare le
origini locali del prodotto e il contributo
all'economia nazionale. Far percepire che l'azienda
fornisce contributi alla comunità in cui opera e
comunicare maggiormente con i propri dipendenti, in
modo che non considerino un fatto negativo il
lavorare per un'azienda statunitense o inglese.
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Quattro regole per non sbagliare
1) Evitare che il marchio di un prodotto di origine
USA/Uk venga collegato direttamente alla bandiera
nazionale, prestando particolare attenzione alle
immagini che circolano via internet
2) Enfatizzare al massimo i legami dei prodotti con le
tradizioni locali del paese in cui si è venduto e il
suo contributo all'economia nazionale
3) Far percepire che l'azienda fornisce contributi
alla comunità in cui opera: l'azienda non deve solo
vendere prodotti, ma deve comportarsi come un buon
cittadino
4) Comunicare maggiormente con i dipendenti, in modo
che non considerino un fatto negativo il lavorare per
un'azienda statunitense o inglese
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E l'Italia dorme sonni tranquilli
Le multinazionali americane e inglesi possono dormire
sonni tranquilli in Italia: non corrono nella penisola
alcun rischio di boicottaggio dei propri prodotti. E'
questo l'orientamento generale degli esperti delle
dinamiche dei consumi interpellati da ItaliaOggi per
commentare la ricerca di Weber Shandwick. "La guerra
in Iraq", spiega per esempio Giuseppe Minoia,
presidente dell'istituto di ricerca Eurisko, "non ha
provocato alcun cambiamento significativo nelle
abitudini di consumo degli italiani, che continuano ad
acquistare prodotti "made in Usa" e "made in England"
spesso anche incosciamente, senza identificarne
immediatamente provenienza e produzione.
"Certo", continua il sociologo Enrico Finzi,
presidente di Astra-Demoskopea, "se gli Stati Uniti
dovessero attaccare, dopo l'Iraq, anche la Siria,
l'immagine del paese a stelle e strisce potrebbe
peggiorare bruscamente, e in quel caso potrebbero
anche essere avviate ritorsioni verso le merci Usa. Ma
si tratterebbero comunque di azioni sporadiche,
episodiche, isolate. Manca infatti, al momento, un
forte sostegno politico per operazioni di questo
genere".
"La Coca-Cola", continua Minoia quasi per fugare ogni
dubbio residuo, "che è un tipico prodotto americano,
non si identifica immediatamente, nella mente dei
consumatori italiani, con la politica estesa di Bush;
ma simboleggio piuttosto uno stile di vita ben
definito, giovanile, il piacere di stare in compagnia
con gli amici, la libertà, l'amicizia".
"Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare", continua
Finzi riferendosi alla ricerca di Krc commissionata da
Weber Shandwick, "e così, se si fa una domanda
diretta: "Sarebbe disposto ad acquistare prodotti
americani in relazione al ruolo svolto dagli Stati
Uniti nella guerra", si risponderà in un cero modo ma
non è detto che si agirà di conseguenza. E questo non
perché i consumatori siano bugiardi ma semplicemente
perché in questo momento l'attenzione al problema, il
coinvolgimento psicologico è molto elevato e le
risposte sarebbero inevitabilmente gonfiate.
E poi gli italiani, si sa, si emozionano facilmente ma
dimenticano altrettanto in fretta".
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